
1677 01 01 AMBP ms. 125 / 77 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
vendomi comunicato,
parmi [che] udissi parlare in questo modo la SS.ma Madre, cioè
dirai al tuo Padre spirituale queste parole: Escano le due
converse da dove un tempo e le novizie entrarono, poiché
tengono bisogno più di umiltà che di dottrina,
e credendo io che dicesse per il noviziato le dissi: Signora
loro non vi sono, ma solo nella lezione vi vadano, ed Essa
mi disse: Dirai quanto ti ho detto, e parlami cieca che sarò
ben udita; sappiano, (cioè tutte le monache) poi soggiunse,
che mie sono le grazie, e posso sì come dispensarle così
toglierle, e sarà mio il dominio quando fosse bisogno particolarizzarle,
dandole a chi ne sono degne, e a chi non sono tale segregarle.
V. R. mi benedica, [Dal nostro monastero a di 01 Gennaio 1677]
[sua umilissima suddita]
Maria Crocifissa della Concezione
Nota delle monache: Nella suddetta ambasciata la Madre SS.ma vuole che il Confessore esenti le due converse dall'udire leggere gli scritti di Crocefissa; che il medesimo Confessore di quanto in quanto faceva leggere di nascosto alle monache (quando vi stava scritto il segno datole dalla stessa Madre di Dio nel fine) cioè: Jesus + Maria (come sta notato altrove, cioè nell'Anno 1676). Dice poi il Padre Confessore, nel suddetto notamento (per lo scritto che si doveva leggere in comune del 27 Dicembre 1676), detto scritto è di gran ponderazione e profitto, segnato nel fine dal suddetto segno.
1677 01 16 AMBP ms. 01 / 77 copia
Al Signor Don Giuseppe Magro, sacerdote.
ignor D. Gioseffo
l'anima di V. S. sta in un gran viaggio, come pure la mia, essendo
che ambedue viatori varchiamo il mare di questo mondo, per arrivare
al Paradiso, dove appena hanno arrivato la miglior parte dei nostri
antecessori; poiché gravate di gran pesi terreni sono state
portate all'ingiù come piombo all'inferno.
Or considerando io il gran travaglio di colui che cammina cadendo,
ho determinato per questo sgravar l'anima mia di un certo rimorso
di coscienza, che da impulso mi fu avvisato, ed è che essendo
io applicata alla nostra sacristia, come parimenti V. S. alla
cura della nostra Chiesa, occorreva alle volte che venendo per
celebrare il rev/do sacerdote D. Gioseffo Baldacchino, era da
me, se non totalmente impedito, almeno ritardato o ritrosamente
ricevuto; e benché questo mio mal dovere era in bene altrui
e con ottima intenzione, non dimeno piangerò questo poco
rispetto per quella parte in che si intromise il mio volere.
Onde prego V. S. umiliata e pentita a perdonarmi di questo scandalo
datogli, e pensi che sono stata una bestia che mordendo chiunque
sia, nemmeno l'ho perdonato ai ministri del Signore, dovendoli
io adorare come Cristo in terra. Prego di più la carità
di V. S., che dia segretamente l'acclusa elemosina al suddetto
reverendo in soddisfazione del mio peccato, quale dovrebbe esser
più larghissima; ma perché io sono povera religiosa
tutto l'ha tassato il Signore, e ringrazio la sua pietà
che mi ha fatto degna di andarla mendicando per suo amore.
Resti V. S. nel Signore, e vada cavando la luce dalle tenebre,
cioè, amor di Dio della tentazione, alcune delle quali
sono sì durabili che per la viscosità sono come
pace all'anima, e bisogna per maneggiarle usar dell'olio; non
dico del materiale, ma del spirituale che parmi sia l'esercizio
ben usato dalla medesima tentazione, quale tiene le medesime qualità
di questo liquore. L'olio ognuno lo fugge sopra la propria persona,
perché sporca la veste, ma pur si compra caro per le lucerne,
stimandosi la sua piccola lucciola un sole notturno.
Così la tentazione benché deve fuggirsi e massime
alcune che apportano sordidezza alla spoglia umana, non dimeno
sono da stimarsi quando Iddio le da, poiché accendano nelle
medesime tenebre il Sole notturno dell'amor divino, quale meriggia
nella resistenza eclissato bensì alla nostra notizia. Dibatta
V. S. in qualsivoglia contrarietà la pietra e il ferro,
cioè, il demonio e senso, che in questa cruda guerra sfavilleranno
le faville del fuoco divino, quale luciderà il suo Cuore,
benché di luce notturna, persistendo sempre via più
la forza della tentazione.
Questa notte oscura da più strada al Cuore per indirizzarsi
a Dio, e benché non lo veda nella sensibile conoscenza,
grida non dimeno a mezza notte oscura "anima mea desideravit
te in nocte"(1) confermandosi sempre nella sua oscurità
nella volontà del Signore; riposi V. S. in essa, mentre
io le domando perdono se sono stata assai lunga, essendomi il
tutto improvvisamente stato tratto della lingua, quando credeva
finirla in due parole, quale volendo dirle di presenza, sono stata
impedita della mia solita ripugnanza, se malamente non mi immagino.
V. S. questi giorni addietro ebbe pensiero di parlarmi, sicché
nostro Signore provvide a questo suo desiderio, con mandarmi nel
medesimo tempo questa urgenza, per la quale ho avuto occasione
di soddisfarlo in questa carta; prenda V. S. la misericordia di
Dio, e non la mia contagiosa loquacia, mentre per fine nelle mani
della Madre SS.ma lo lascio raccomandandomi ai suoi santi sacrifici.
di V. S., Dal nostro Monastero, oggi giorno di Sabato 16 gennaio
1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "l'anima mia nella notte ha desiderato te"

1677 01 30 AMBP ms. 02 / 77 copia
Alla Signora Principessa di Rocca fiorita.
arissima Signora
e dilettissima sorella, ricevo dalla sua lettera estremo godimento,
ah! signora mia, se fosse tutto il mondo a lei consimile, ed oh!
quanto saria amato il mio Signore; V. E. tra le umane frigidezze
arde d'amor di Dio, sicché è più che vero
che "aquae multae non potuerunt estinguere caritatem"(1)
questo mondo è un mare che ci sommergerà, se non
ci scamperemo nello scoglio dell'amor divino.
Oh! quanti Regi e gran Monarchie hanno morto piangendo, per non
salire in alto verso il Cielo, quivi è il nostro bene,
e bene eterno; il mondo se fosse tutto d'oro e pieno di godimento
è degno di dispregio, perché è tanto amaro
il suo fine che per aspro martirio ognun lo lascia morendo. Infelice
chi lo serve per esserne alla fine con bastone di morte ributtato,
non così fa il nostro Iddio, le di cui promesse sono vere,
li premi impareggiabili, e le corone eterne; un'anima data a Dio
non vuol altro che amarlo, e muore nel guardarsi nel fango di
questo mondo.
Ah! mia signora quanto ben fa V. E. nel lasciarlo, con l'affetto
per quanto conviene al suo stato, nostro Signore tanto le darà
del suo miele, per quanto lei lascerà questo mondano amatore;
stante che mondo e Dio non possono insieme compatirsi, felice
V. E. se amerà Iddio secondo la sua vocazione. Io benché
indegnissima del suo progresso, sempre ne pregherò il Signore;
la Madre SS.ma le sarà sua scorta fida conducendola all'amor
perfetto del suo SS.mo Figlio, sotto il suo manto la lascio con
umile riverenza, come pure fanno mia madre e sorelle, riverendola
umilmente con la signora Duchessa sua suocera. e signora sua zia.
di V. E., Palma a di 30 gennaio 1677
umilissima serva che la desia tutta del Signore
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "molte acque non poterono spegnere il fuoco della carità";
1677 01 30 AMBP ms. 03 / 77 copia
A suor N. N., monaca nel Monastero di ..........
ignora mia, ricevo
la sua carta, e piango la sua estrema miseria, ove si trova caduta,
religiose di questo modo ne è pieno l'inferno. V. S. mi
dice, che procura uscire dalla clausura, dove si trova Professa,
per andare dietro il suo Confessore. Io non posso capirlo. "Sed
libera nos a malo",(1) poiché male come questo
io non ne trovo peggiore.
Ma il peggio, che pare a me, è, che ella profana il bene,
dando color di virtù a tale inganno. Dice, che vuol stare
attaccata con quello Reverendo, perché altrimenti non trova
pace nella sua coscienza. Ma che amaro riposo è questo,
preso sulle spine di tanti attaccamenti! Se l'anima sua non è
morta, ben si dolerà di codeste spine, e gravi rimorsi,
che deve avere.
Qual virtù mai produsse il vizio? Se questa sua ansia è
virtuosa, perché dunque l'ha così ridotta in disperazione,
in modo, che ella stessa confessa, che niente più apparisce
da religiosa tralasciando ogni buono esercizio, e santo deportamento?
lo dica chi vuole, che V. S. è scrupolosa, che io nol dirò
giammai. Vedo bensì, che mentre ella procura rigettar da
se la piccola festuca dei peccati leggeri, si carica questa smisurata
trave di tanto deplorabile attaccamento. Veda per amor di Dio,
che ella sta in errore. Una è la dottrina di Cristo Signor
nostro, e dai suoi ministri ugualmente viene a noi insegnata.
Lasci la scorta da parte, e prenda il cibo della Divina parola.
Ubbidisca alla cieca, e non guardi alla persona. Carissima sorella
"maledictus homo, qui confidit in hominem".(2)
Lasci questa speranza caduca, e speri in Dio, il quale sarà
tutto il suo bene, purché ella non contraffaccia li suoi
istituti. Io parlo senza sua richiesta, perché essa non
domanda il mio consiglio, ma solamente mi comanda, che io mi adoperi
con il suo Confessore acciò non la lasci. Liberami Signore
di tanto affare, poiché se io potessi mi industrierei al
contrario. Mi perdoni V. S. che io l'amo in carità, e però
ho parlato in suo bene. Preghi ella per me acciò mi liberi
Iddio di far peggio. Per fine la riverisco, desiandola tutta di
Dio pura da ogni superfluità, ed umana speranza, con che
umilmente l'abbraccio nelle piaghe del Signore.
di V. S., Palma a di 30 gennaio 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "Ma liberaci dal male";
(2) "maledetto l'uomo che confida nell'uomo";
(3) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata
tratta da: S. Attardo, Scelte di lettere spirituali della Ven.
suor Maria Crocifissa della Concezione - Andrea Poletti -
in Venezia - MDCCXXVII, pag. 120 - 121;

1677 02 07 AMBP ms. 04 / 77 autog.
Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
h Dio! e cui mi
darà tanta acqua di quel fonte perenne, con che possa saziar
la sua brama, cotanta innamorata di Dio e della sua santa parola,
a segno che non trascura mendicarla dalla mia rozza favella, ah
che questa sua brama mi fa gridare sino al Cielo "sitio
hanc aquam, sitio hanc aquam, tanto che concupivit anima mea desiderare",(1)
poiché io per la mia indegnità nemmeno posseggo
questo veemente desiderio, ma si che lo desio anzi lo bramo, uno
stomaco come il mio pieno di flemma fugge la bevanda. Ohimè,
oggi il mondo è infermo di questa mortale infermità,
oh! maledetta freddezza. Iddio accende il suo amore ed essa lo
smorza, l'umido nostro lo ributta anzi lo sdegna, il calor febbrile
talvolta lo consuma, il fuoco eterno, ah! mondo infelice, oh!
misero mondo, l'abbondanza dei gusti propri fa che vacua nell'estrinseco
tanti vivi scandali e mali esempi. Dieta vi bisogna per la sazietà
eterna, io vivo misera me in questo ospedale del mondo, tanto
inferma che la inappetenza del bene mi consuma, vedo la beltà
di Dio e muoio di amarla, ma desio questo, non è anzi una
burla, poiché non è costante nell'esecuzione dell'opera,
ed oh! me infelice che non posso dir con esso "nonne cor
nostrum ardens [erat in nobis] ".(2)
Padre mio rev/do, a che V. R. va molto errato nell'abboccarsi
meco, e che ha da fare un cuore di fuoco, con un altro di gelo,
vada fuori da me che io sono di ghiaccio, altro fuoco io tengo;
oh! sfortunato incendio, così ardono coloro che compiacendo
li loro appetiti tirano carbone alle sue fiamme, poiché
l'attualità ai disordinati appetiti accende maggior fiamma
delle nostre male inclinate voglie, senza il pabulo dell'azione
indegne. Ma ohimè codesti legni sono tanti, che eterneranno
le nostre concupiscibile ed irascibile nel fuoco eterno, io parlo
per bocca di colei che vide il mondo pieno senza misura di questi
lacrimosi incendi, ove dimoravano gli uomini confinati, ma la
principale sciagura era di coloro che forsennatamente soffiavano
le sue fiamme, rendendole con le compiacenze inestinguibile, poiché
l'olio della insaziabilità le fa voraci.
Ah miseri che fate!, oh! Creature, un cane fugge il pericolo,
e voi si veloce vi andate, Signor mio venite e vedete il popolo
cristiano, che per la insaziabilità dei terreni pascoli
è diventato l'uomo "sicut equus et mulus quibus
non est intellectus",(3) egli nel viaggio di questo mondo
al Cielo peggio del popolo eletto [che] si è fatto il vitello
d'oro, adorando per voi il denaro e il proprio interesse, la gola
delle sensuali dilette talmente lo domina che cambia la manna
del vostro amore, per questa vile cipolla, per la lentezza del
passo alla terra promessa poco o nessuno vi arriva, tutte bramano
il suo Egitto e il suo peccato, quale le servirà per morte
e sepoltura.
Ah! Signor mio, io lo piango per morto, ma "si tu fuisses
hic frater meus, non fuisset mortuus",(4) questo mio
prossimo, questo mio caro fratello, fu mortalmente ucciso della
vostra partenza, fugge il Signore da dove entra il peccato, questo
è il bastone di Dio, oh! grave inferno, piangerò
io il mio e l'altrui peccato, pianga pur V. R. la poca sorte del
nostro Iddio e il suo gregge è disperso.
Resti qui egli piangendo li miei errori, mentre io resto ai piedi
suoi godendo del suo pianto, poiché il pianto per Dio è
un lieto riso, mi perdoni però di questa mia inondazione
di parole, poiché un cuore ristretto corre nella opportunità
senza riparo, ho parlato con un cuore assai verace, ne so [quello]
che ho detto, V. R. resti in questa verità mentre io con
umile riverenza li domando la santa benedizione. (Palma)
Le nostre carissime novizie vivono da vere spose del Signore,
sono atte per la santa religione, io l'amo come devo a par di
ogni altra, benché suor Maria Felice ancor mi fa la straniera
come io non fossi sua serva, la sua estrema verecondia fa crescere
molto la mia, a segno che mi arrossisco in dirle una parola, benedetta
sia suor Maria Vittorina che con il suo allegro sembiante mi caccia
stranezza e mi rallegra il cuore, V. R. dia un buono avvertimento
sopra questo a suor Maria Felice, perché io l'ho promesso
questa accusa.
Del resto ne stia assai contento, e ne dia gloria al Signore,
circa poi del mio scrivere io devo dirle che la mia inabilità
mi vuol pertinace nel silenzio, V. R. pensi che io sono femmina
ignorante e di privata vocazione, e il profitto che lui cava dalle
mie lettere non sono esse la causa, ma la sua ottima disposizione,
la quale trarrà maggior frutto nelle parole di qualsivoglia
altro, essendo io di ognuno la peggiore, io lodo la sua umiltà,
ma non la vorrei pabulo della mia superbia, sicché
da qui innanzi conserverò le sue carte come di umiltà
miei rari esempi, alle quali così risponderò con
il santo Davide "obmutui umiliatus sum et silui a bonis".(5)
di V. R., Palma a di 07 febbraio 1677
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "ho sete di questa acqua, ho sete
di questa acqua, tanto che l'anima mia ha bramato di desiderio";
(2) Lc. 24, 32 "non ci ardeva forse il cuore in petto";
(3) "come il cavallo e il mulo, a cui manca l'intelletto";
(4) Gv. 11, 32 "se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe
morto";
(5) "nella umiliazione sono ammutolito, e nel bene ho fatto
silenzio";
1677 02 11 AMBP ms. 05 / 77 autog.
Al Padre Don Geronimo Vitale, Ch. Reg., Roma.
odato sia il Signore,
che oggi cambiò motivo il mio pianto, portandomi la sua
lettera estraneo godimento, e sono uscite al di lei incontro le
mie lacrime, pensando che"venit de longinquo auxilium
Domini ",(1) oh! cosa nuova, oh! cosa nuova, e quando
mai in Casa mi conforto, impero che nello scoglio del mio abbandonamento
altro non trovo che infortuni e procelle, ma oggi soggiornò
per me il giorno sereno, cosa unica in vero al diluvio delle mie
amarezze, ove comparve la colomba della sua carità uscita
dall'Arca del suo cuore, portando in bocca l'ulivo di pace, che
alquanto prova il mio cuore nella sicurtà che lui mi porge
di io ancora non essere affatto disperata.
Ah! Padre voi dite la verità, ma io non la vorrei mal fondata,
cavandola da alcune lettere costì inviate a mio danno,
essendo esse non tutte vere, ma la miglior parte finte del demonio
per farmi cadere in superbia, il quale l'ha informato falsamente
della mia virtù e finta perfezione. Onde è ben da
sapersi che questo infernale nemico sa contraffare la mano di
tutte le scriventi, e più di ogni altro quella del mio
Padre Confessore, che se lui costì ha inviato lettere circa
questo particolare (il che io non so, per umana informazione)
non sono tutte sue, ma di colui che mi insidia di ogni tanto sparlando
contro di me e della verità del mio spirito, volendomi
confondere con indissolubili labirinti questo bugiardo demonio;
tanto lui mi sta dicendo con riso smoderato, burlandosi a mio
dispetto di tale inganno, per il che appena vide il buon giorno
che si oscurò contro di me piovoso e ottenebrato.
Dunque se V. R. mi da tale sicurtà sopra questa bugiarda
informazione, come io posso riceverla, lui dice bene, ma io ne
cavo male per la suddetta ragione; oh! mia sventura come avrò
da campare? ohimè mi sento occupare il cuore, Padre lasciatemi
piangere un poco mentre mi riposo; torno ma per supplicarla a
non voler credere a nessuno che di me l'informa fuorché
a colui che le dirà che io sono la più scellerata
del mondo, legga la mia prima lettera che in quei misfatti ben
conoscerà chi sono.
Ah! che io dico così ma non per farlo, poiché non
voglio di nuovo atterrirlo in quella spaventevole lettura, poiché
la sua materia è tale che mi fa morire di rossore, e Dio
lo sa che passo, quando io penso che lui può rammentarla;
ohimè sono cose da buttarsi a mare per pescagione d'inferno,
Padre non vi pensate più, che per divertirvi udite ciò
che voglio raccontare.
Ieri stando io pensierosa sopra alcune infedeltà che mi
sono state fatte, dal mio Padre Confessore e massima una simile
cosa, la quale lui stesso mi confessò che fu la verità,
e ciò successe a tante del Marzo preterito, il che se io
campassi quanto Noé, mai me lo potrebbe scordare, standomi
come spada confitta nel cuore; ma udite Padre che quanto vi sto
per dire fu assai peggiore; sicché stando io in questa
amara reminescenza con cuore afflittissimo per quanto più
si può immaginare, essendomi stato fatto quel torto in
compiacenza di chi io non ne posso sentire il nome, e stando dico
così piangendo dirottamente.
Ecco mi fu bussata la porta, e facendo io la sorda per nascondermi
dal pianto fu con più forza battuta anzi di serrata, entrando
una persona che fu la sorella della suddetta compiaciuta da oggi
all'anno, la quale mi diede una carta scritta di mano di questa
sua sorella, dove vi erano copiati alcuni miei segretissimi affari,
anzi tutti interni, cose che mai mi sono uscite di bocca fuor
che con il mio Padre Confessore, al quale per grande ripugnanza,
ne anche mai ho conferito per altro, che per alcune scritture,
non bastandomi l'animo di trattarle di queste cose con parole.
Or di questi negozi era piena quella carta, che nelle mani mi
diede quella persona così dicendomi, serbatemi questo scritto,
sia che ve lo domandi, e terrete il tutto "sub sigillo
confessionis",(2) poiché mi fu confidata con molti
altri scritti del mio Padre spirituale.
Tutte però con tale condizione, disse così con segni
di gran scherno, e partì ridendo facendosi gala dei miei
dispregi, costei Padre è quella medesima persona, che io
[ac]cennai nella mia prima lettera, cotanta meritatamente favorita
da Dio, per mezzo di colui che quanto stima questa, tanto me sdegna;
benché con ogni giustizia, la qual cosa è tanto
cresciuta che mi ha fatto versare in lacrime le viscere del cuore,
dandomi tanta vasta materia per più lacunose ragguagli,
che scriverei grossi volumi per tutto ciò che passo giornalmente,
sopra di che scrissi la mia seconda lettera che fu più
lunga della prima, poiché tale la ricercò la materia.
Ohimè che dite oh! Padre, io vi avrò da morire così
scontenta, al che in pensarlo mi si crepa il cuore, ma forse che
sono bugie o esagerazioni ciò che sopra dissi, non, che
non si può dire, poiché io talmente le verifico
che ognuno le può giurare la carta che dico la tengo in
mio potere, la mano è di colei senza dubbio, poiché
è sottoscritta con proprio nome, ciò che dichiara
sono tutti miei avvenimenti, anzi la dentro vi è scritto
il mio sfortunato nome, che serve per accorarmi maggiormente.
Io non so capire come questo potesse essere inganno, so che il
demonio può contraffare la mano di chi vuole, ma è
atto impossibile che scriva il nome di Gesù + Maria;
eppure in questo scritto vi è in modo speciale, dunque
è verità che io sono stata delusa, anzi tradita,
a dir che, di ciò non faccia caso, io non posso farlo poiché
la materia è si gelosa che mi bisognerebbe per non sentirla
essere di marmo.
Mi hanno dissipato il cuore, mi rubarono il meglio, Padre non
mi consolate che non sono capace d'altro che di pianto, in esso
voglio accecarmi per non mirare cose tanto indegne, ed ohimè
che tra tante rompi cuore mi bisogna andar con bocca a riso, e
con atti di ossequio verso coloro che senza intermissione il cuore
mi trafiggono, spade mi sono le loro parole, spade le loro gesta.
Oh! gran schiavitù, e che ne dite oh! Padre mi morirò
io così? che se tanto sarà oh! morte infelice, io
non posso aspettarla d'altro modo, e pure oh! quanto la vedo approssimata;
piangete oh! Padre quando vi viene la nuova della mia morte sfortunata,
per carità non domandate il come, poiché ben le
sarà detto che mori afflitta e desolata; oh! morte degna
di pianto io tale la merito, e pure io la desio prima di arrivar
quella ora che avrò da restituire quella carta, invece
di che meglio le darebbe in pezzi il cuore, con tutto ciò
mi converrà dargliela con atto piacevole e lieto viso,
oh! Padre gli occhi miei sono pieni, poiché per impeto
di sciolta renitenza mi bisogna riposare.
Ripiglio pregandovi oh! Padre a scusarmi in queste violenze, poiché
esse sono con più ragione di quello [che] appariscono,
causate di ciò che qui non esplico, poiché ciò
che entra in me si condensa in modo, che resta impietrito, e perciò
l'è impedita l'uscita etiam per esalo; io vivo più
che morta in mezzo di queste tali, sapendo che loro sappiano cose
di me che io non oso pensarle, come fo, come vivo nel conservarci
etiam da sola e sola. Si che cammino e mi resto temendo il loro
incontro, parlo e abbasso la voce per non farla giungere alle
sue orecchie, se mi cercano mi nascondo, temendo non siano loro,
se l'incontro mi arrossisco, se mi si appressano temo, e se mi
parlano muoio; e tutto ciò solo mi accade per estrema vergogna
che sento nel caso suddetto, che altre ed altre angustie vi sono
per causa delle medesime in più potenti occasioni; e pensate
oh! Padre che cuore che tengo con chi ne la cagione; oh! la grande
infelicità d'una povera religiosa racchiusa in quattro
mura che nella sua strettezza cammina fuggendo, e vive lacrimando;
sicché prima di morire a furia di sventure mi vedo sepolta
in una angusta cella, dove, che passo, tu lo sai Signore, solo
il mio finestrino mi fa esalare un poco, che essendo vista a mare
mi fa sospirare l'imbarco, ma il mare non vuol cadaveri anzi butta
i corpi morti, e però mi rigetta essendo io sepolta nel
marmo della freddezza.
Ohimè io mi stracco ma non finisco, poiché del caso
suddetto ne sono pieni i miei giorni, e questo non è il
più lacrimoso, che gl'altri sono peggiori; mi perdoni per
fine se io l'ho infastidito con si lungo ragionamento, che mi
sembra un Paradiso quando trovo con chi piangere, poiché
il mio linguaggio è "sicut parturiens loquar",(3)
muto, ma con lamento, che non volendo esce involontario senza
però mai mandare fuori ciò che vorrei esplicare;
udite oh! Padre questi miei pianti muti, e non vi scordate per
carità della vostra peccatrice, non mi fate udire per amor
di Dio ciò che spesso sentono le mie orecchie, che non
bisogna aiutarmi per essere io destinata a patimenti, ma concorrere
con il destino dando al misero miserie, e al desolarlo angustie.
No, no, Padre mio io so che non lo direte, che mi farete nel dirlo
crepare il cuore di rispetto, e questo per me lo provo per un
motivo disperato, che per essere afflitta e abbandonata altro
dunque non spero che più afflizione, e più fiero
abbandono, tanto non voglia Iddio in cui io spero, benché
contro spem anzi navigo contro vento inanimata, ma giornalmente
caricata di maggiori pene e peggio aiuti, e pure mi bisogna raffreddare
in questo in modo che tra tali incendi viva come un marmo, e alle
inclinazioni stia inflessibile come un ferro.
Aiuto Padre che mi mancano le forze, orazioni sopra tutto vi vogliono,
come io già l'esperimento, mentre vivo sostenuta dalle
sue e dalle sue figlie penitente, come io benché indegnissima
sempre fo per loro, con lo sforzo possibile; Padre io sono la
vostra schiava, io la vostra indegna penitente, prenda lui tutta
me stessa per darmi tutta a Dio e alla sua Madre SS.ma, immergendomi
si oscura e nera come sono, in quel fonte deifico dell'Ostia consacrata,
della cui candidezza resteranno schiarite le mie tenebre; tanto
io spero mediante li suoi santi sacrifici, quale aiuto le domando
ora per sempre, poiché chi sa se potrò più
farle ricorso con mie lettere, essendo io tanto sottoposta a così
continui divieti. A Dio, Padre a Dio, io sono la vostra peccatrice.
di V. R., Palma a di 11 febbraio 1677
umilissima serva, la figlia peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Padre dopo alcuna tardanza, io mi sono accorta che doveva
diversamente scrivere, senza mai nominare persona, il che mi fa
dire, che revoco tutto ciò che ha dato mala congiuntura
del mio Padre Confessore, essendo lui come V. R. stima persona
di gran spirito e degno di qualsivoglia onore.
Onde la prego a mio dispetto a volerlo imitare trattandomi come
io merito, giacché in questo solo le è dissimile
essendo ambedue nella virtù non meno pari, V. R. non dia
orecchio alle mie suddette preghi[ere], ma meni da qui
innanzi con la corrente comune, così questa mattina mi
ha fatto sentire il Signore per mezzo del mio Padre confessore,
il quale mi disse che se V. R. fosse presente farebbe come lui,
anzi peggiore, poiché chi è lontano inclina alle
mie parole, ma chi è presente sdegna li miei fatti, lui
me l'ha detto e non fu il demonio, poiché disse altre parole
che questo non può dire. Onde io non voglio che V. R. vada
appresso [le] parole ingannatrici, ma che cammini in verità,
e lasci per sempre la mia compassione, dietro le quali potrebbe
camminare in bugia, portasi meco come io merito, "inspice
et fac secundum exemplar",(4) così fa il mio Padre
Confessore, mi benedica.
(1) "viene da lontano l'aiuto del Signore";
(2) "sotto il segreto della confessione";
(3) "come se io gridassi, come una partoriente";
(4) Es. 25,40 :"guarda e agisci secondo il loro progetto";

1677 02 15 AMBP ms. 06 / 77 autog.
Alla dev/ma religiosa suor Teresa [Crocifissa] Bruno.
o, la più
gran peccatrice del mondo, ebbi per fortuna il potermi confessare
con il rev/do Padre Paolo Giunta, un tempo è [stato anche]
suo Padre Confessore, la di cui carità non sdegnò
la deformità del mio afflittissimo Cuore, anzi sbigottito
fuor di modo della mia estrema miseria, mi feci animo per il ricorso
alle sue sante orazioni; poiché io tremante di comparirle
innanzi, mai l'avrei osato per non esser la più attrevita
del mondo; madre, madre fatevi la croce, poiché è
venuta ai piedi vostri la più creatura sgraziata, che per
deformità trapassa la bruttezza del demonio, stante la
sua estrema "nequitia".(1)
Io piango a voi prostrata, e saria venuta con la faccia per terra
esalando per strada l'anima e la vita, e ciò per ottenere
dalle sue sante orazioni, la reintegrazione della divina grazia,
da dove misera me mi sono partita, per il che patisco quello infelice
bando, con che da Dio mi bandì la divina giustizia; ah!
misera me, io vado per tutto fuggitiva, ne trovo ove posarmi il
piede fuorché nel mare delle mie continue lacrime, ove
nuota affogandosi la nave senza nocchiero del mio cuore, ognun
mi nuoce, ognun mi insidia etiam gl'alimenti, e ciò in
difesa del suo Creatore cotanto offeso dai miei peccati.
Piangete oh! madre la ria sventura di me gran peccatrice, io parlo
umilmente prostrata, e tanto bagnata di lacrime che vorrei per
denso dolore mi scoppiasse il petto, ed esalasse ai piedi vostri
l'anima e il cuore; in queste lacrimose vie mi conduce la mia
somma miseria, e vorrei trascendere in alcuna particolarità,
ma perché io so quanto Iddio le comunica li suoi imperscrutabili
nascondigli, e taccio, che le mie saranno superflue parole, ben
saprà lui addurci li miei tradimenti di cui sono fatte
le sue piaghe, e li suoi chiodi; poiché la mia iniquità
lo tiene in Croce.
Madre consolatelo, consolatelo che da me è stato assai
ferito, baciategli quel cuore che per amor mio non ebbe più
che versare, lambite il suo prezioso sangue, così fieramente
succhiato da me serva infedele, ristoratelo, rinfrescatelo poiché
voi siete per lui la Sindone, come io la spugna del fiele. Basta
informasi da lui che ben mi conoscerà nelle sue piaghe.
Madre carissima io aspetto l'esito di questa informazione con
mia estrema vergogna, che parmi mi morissi di rossore, non dimeno
attenderò alla risposta come annunzio del Cielo, e sarò
assai felice se mi farà degna di una sua correzione, quale
io aspetto in ginocchio e capo chinato; dica di me dispregi, ignominie,
e disonore, che io risponderò sempre "plura Domine,
plura Domine",(2) mi dichiari per infame, falsa, e ingannatrice
che io "plura Domine, Domine" altro mai non saprò
dire; dica quanto può, quanto vuole, e quanto sa che mai
arriverà al vero, essendo li miei peccati degni di quel
dispregio, che non si può spiegare con umano linguaggio,
venga a me questo dolcissimo sapore, poiché io quantunque
nequissima tale sempre mi è stato ogni dispregio e disonore.
Madre, madre io finisco buttata ai vostri piedi, gridando con
amare lacrime miserere, miserere, con che umilmente la
riverisco come fanno mia madre e sorelle, e tutte di cotesto suo
Monastero, domandando tutte l'aiuto delle sue sante orazioni.
di V. R., Palma a di 15 febbraio 1677
umilissima serva e figlia peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "dappocaggine, inettitudine, il non
valer nulla";
(2) "di più Signore, di più Signore";
1677 02 19 AMBP ms. 08 / 77 autog.
Al Signor Don Ignazio Caetano.
ignore e carissimo
fratello.
Ieri fu per noi giorno di lacrime, nel quale nostro Signore ci
rappresentò al vivo la sua innocente cattura, la sua persona
ingiustamente presa ci rese a tutte come tante Marie ai piedi
della Croce, che la povera di mia madre, da che intese tal cosa,
si scolorì in modo che ancora non ha altro colore che di
Marta.
La madre Abbadessa con le sorelle tutte fecimo una voce, invocando
la Colomba Rosata, ai cui piedi ci portammo con molte lacrime,
e discipline e voce di vero cuore, chiamandola, invocandola in
difesa del nostro innocente, così ingiustamente calunniato
ne mai le dirà basta; sicché non ritorna con la
sua innocenza coronata, e lo creda a me carissimo signore che
non andranno invano tante lacrime innocenti.
Io in tal conflitto non seppe che fare, il meglio che potei fu
che lo legai col mio Gesù, menandolo con esso all'orto
degl'ulivi, simulacro di pace; in essa V. S. involga il suo cuore
verso coloro [che] l'hanno trattato da nemici, egli non può
sciogliersi io l'ho ben legato con chi se li da per esempio, dando
"l'osculum pacis"(1) al traditore.
Si stringa ben forte con lui col nodo della grazia, poi si burla
del tutto, che "si Deus pro nobis quis contra nos ?",(2)
io con tale scudo quando fosse bisogno la farei con S. E. in difesa
di V. S., poiché l'armi delle umili sono il divino potere,
un dire viva Dio vince un esercito.
Cuore grande mio fratello, poiché la gran campionessa Maria
difenderà la nostra causa, la quale si deciderà
a favore nostro nella cappella della Colomba Rosata, dove insisteremo
con lacrime, discipline, adorazioni, acciò si dichiari
la sua innocenza.
La prego per fine ad avere spesso avviso della sua persona, e
come camminano le sue cose, poiché noi stiamo come l'uccello
sulla rama per sentirne nuova.
Così dobbiamo fare con esso mentre le sue qualità
sono tali che mi hanno fatto risorgere il Principe (3) mio fratello,
nella sua persona, io da tale la stimo, lasciandolo per fine nella
protezione della Madre SS.ma mentre la riverisco con amor fraterno,
come fanno le mie sorelle con pari affetto la signora zia va tutta
via migliorando, e quanto prima si alzerà da letto con
la grazia del Signore, Giulio (4) ci domanda la benedizione e
mi pare tanto rispettoso, poiché ogni volta che ci vede
ci dice lo zio viene domani, sia benedetto il Signore. V. S. lo
benedica.
di V. S., Palma a di 19 febbraio 1677
serva umilissima come sorella
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "il bacio della pace";
(2) Rm. 8, 31 "se Dio è per noi, chi sarà contro
di noi ?";
(3) Parla del Principe Ferdinando Maria Tomasi & Caro (1651
- 1672);
(4) Parla del Principe Giulio Maria Tomasi & Caro (1670 -
1698), figlio di Ferdinando, rimasto orfano piccolino;
1677 02 19 AMBP ms. 09 / 77 autog.
Al Padre Don Girolamo Vitale, Ch. Reg., in Roma.
adre mio nel Signore
ricevo, oggi Venerdì 19 di febbraio, una di V. R. in risposta
della mia lettera involata per mano del demonio, quale fu resa
salva in modo stupendo per mani del mio santo Angelo Custode,
che la salvò in Casa di una povera donnicciola nella Corraria
di Palermo, come poi seppimo per esatta diligenza. Con
che si procurò sapere il tutto del mastro Corriere di detta
Corraria, il quale facendo diligenza a nostre richieste per trovare
questa lettera con soprascritto maiuscolo, l'intese a caso questa
vecchierella, e disse (tanti mesi sono che mi trovai sul letto
una lettera del modo che voi dite, e non sapendo che cosa fosse
la trascurai per Casa.
Onde, se la volete, io l'ho [con]servata), così si scoprì
la cosa e fu inviata; sicché io ammiro la provvidenza divina,
sapiente e discreta, poiché la salvò, e non la restituì
a me, acciò non corresse pericolo di io mostrarla al Padre
(1) spirituale, il quale allora me lo fingeva il demonio, in mano
di cui si saria lacerata; ne anche la inviò a Roma
in un baleno come pote[va] fare, volendo dare potestà al
demonio in quel mio travaglio, di maggiormente cruciarmi in queste
mie lettere smarrite.
Lascio ora [che] restasse maggiormente deluso, il quale si pigliò
per rabbia in un boccone tutto l'inferno, quando vide che V. R.
mi rispose anticipatamente in tutto ciò che bisognava rispondere
nella lettera in volta, conoscendo Iddio ammirabile nei servi
suoi, quali sanno rispondere prima le proposte, pianse lo sciagurato
quando si vide rotto questo laccio. Onde per provvidenza divina
il tutto occorse, lui seppe la residenza che ebbe la mia lettera
in quella Casa, essendo ad arbitrio suo detta tardanza; sicché
essendo certificato della inviata risposta di detta lettera, inviò
disperatamente la proposta, benché per via ordinaria lasciando
riuscire il tutto come sopra ho detto, che non ostante esserci
fatta tale diligenza assai più prima mai potei sortire
ritrovarla per arte diabolica.
Padre lodato sia il Signore io sono la sua indegna poverella,
lui mi vuole così, io Lui solo voglio "Deus meus
et omnia",(2) godo poi dei frutti del suo sudore, e bacio
la vostra penna; oh! Padre che per me tanto fatica, io sono per
lui la scala della sua pazienza, per la quale sudando sale nel
Signore, io odo li suoi documenti, e con l'aiuto di Dio voglio
puntualmente eseguirli; oggi darò principio a ciò
che mi comanda, mostrando l'acclusa lettera al mio Padre confessore,
insieme con questa altra. Voglio, oh! Padre ai piedi vostri romperla
con il demonio, e morire alla santa obbedienza, intendo poi quanto
mi dice che vuole che io stia allegramente, lo farò Padre
benché con lacrime agli occhi, soffrendo "in pace
amaritudo mea amarissima",(3) ma oh! quanto sono terror[izz]ata
di questa prima lettera che scrissi, la quale è piena di
gran pianti. Padre non vi infastidite che non lo farò più,
mentre V. R. non vuole; guarda, guarda io me la trovai scritta
per ora mi perdoni, e per l'avvenire scriverò diversamente
senza tanti sospiri, io per fine sono la sua serva che umilmente
le domando la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 febbraio 1677
umilissima serva e figlia peccatrice
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Copia di una lettera antica, che per dimenticanza prima a V. R. non ho consegnato.
(1) Si riferisce al Padre D. Fortunato Maria
Alotti, confessore ordinario del Monastero di Palma, per 23 anni;
(2) "Dio mio è tutto";
(3) "in pace la mia amarezza amarissima"

1677 02 21 AMBP ms. 11 / 77 autog.
Al Padre Bernardino da Foligno, Minore Conventuale di S. Francesco.
adre io sono la
povera Crocefissa, peccatrice indegna, sicché V. P. venendo
da me per spirituale soccorsi, è andato per dissetarsi
alla cisterna senza fondo, poiché nel mio fonte altro non
vi è che seccaggine e miseria; io non dimeno la farò
da vera poverella, andrò mendicando per lui nelle piaghe
del Signore, le di cui miche che cadono sono di tanta valuta,
che ognuna vale più che il Paradiso. Oh! gran tesoro, beato
chi conosce il prezzo di si inestimabile Margarita, che certo
si dirà di lui "vendidit omnia sua e comparavit
eam".(1) Oh! quanto poco è il mondo, oh! quanto
vile il denaro e tutto il creato per compra di Dio, e pure egli
si da per la piccola moneta del cuore umano, infelice chi ricusa
tal partito, un Dio che si offre a tutte di buon mercato. Oh!
Padre "Deus meus et omnia, Deus meus et omnia",(2
diciamo così con nostro Padre S. Francesco, spogliamoci
per tal compra etiam del cuore, dandolo in negozio al nostro
Iddio, il quale lo moltiplicherà in modo che sarà
bastevole per comprare il tesoro eterno, prodigo e interminabile
nel godimento della essenza di Dio, nel di cui fonte nuotano le
colombelle purissime dell'anime beate. Oh! loro felici, loro sono
in porto e noi in cammino, buon viaggio, buon viaggio gridano
a noi quelli del Paradiso, benché quanto più penoso
e tanto è migliore, nascendo dalle spine poi le rose.
Padre ora è tempo per noi, saranno le gran fatiche lunghi
passi, per arrivare colà dove sta Dio, che per goderlo
ogni patire è un sogno, che appena più vi penseremo
in quella veglia eterna; io colà aspiro, ma col suo aiuto,
dandomi lui la mano per andarvi mediante li suoi santi sacrifici,
come farò io benché purtroppo indegna nelle mie
povere orazioni, dandoci l'uno e l'altro la mano in sino al Paradiso,
dove ci straccheremo delle nostre stracchezze "inter brachia
Redemptoris",(3) acciò tutte aspiriamo con la
protezione della Madre SS.ma sotto il di cui manto la lascio,
facendogli umile riverenza con domandarci la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 21 febbraio 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue
cose, e la comprò";
(2) "Dio mio è tutto, Dio mio è tutto";
(3) "tra le braccia del Redentore";
1677 02 27 AMBP ms. 12 / 77 copia
A Don Francesco Valerio Lamantia,Canonico sacerdote, Palermo.
crivo in fretta
e senza tempo, solo per notificarci quanto io sono pronta ai suoi
comandi, in esecuzione di che io ho scritto alla religiosa, che
lui mi comanda, benché con qualche renitenza, temendo non
esegua catena di più maglie, sottoponendomi alla risposta
di altre lettere susseguente.
Veda per amor di Dio di non danni occasione di uscire della mia
sfera, poiché li miei peccati non mi vogliono loquace,
ma penitente "dimitte me ut plangam paululum dolorem meum",(1)
mi lasci piangere li miei peccati in un cantone della mia cella,
poiché la vita appena mi basta, e più non avrò
tempo, V. S. tanto farà, ed io tanto spero. Mi sono accorta
poi, benché per altrui detto quanto lui fa del severo con
le nostre carissime novizie contro il merito loro, ma noi gliela
facemmo buona, poiché la sua lettera nemmeno c'è
l'abbiamo fatto vedere con gl'occhi, e così si farà
in ogni altra che tratta di simile agrezza. V. S. ne ringrazia
il Signore, che non le può desiderare meglio, così
pure farò io mentre umilmente la riverisco raccomandandomi
alle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 27 febbraio 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Gb. 10, 20 " lasciami piangere un poco il mio dolore"
1677 02 27 XXXXV 13 / 77 copia
A suor Cecilia Vecchi, religiosa nel Monastero di Carini.
ev/da in Cristo
sorella
La costante, ed umile sua richiesta ha fatto parlare una defunta
di molti anni, quale io sono, da che io sono morta al secolo il
giorno della mia Professione. Sicché io volentieri mi abbocco
con chi è mia pari, essendo ambedue religiose, e morte
al secolo, benché vivi di vera vita tutti nel Signore.
Ah! Madre mia carissima, quante religiose sariano sante, se apprendessero
scuola dalli estinti cadaveri? quali a nostro proposito predicano
a noi con tre sue qualità. Primo, mutoli soffrono
le crudeli morsicature dei propri vermi. Secondo, giacciono
ritirati senza mai darsi a vedere. Terzo, dormono uniti
con la sua origine, che fu la terra, di cui prese forma la loro
massa corporale.
Oh! Dio, quanto ci va a proposito questo simulacro! diamo di mano,
carissima sorella, ad imitarlo; poiché le religiose morte
al Mondo devono soffrire come morti le morsicature delle loro
passioni, e contrarietà continue, morendo etiam
ad ogni naturale movimento. Secondo, devono seppellirsi
nel sepolcro del santo ritiro, fuggendo le grate, come infernale
veleno. Terzo, si devono unire con l'origine non della
loro porzione corporale, ma con quella dell'anima, che è
il nostro Creatore, del cui spiracolo fummo create a sua immagine,
e similitudine; al che non si può pervenire, che per mezzo
di totale distaccamento da ogni cosa creata, lasciando etiam
l'amor di noi medesimi, per unirci, col nostro amato Padre, e
Creatore.
Ed oh! morte felice sarà questa per noi! la quale ci vivifica
ad una vita sempiterna, ed immortale. Orsù, Madre carissima,
moriamo di buon animo, che sarà nostro glorioso sepolcro
il divino cuore. Io qui la serro per mano della sua Madre Santissima,
sotto la di cui cura la riverisco, e lascio, raccomandandomi umilmente
alle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 27 febbraio 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata tratta dal libro: S. Attardo - op. cit., pag. 122 - 123;

1677 03 05 AMBP ms. 15 / 77 copia
Alla Signora Principessa di Cutò, Palermitana.
icevo la terza lettera
di V. E., che la seconda non capitò alle mie mani, carissima
signora dura in vero è la sua pena, ma più crudele
è la perduranza, come pure eterna sarà la sua corona,
mercé la sua innocenza; si dia però conforto con
l'innocente Gesù Cristo preso ingiustamente, e senza ragione
Crocifisso e morto, pianga con la Madre SS.ma ai piedi di questa
sua Croce, che io da Maddalena le sarò compagna, piangendo
li suoi peccati, che hanno ridotto cotanto ingiusto il mondo,
Iddio che guarda e tace le sue ingiustizie sarà difensore
dei poveri innocenti.
Io la pregherò benché in degnissima, che lui deciderà
favori da ambedue le parti, condannando a me la pena dovuta, giacché
la merito per i miei peccati; lei tra tanto perduri ad invocare
la causa ai piedi del Signore e della sua Madre SS.ma, ciò
in santa tolleranza, con che solleciterà la liberazione,
mentre io mai cesserò benché indegnissima di cooperarmi
a tutto ciò che potrò per tale intento. Buono è
signora mia che abbiamo in sicuro la vita del signor Principe,
quale è frutto della pietà della Madre SS.ma, e
poi dell'orazioni delle nostre sorelle, quale tutte seguiranno
per la sua compita consolazione, per fine umilmente la riverisco
come fanno mia madre e sorelle.
di V. E., Palma a di 05 marzo 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
1677 03 08 AMBP ms. 16 / 77 copia
Alla Signora [D. Isabella Avalos et Aragona] Principessa di Butera.
uod uni ex minimis
meis fecistis mihi fecistis",(1) dice il Signore, spero
stante la sua carità, che abbiano loro queste parole di
Dio nel suo pietoso cuore; poiché essendo io la più
di niente et una di queste minime, che mai apparisco al mondo,
oggi chiamo V. E. supplicandola umilmente alle difese del mio
carissimo innocente; quale si trova in Palermo carcerato per ordine
di S. E., dico il signor D. Ignazio Caetano, giusto di tutto ciò
che l'imputano, e dinanzi a Dio vero innocente. Assicuro V. E.
che quanto farà in suo bene, sarà grato a Dio, [in]grandendolo
lui tutto, quando gradì il velo della Veronica per via
del Calvario.
Sicché io espongo alla sua persona questo linteo d'innocenza,
acciò imprima in esso le rubiconde linee della carità,
che porta a Dio; giacché lui in se stesso li riceve per
le suddette parole; signora mia, non bisogna dirle più,
che so quanto ama il Signore per amor di cui io glielo domando,
perché io non lo merito.
Mi perdoni però se io ardisco per questo infastidirla,
poiché per altro motivo mi è stato bisogno patrocinare
l'innocenza, benché voglio trattarla umanamente in difesa
non del nostro paziente, ma dei suoi avversari, in rovina di cui
saria pronto il braccio di Dio onnipotente.
Quale il signor D. Ignazio forse si guadagnò nei dovuti
travagli, che si prese per la difesa del Re nostro Signore in
servizio, di cui diede retto se stesso senza alcuna riserva, patendo
tanti disagi ed interessi, quale il signor Principe d'Aragona
sa, essendo egli nei più disagiati tempi fido suo camerata.
Ma il mondo che vuole dare, mentre non ha altro che fiele? Queste
sono le sue mercedi, pagare per più affanni, peggio fatiche,
infelice chi lo serve per tali remunerazioni. Fortunate religiose,
che la meno moneta di che le paga Iddio è tutto l'imperio,
del quale gliene da buona caparra nella felicità, che trovano
nella quiete loro.
Io piango tutto il mondo, ma più il nostro Regno, che per
esser carico di tante iniquità, naviga in periglio, e Dio
lo liberi da urtare allo scoglio del furore divino, che se tanto
così cammina, l'incontrerà al sicuro. Mi liberi
Iddio la persona di Sua Eccellenza, capo di questo Regno; che
mercé la sua cristianità parmi sia come agnello
in mezzo ai lupi; che tali sono li ministri di tante ingiustizie,
quali per investigabili modi, e cupe industrie sinistramente l'informano
contro gli innocenti, che ingiustamente patiscono; essendo questa
la causa, etiam del pianto di un Dio, con cui piangono
tutti li suoi servi, deplorando tanti iniqui che ridono, e tanti
innocenti che piangono.
Io signora con essere la più iniqua di queste, piango con
loro i miei peccati, unica causa di queste ingiustizie, a paragone
di cui sono una stilla li castighi che ci manda il Signore, il
quale camminando passo passo ci porterà in peggio.
Io parlo sinceramente e senza accezione, perché a me mi
basta il Signore, il quale nel diluvio di tante rovine, sarà
l'Arca del mio cuore.
Per fine umilmente la riverisco, raccomandandole "in visceribus
[Jesu] Christi";(2) l'innocenza del signor D.
Ignazio, della quale V. E. stia sicura che se non fosse così
in quanto stimo, tanto vorrei essere suo carnefice.
Viva Dio, mia signora, in onore di cui io parlo, e senza proprio
interesse, poiché io al signor D. Ignazio mai ho parlato,
ne mai l'ho conosciuto in faccia, fuorché nella grazia
del Signore dove per le sue rare qualità, e sante operazioni
l'ho sempre ritrovato. Qui lo conosco, qui lo stimo di santo amore,
e qui lo stimo e stimerò sempre da fratello, da Padre e
protettore. Mentre finalmente di nuovo la riverisco, abbracciandola
ai piedi delle sue solite croci, dove ambedue ci rivedremo nelle
piaghe del Signore.
di V. E., Palma a di 08 marzo 1677
umilissima servitrice nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Quello che avete fatto a uno dei
miei [fratelli] più piccoli, lo avete fatto a me";
(2) Fil. 1, 8 "nell'amore di Cristo Gesù";

1677 03 13 AMBP ms. 17 / 77 copia
All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti. (1)
he meraviglia è
illustrissimo Signore, che lui Pastore delle anime vada così
umile, cercando la più pecorella smarrita Crocefissa l'ingrata,
quando Gesù Cristo gliene da ottimo esempio, lasciando
il vasto gregge del Cielo per ridurre al suo ovile la smarrita
pecorella del genere umano.
Segua oh! buon Pastore l'orme SS.me di quello Altro supremo, e
ben venga mio Signore, ma a travagliare, poiché oggi il
gregge di Dio è così deviato, che bisogna dire
"ululate pastores",(2) un cuore suo pari infangabile
è forte, mi è di bisogno per ridurlo al suo ovile;
ed ho il buon principio che lui oggi li diede ricordandosi di
me la più iniqua e sviata, come appunto mi riferì
la madre Badessa informata dal nostro Procuratore.
Sicché la sua clemenza mi trasferì dalla scopa alla
penna, poiché io stava spazzando quando io intesi il suo
umile comando, illustrissimo Signore io ho voluto [ac]cennarle
il mio solito ministero, acciò per altra non mi stimi,
che di vilissima fantesca, che se lo sono del nostro Monastero;
ben lo sarò dei più infimi servi di V. S. illustr/ma,
nel qual grado umilmente prostrata le domando la santa benedizione,
come fanno codeste mie sorelle tutte, sue umilissime serve, con
cui io unitamente la supplico a favorire il signor Canonico D.
Geronimo Farchica, ottimo ministro del Signore, e ciò per
gloria di Dio e di sua Madre SS.ma, sotto la di cui protezione
viviamo pronte ai cenni di V. S. illustr/ma a cui facciamo umilissima
riverenza.
di V. S. ill/ma, Palma a di 13 marzo 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Mons. Francesco Maria Rini, eletto Vescovo
di Siracusa nel 1674, e trasferito in Agrigento il 02 Marzo 1676;
(2) "cantate pastori";
1677 03 17 AMBP ms. 18 / 77 copia
All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
onsignore ill/mo
e cui non lo vede che la mia povertà non è di comparire
alla sua degna presenza, ma giacché lui la chiama per arricchirla
con la sua clemenza, io vengo qual mendica gridando ai piedi suoi
"divitias et paupertatem ne dederis mihi sed tantum victui
meo tribue necessaria".(1) Non tanto ill/mo Signore che
in vece di arricchirmi di pietà, mi renderà superba,
la grazia sua sarà il mio pabulo necessario, con
che l'anima mia vivrà in Dio mediante la sua direzione,
e basta sin qui, che non fu ricchezza ordinaria quella che lui
mi diede nell'umiltà che mi commenda.
Sicché io voglio essere a negozio con colui che "inventa
bona Margarita dedit omnia sua et comparavit eam",(2)
io darò tutta me stessa alle medesime mani, dove ho ritrovato
questa perla dal Cielo, acciò V. S. ill/ma mi sacrifica
a Dio sopra l'altare della santa obbedienza. Onde non sarò
più mia, ma in stato di annichilazione perfetta mi deporterò,
etiam ad ogni moto naturale "tanquam non esset",(3)
oh! Dio quanto darò poco per questa gioia celeste, supplico
V. S. ill/ma ad essermi cortese orefice, dandomi questa Margarita
con parole e portamenti, trattandomi come si meritano li miei
peccati, quale non sono degni di gemme divine, ma di liquidi metalli
eterni.
Per fine lui è Pastore, e mi porterà alla diritta
strada cacciandomi con mano aperte verso il Cielo, deviandomi
di torciarmi per li due viziosi estremi; nostro Signore così
sta in Croce per aiutarlo alla direzione del suo gregge, che per
essere assai sparso bisogna andar di qua e di la con braccia aperte,
cioè, per molti modi per ridurlo al suo ovile.
Di che ne resterà glorificato Iddio Autore, e lui strumento,
di tutto ciò io per obbligo mi ricorderò nelle mie
pigre orazioni, ne voglio dire altro sopra questo, poiché
sono sempre stata affatto nemica di essere idropica di parole,
e tisica di fatti.
Per fine umilmente la supplico ad esaudire le suppliche di Maria
Maddalena, sua umilissima serva, che se non lo merita per essere
mia sorella, ben V. S. illustr/ma la favorirà per essere
sua schiava e della Madre SS.ma indegna figlia, sotto la di cui
pietà a V. S. illustr/ma facciamo umilissima riverenza
domandandoci la santa benedizione.
di V. S. ill/ma, Palma a di 17 marzo 1677
umilissima serva e suddita
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Li comandi di V. S. ill/ma saranno da me sempre inviolabilmente eseguiti; onde li signori suoi nipoti, saranno lo scopo delle mie indegnissime orazioni, alle quali umilmente riverisco.
(1) "ricchezza e povertà non darai
a me, ma soltanto dammi il necessario mio vitto";
(2) Mt. 13, 46 "trovata una preziosa perla, va e vende tutti
i suoi beni e la comprò";
(3) "come se non esistesse";
1677 03 18 AMBP ms. 19 / 77 copia
Al Signor Don Ignazio Caetano.
icisti mulier,
vicisti".(1) Così oggi canto le sue vittorie,
ai piedi della Madre SS.ma, quale a guisa di campionessa del Cielo
debellò il suo nemico, a pro dell'innocenza di V. S., giubilo,
allegrezza signor D. Ignazio. Così oggi ride il nostro
cuore salutando la sua innocenza "cantemus Domine gloriose
equum, et ascensorem deicit in mare".(2)
La bestia infernale è colui che è stato portato
dalla sua istigazione ai passi di tante ingiustizie, già
il nostro Dio l'ha sprofondato nel mare della confusione, così
vince, così trionfa chi impugna lo scudo di Dio. Resta
che V. S. lo impugni bene con la forza della sua divina grazia,
et oh signor D. Ignazio! Quando deve apprender di bene V. S. in
questa occasione! Conosca ella il mondo, e veda che cosa è
Dio che mai abbandona.
Si degni V. S. con il primo, poiché lui nel meglio del
travaglio "omnes fugerunt".(3)
Dica con l'esperienza in queste fughe "Dominus autem assumpsit
me".(4) Iddio solo si trova permanente, quale in verità
lo liberò per le orazioni delle sue serve, e meglio saria
stata la riuscita, se non vi fosse stata io nel mezzo; sicché
gliene domando perdono di questo impedimento, quale lei ha sofferto
in riscontro dei miei peccati.
Con tutto ciò io voglio signor mio che ella per l'avvenire
sia più cauto nell'amare, e sappia che "omni tempore
diligit qui amicus est".(5) Questo è il contrassegno
del vero amore, così ha fatto Dio con V. S., lui solo non
l'abbandonò, lui dunque deve avere il primo luogo nel suo
cuore. Così pure la Madre SS.ma quale è stata la
sua liberatrice. A lei sono dovute le grazie e le vittorie, sicché
ripiglio con giubilo le prime voci "Vicisti mulier, vicisti".
Canti pure con noi V. S. e riceva dalla Colomba Rosata l'ulivo
della pace in bene dei suoi nemici, che perdonandoli per suo amore
canterà con fatti le sue glorie. Cantiamo, oh! mio fratello,
le nostre vittorie nella misericordia di Dio, dove tutte con braccia
aperte l'aspettiamo, finisco con bocca a riso, facendole umile
riverenza, come fanno mia madre, sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. S., Palma a di 18 marzo 1677
umilissima serva come sorella
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Hai vinto Donna, hai vinto"
(2) "cantiamo al Signore glorioso, perché ha buttato
in mare cavallo e cavaliere";
(3) "tutti sono fuggiti";
(4) "il Signore mi ha preservato";
(5) "chi è amico ama in ogni tempo";

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Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
adre, Padre venne
già la bramata risposta, portata dal medesimo Gesù
Cristo, e come poté essere più terribile, mentre
ai delineamenti di sangue [che] lui porta impressi nelle sue carni
divine, dove si legge la mia crudeltà che fu la scrivente
di questo fierissimo carattere; io giacché per esse non
ho unguenti di sante virtù, almeno vorrei bagnarli d'incessanti
lacrime, per mitigarle.
Onde prego V. R. ad impetrarmi la purità di quelle lacrime
che verso, che per essere corrotte con il veleno dell'amor proprio
più infestano che risanano, e sarà mia disavventura
come colui che sta nell'acqua e muore di sete; così muore
di sete il mio malato in queste amare sorgenti, vi prego oh! Padre
ad impetrarmi poca rugiada dal Cielo, acciò rinfresca la
bocca al mio sitibondo infermo che muore dicendo "Sitio".(1)
Ma che dirò della mia immobilità nell'angustie,
che vado alla peggio quando credo andare meglio, angustie io trovavo
nell'aspettare detta risposta terribile, angustie pure mi trovo
nel riceverla piacevole, poiché sopravanza tanta la mia
nequizia che mi conturba la credenza, Gesù, Maria che gran
cosa è questa che mi pone in dubbio il credito di quella
anima santa, e benché non ardisco dubitarne deliberatamente
ad ogni modo mi formo, che ciò che vide forse fu parte
della misericordia di Dio, che li nascose il mio perverso stato
per non mi fare morire disperatamente.
Sicché le comunico il mio stato in una mediocrità,
facendole osservare il tutto nella sola fantasia, senza sostanza
di verità, ma fantasticamente. Ohimè così
pure io vado fantasticando con mio incredibile tormento, sicché
questa perturbata credenza mi reca nuovo combattimento, e peggior
travaglio; Padre non mi abbandoni sdegnato di questi miei pensieri,
che io spero vincerli con l'aiuto delle sue sante orazioni.
Resta che io risponda a quel ridicolo paragone, con che V. R.
misura la trascuratezza mia, con l'ardente carità di suor
Teresa,(2) comandandomi di comunicarmi più allo spesso
a sua imitazione; oh! Padre che proporzione è questa, che
ha da fare il mio gelo, con il suo fuoco, dove si cuoce a fiamme
di carità questo Pane Angelico.
Ohimè Padre mi distorna di parere, che altrimenti questo
pane divino resterà sotto la mia neve come azzimo e piomboso,
gravando tanto nel mio cuore, che per il conto che ne avrò
da dare mi piomberà all'inferno, dove mai più gusterò
il suo dolce sapore, con tutto ciò mostrerò la lettera
al mio Padre spirituale,(3) e farò la volontà di
Dio nell'ordine della santa obbedienza.
Voglio supplicarlo di più che mi cacci una invidia che
porto a suor Teresa, ed è grandissima, da che io intesi
che lei non può rispondere a chi le scrive, e ciò
per ordine del Signore; oh! Dio, quanto meglio converrebbe a me
tal divieto, che sono più inetta di lei, e più gran
peccatrice; ella dunque che ha un mare che spandere è così
ristretta, ed io che sono qual arida foglia sarò così
larga, che appena passa giorno che mi bisogna rispondere a più
lettere, tutte di importanza spirituale, che oggi ne ho finito
4, e non è stata la più carica giornata, dove mi
bisogna dare il fiato che respiro (che altro non ho) essendo quel
che scrivo tutto vento, vacuo di esempio, e pieno di suono.
Ohimè Padre, ciò non conviene, che una povera sia
così astretta, e una ricca così riservata, preghi
per carità la sua carissima Teresa, che mi faccia uscire
un editto dal suo sposo di inviolabile renitenza sopra questo
negozio, altrimenti non mi quieterò fuor che nel "fiat
voluntas Domini".(4)
Ricevo poi il suo comando di pregare Iddio, sopra ciò che
lui comanda, per il che questa mattina feci, benché indegna,
la santa comunione; dopo la quale non posso dir altro che il frutto
delle anime è meglio assai di qualsivoglia rigida parsimonia,
poiché meglio è che si rallenta un poco la vigilanza
e l'astinenza, che astenere a Dio delle anime, quale sono il suo
cibo come lui stesso lo dice nella peccatrice di Samaria.
Circa poi alla persuasione mi fa di non sotterrare i miei talenti,
ed oh! Padre, e dove sono, che se mi vendessero per schiava, del
prezzo non se ne comprerebbe uno straccio, io niente valgo un
solo talento mi ha dato Iddio, che è di obbedire. Sicché
anche questo non l'ho, che l'ho dato alla santa obbedienza; V.
R. se vuol cosa da me tratti con il mio Padre Confessore,(3) che
io di lui sono; piaccia al mio Dio, che io non mi ricordi più
di niente, fuor che della santa obbedienza. Del resto io ho parlato
in ristretto, poiché mi manca il tempo, che per tale scarsezza
ho scritto volando, ne occorre più ridirle quanto io sono
debitrice a lui, e a suor Teresa, che bene lo sanno, che io sono
la sua schiava comprata con tanti loro sacrifici, che gliele pagherà
il Signore dove io ambedue le lascio domandandogli la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 marzo 1677
umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Gv. 19, 28 "Ho sete";
(2) Crocefissa Bruno, monaca nel monasterodi Sciacca;
(3) Parla del Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario
del monastero di Palma;
(4) At. 21, 14 "sia fatta la volontà del Signore";
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copia
A suor Teresa Crocifissa Bruno, religiosa domenicana, Sciacca.
t unde hoc mihi
ut veniat Dominus meus ad me",(1) e da dove madre carissima
alla Casa mia tanto bene, la faccia di colui mi invia, che "desiderant
Angeli prospicere",(2) io mi sono prostrata ai piedi
suoi dicendogli con lacrime "Domine non sum digna, Domine
non sum digna, exi a me qui mulier peccatrix sum",(3)
ma io non sapevo la causa della sua venuta, ma con voce di amaro
pianto oggi già l'ho conosciuto, poiché parmi così
dicesse "venio ad te ut iterum crucifigar".(4)
Ohimè mia crudeltà, dunque io sarò per lui
il monte Calvario, venite Signor mio che sono [pre]parate i chiodi
dei miei peccati, per conficcarvi nella Croce del mio cuore; oggi
Venerdì di Marzo si farà nell'anima mia questa crudelissima
crocifissione, buono sarà per me che penerò col
mio Dio, poiché essendo io la sua Croce, quanti chiodi
a lui si conficcano tanti buchi mi si aprono, restando ambedue
conficcati con il chiodo della divina unione.
Ed oh! felice tormento, oh! iaculo di amore, che così mi
stringe l'anima a Dio per mezzo del patire, ma la mia sorte non
va così che li chiodi suoi sono i miei peccati, e il mio
cuore più che insensibile non sente i colpi delle sue martellate;
piangete meco la mia durezza, che ancora a me non sono giunte,
le martellate di Dio inchiodano bensì le mani sue, ma non
il mio cuore.
Ohimè lui è venuto a me, ma per patire, nel qual
tormento io mi sento uscire il cuore, chiamatelo mia sorella che
qui va male per lui, piange lui per doglia, piango io per trasfissione
d'anima, piange la Madre SS.ma che vedendosi il figlio ucciso
della mia iniquità grida contro la mia bestialità
"fera pessima devoravit filium meum",(5) ed io
che l'amo quanto il mio cuore, mi sento esalare lo spirito alle
sue voci, accorrete sorella per atto di pietà a questa
Casa di lutto, e consolateci tutte con le vostre sante orazioni,
mediante le quali io avrò l'emenda e il perdono, il Signore
l'unguento alle sue piaghe, e la Madre SS.ma il suo figliolo.
Io tanto spero, mentre umilmente la prego a correggere li miei
errori, operando più del miele le sferzate, mentre io sono
più di bastone che di lusinghe, e per carità non
mi nomini più madre, che mi fa arrossire a tale onore,
stante che io nell'età e nello spirito le sono assai inferiore,
lei come vuol sentire che io sono la sua schiava in catene, che
gusto servirla sino al fine, come volle servire il mio Signore
che spontaneamente si fece obbediente sino a morte.
Io in tal grado mi l'offro umilmente, ringraziandola del divino
volto che sarà stimato da me come reliquia del Cielo, tra
tanto ella si goda il figurato, come io la figura, quale me la
stringerò al cuore per amor mio sì livido e deformato,
così ella me lo imprima con la sua carità, mentre
io li fo umile riverenza domandandogli la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 marzo 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Lc. 1, 43 "E donde questo [onore]
per me, che venga il mio Signore nella casa mia";
(2) "gli Angeli che desiderano guardare";
(3) "o Signore non sono degna, o Signore non sono degna,
esci da me che sono una donna peccatrice"
(4) "vengo a te, affinché io di nuovo sia Crocifisso";
(5) Gn. 37,45 "una bestia feroce ha divorato mio figlio";
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A Don Francesco Valerio Lamantia, sacerdote, Palermo.
l mio cuore non
può soffrire l'altrui dispiacenza, non che mia ingratitudine;
sicché contro il mio solito volentieri prendo la penna
per rendere a V. S. le grazie dovute, di tante benigne espressioni
e larghe offerte, quale io non merito nemmeno sentirle.
V. S. desista di queste dimostrazioni, che io da lui non voglio
altra cortesia, che di essere accettata per sua umilissima serva,
e mi sottoscriva così con il sangue del Signore, acciò
indelebilmente mi veda registrata nel libro delle piaghe di Gesù
Cristo; dove io continuamente lo servirò introducendolo
in esse per poi vederlo nel libro della vita, e come questo io
ricevo quel libro profittevole che mi invia quel rev/do sacerdote
suo amico, mentre in esso vi trovo la salute dell'anima, che l'indirizza
all'eterna vita, sicché umilmente gliene rendo infinite
grazie, e più gliene pregherò da Dio per dovuta
ricompensa.
Resta di più, che io di nuovo lo ringrazi della felice
nuova [che] mi da della liberazione del nostro signor D. Ignazio;
queste signor mio sono prodezze del Cielo, le di cui glorie sono
della Regina del Paradiso, che per essere la difensora delle innocenti
non esclude le preghiere dell'anime pure, quale (fuor che me)
sono state tutte codeste religiose sue carissime figlie.
Onde abbia pazienza V. S. se si vede posposto alle novizie divine,
poi che prima che lui, anzi prima delle prime novelle si seppe
nel nostro Monastero questa nuova felice.
Sicché nel medesimo punto che detta liberazione sortì,
ne fu ringraziato il Signore e sua Madre SS.ma, benché
in modo assai segreto per la dovuta circospezione, così
volubile sono le penne del Cielo, che in un attimo dell'oriente
all'occidente si trasferiscono; oh! quanto è ristretto
tutto l'universo recinto ad un divino corsiero, piaccia al Signore
che noi sgravati di queste pesi caduchi così agili voliamo
al Paradiso.
V. S. scusi questa mezza notizia [che] l'ho dato di ciò,
che divinamente si seppe del signor D. Ignazio. Poiché
per eccesso di giubilo, inavvedutamente mi venne tratta della
penna, ma io non me ne dolgo, poiché non ho nominato nessuno,
e V. S. non conosce nessuna del nostro Monastero, sicché
mi quieto, e per fine le dico che le nostre buone novizie vanno
alla meglio, come lui con loro va alla peggio, V. S. non a ragione
le sia più piacevole, la riverisco umilmente raccomandandomi
ai suoi santi sacrifici, come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 19 marzo 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
1677 03 23 AMBP ms. 127 / 77 autog.
Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.
o non so a che fine
V. R. mi ha fatto scrivere questi gaudij, da me altre volte scritte.
So nondimeno per divina congiuntura, che è stata cosa assai
grata a Dio, questa mia obbedienza, per essere forse indirizzata
ad alcuna altra divina compiacenza; poiché mentre ho scritto
mi è accaduto, come colui che mentre scrive, altro per
agevolarlo le tiene alla destra il calamaio.
Così ha fatto con me il mio Angelo Custode, spronato di
un altro suo pari, che io non conobbi; benché per oscura
notizia ho saputo che era il Custode di un devoto secolare. Io
non so altro, e sarei stata più che ingrata se non l'avessi
[ac]cennato a V. R.; poiché vi è il concorso di
Dio in modo speciale, che ne sia lodato il Signore.
[dal nostro monastero a di 23 marzo 1677]
sua umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione
Nota del Confessore: Fatta ad istanza del signor Barone del Gibellino, Panormitano, che si chiama D. Diego Giardina.

1677 04 01 AMBP ms. 23 / 77 copia
Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
edo per la sua ultima
lettera quanto egli va desiderando la santa mortificazione, strumento
in vero assai necessario nel spirituale edificio, senza di che
sarà come castello in aria senza fondamento. Ora dunque
mentre va così, io voglio cooperarmi a questo suo desiderio,
negando la compita notizia del conoscimento avutosi circa la liberazione
del signor D. Ignazio, incomincia da qui a violentarsi, giacché
tanto la desidera, ne occorre scusarsi con dire che le sarebbe
motivo di profitto; poiché da ogni disposizione l'effetto
e la esigenza, così lui prima di seminare raccolga il frutto
di questa divina semenza, effettuando per essa la mortificazione
di questa repressione, la quale è migliore di qual si sia
devotissima notizia.
Così vuole Dio, così la conoscente, così
pur io, dunque abbia pazienza "Deus meus et omnia",(1)
chi tiene Iddio nel cuore è consapevole del tutto, poiché
egli è conscio della più eccelsa notizia, "non
alium, non alium Domine nisi teipsum".(2) Così
dica V. S., così dirò io, e restiamo di accordo,
mi scusi per carità di questa mia brevità da lui
cotanto ricusata, poiché come crescono li miei peccati,
così abbondano le lettere che mi sono inviate, che di continuo
ne ricevo grossi pieghi, con quel disgusto che più non
si può pensare.
Benedetto sia Dio, che (quantunque io bramo) non mi da cuore di
poterle escludere con loro dispiacimento, il che mi trafigge tanto
il cuore che nel determinare silenzio, da un subito mi accingo
alle risposte, delle quali oggi ne ho finito 7.
V. S. mi scusi se ho parlato con impertinenza, e mi raccomandi
con le sue devotissime figlie al Signore e alla sua Madre SS.ma,
nelle cui mano la lascio con umile riverenza.
di V. S., Palma a di 01 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Dio mio è il tutto";
(2) "non altro, non altro se non te stesso Signore";
1677 04 01 AMBP ms. 24 / 77 copia
Alla Signora D. Caterina Montaperto, Panormitana.
ignora mia, se io
fossi sì valevole, come li sono in competenza nelle sue
angustie, certo che prima di ora sarebbe liberata, poiché
il mio cuore piange in sua compagnia la sua solitudine, che è
quanto di male può avere una nobilissima figliola, ma ciò
forse sarà la sua sorte entrando in cura di Colei che è
"Consolatrix afflictorum".(1) V. S. si abbandoni
nelle sue braccia, e poi dorma sicura, che lei l'assonnerà
col suo bambino, dandogli pabulo e latte di grazia e provvidenza,
di chi in questo sonno "Pater meus et Mater mea dereliquerunt
me Dominus autem assumpsit me",(2) che furono le proprie
parole che questa mattina Iddio mi pose in cuore, quando per V.
S. feci la santa comunione.
Goda carissima in questo suo abbandono, dove Iddio le sarà
Padre e Madre, ed oh! che vantaggio; questa è del mondo
la più alta assunzione, per dove chi sa ove la condurrà
Iddio, se per tal mezzo vorrà assolutamente il dominio
del suo cuore.
V. S. non potrà essere più felice, come quando sarà
tutta di Dio, io in esso la lascio pregando assieme con tutte
del nostro Monastero, per la libertà del signor suo Padre
e signori suoi parenti, che il tutto può Maria la nostra
SS.ma Madre, nella di cui pietà la ripongo, facendogli
umilissima riverenza, come fanno mia madre e sorelle, dedicandoci
a lei umilissime serve. di V. S., Palma a di 01 aprile 1677
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "Consolatrice degli afflitti";
(2) "il Padre mio e la Madre mia mi hanno abbandonato, ma
Dio mi ha salvato";
1677 04 01 AMBP ms. 128 / 77 autog.
Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.
icevo l'ordine di
V. R., che servirà di suo discarico, come di mio tormento,
e saria atto temerario invocarlo, più per aiuto o per conferenza,
mentre Dio così me l'ha privato per occorsa evidenza. Sicché
la sua infermità a me non ha portato novità, poiché
lui per me sempre è ammalato, così ha disposto Iddio,
di tanto mi contento; il mio cuore è pozzo senza fondo,
che ciò che si ci butta non si può più pescare.
Solo invio a V. R. un imperfetto racconto, che per essere da più
giorni successo, appena è [ac]cennato, e volentieri mi
induco ad inviarlo; poiché non è cosa che può
produrre atto di mia compassione. Con che potrebbe V. R. conturbarsi
il cuore, tanto mi basta; poiché io bramo più della
mia salute, per la quale sempre prego, benché indegnissima;
così prego V. R. a soffrirmi con pazienza, e mi benedica.
[dal nostro monastero a di 01 aprile 1677]
sua umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. - V. R. (dice la Madre SS.ma) annoveri mia madre e sorelle tra il grado di mio fratello; alle quali da qui innanzi le farà come lui del tutto consapevoli, senza altro contrassegno, che di ciò che scrivo. Io non so se me l'intendo, perché non so che dico, V. R. mi notificherà il tutto.
Nota del Confessore: Il racconto imperfettissimo che
cenna, fu la relazione che fece del caso successo al signor Caetano,
quale per obbedienza tornando a copiare, le fece alcune poche
aggiunte, e la dimora a raccontarlo non fu senza parte disposizione
di Dio, che oltre alle altre occorrenze che concorsero alla dimora,
l'ultima fu certa infermità di dolore successo al Confessore,
che lo trattenne a letto per alcuni giorni; dopo li quali per
un foglietto di detto Confessore riceve l'ordine suor Maria Crocefissa
di raccontare ciò che l'havesse di nuovo successo, ed ella
in risposta fece il presente accoppiandoci con esso la relazione
di ciò che successegli di straordinario per la liberazione
di detto signor D. Ignazio Caetano.
1677 04 02 AMBP ms. 25 / 77 copia
Alla Signora Duchessa di Poli, Romana.
elice dì,
beato giorno, fortunato tempo nel quale oggi arrivò a me
il Paradiso, al di cui incontro sono uscite le mie lacrime, che
ne rimasero bagnate le sacre reliquie, quale ricevo con l'Agnus
Dei e sante figure della sua carità inviatemi. Signora
Duchessa mia, io come pesce nel mare mi butto ai suoi piedi, quale
sempre sono state il nido del mio cuore, lasci la prego "subter
fuggere"(1) qui la sua vilissima serva che pare si affoghi
in questo mare oceano di sì innumerabili benefici.
Oh! Dio quanto vado immersa in questo placido mare del suo patrocinio,
dove navigo con prospero vento verso il Cielo, rendendomi volubile
verso colà li tanti singolari benefici, in corrispondenza
di che farà, che dirà la povera Crocefissa, non
altro in vero che dire con rossore "Domina non sum digna,
Domina non sum digna".(2)
Vada altrove tanto bene che il mio tetto è sì basso,
e tanto profondo il mio suolo che non capisce la inestimabiltà
di tal dono, ove per entrarvi bisogna passare per cupe sotterranee,
sin qui ella ha subentrato carica di celeste ricchezze per arricchire
con esse la mia povertà. Benvenuta mia signora, riposi
ormai la sua stracchezza, nella sedia del mio cuore, e sappia
che questi passi di accessi, queste umilissime fatiche la condurranno
all'eterna quiete. Oh! cose grandi sono queste, ma assai poche
per Dio, qual guiderdone per un piccolo sospiro una inondazione
celeste, ora che aspetta lei per aversi ad esempio di Dio, così
esinanito abbassandosi in sino a favorire la mia persona, la di
cui carità è stata a me ricchezza, e a Dio calamita;
e quindi carissima sorella che lui precipitoso si butta nelle
braccia del suo cuore, slanciandosi con braccia aperte per ritrattare
in esso la vera effigie del Crocifisso Amore, delinea l'amato
con pinzello di angustie, e colori di patimenti, impresse nel
drappo del suo cuore, quale per li travagli mi [ac]cenna riuscirà
un vero ritratto di Gesù Cristo.
Rallegrasi amica cara, canti mia sorella, "vivo ego, iam
non ego, vivit vero in me Christus",(3) io in esso la
lascio per trovarla in Paradiso, dove faremo se piace a Dio un
tripudio d'Amore con la felice compagnia di codeste sante reliquie,
quale chiamo teste di ciò che ho giurato ai piedi del Signore,
che tutto ciò che farò benché invalidissimo
etiam un sospiro il tutto sarà per la mia signora
Duchessa di Poli, sorella dell'anima mia, ambedue generata nelle
piaghe del Signore, e ciò saria niente se non vi fosse
l'ingiunta di tutto il nostro Monastero, quale tutto giolivo per
la inestimabiltà di tal dono sarà incessantemente
assiduo nella orazione in bene della nostra benefattrice Madre
e Padrona, la Madre SS.ma sia nostra comune guida al diritto sentiero
del Cielo, nelle cui mani la lascio con profondissimo inchino
come fanno mia madre e sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. S., Palma a di 02 aprile 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "prontamente fuggire";
(2) "Signora non sono degna, Signora non sono degna";
(3) Gal. 2, 20 "non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me";
1677 04 02 AMBP ms. 26 / 77 copia
Alla Signora Marchesa di Castelgirardi.
icevo la sua lettera,
e li suoi santi pensieri mi sono di sprone al bene, come di molta
confusione, vedendomi tanta oltre avanzata di un'anima sì
devota, come è quella di V. S., che vive nel secolo così
distaccata come nel Monastero; ove io abbondo di sì ottimi
aiuti, che sarei più dura che marmo se non mi mollificassi
in Dio, di cui ricevo più che arena del mare innumerabili
benefici, che dovrei qual pazza andar gridando "quid retribuam
Domino pro omnibus quae retribuit mihi?",(1) poiché
la grazia della religione è un Paradiso in terra, che rende
beati li suoi abitatori.
Felice V. S. che [an]noiata dal mondo, si ha eletto la sorte di
questi Angioli terrestri, godendo pure il merito della carità
nella educazione dei suoi signori figli, e sarà la sua
clausura la dolce caverna della piaga del Signore, ove qual pura
colomba nidificherà in essa parti di amare, con l'assistenza
però della Madre SS.ma, quale è sale di ogni divino
sapore. Per fine mi rallegro conoscendola per abito mia carissima
sorella, come già prima mi fu e sarà sempre padrona,
la riverisco ubbidendo ai suoi comandi, come pure fanno mia madre
e sorelle, quale pure riveriscono con me tutte le Signore, sue
figlie e signora sua sorella, offrendosi tutte loro servitrici.
di V. S., Palma a di 02 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "che cosa renderò al Signore, per tutte le cose che mi ha dato?";

1677 04 09 AMBP ms. 129 / 77 autog.
Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.
' proprio del sospetto,
somministrare oscurità e offuscazione. Io dunque sto in
esso tanta piena di caligine, che non mi da tregua il penoso duello
del si e del no; è o non è; fu o non fu; così
in me sempre si contrasta.
Ohimè quanto mi crucia questo crudelissimo forse, che se
mi certifica lo spirito della certezza, quantunque sia in mio
disfavore, mi da più meno martirio nella determinazione,
quale sarebbe di tacere e lacrimare, e mi quieterebbe in questo
amaro fine. Ma tanta amarezza non mi lascia godere lo spirito
del sospetto, stante che appena sedata, mi figura il dubbio per
limarmi il cuore con la durazione di tale martirio.
Sicché buttata nel mare dell'incertezza, ora mi affoga
il no, ora il si; ne so dove ho da smontare. Io vedo ombre, ma
tocco vento e niente piglio; ohimè grandi ordigni mi si
ordiscono, ed io ne resto dormendo, "cadent in reticulo
eius peccatores",(1) e per essere io tale vi sono incorsa,
singolarmente però vi sono caduta, poiché "donec
transeam"(2) [in questa vita] sino alla morte, che sarà
un transito di male, in male peggiore.
Basta io scrivo come fuor di senno cattivata sotto l'ombre del
mio sospetto, che non so che dico, mi benedica.
[dal nostro monastero a di 09 aprile 1677]
[sua umilissima suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]
(1) "i peccatori cadono nella sua rete";
(2) "mentre sono di passaggio";
Nota del Confessore: Si domanda dal Confessore la relazione
di un successo, come abbia saputo Crocefissa che il Padre D. Girolamo
Vitale abbia mandato copia di sua lettera al detto Padre Confessore,
ed ella le fa questa risposta retroscritta.
1677 04 16 AMBP ms. 27 / 77 copia
Al molto rev/do Padre D. Antonino Ventimiglia, Chierico Regolare.
ncora non è
giorno Padre carissimo, la luce non compare e noi stiamo all'ombre
di questa sua tribolazione; oh! Dio quanto mi affligge, ed oh!
quanto ne ha pianto tutto il nostro Monastero, di cui nostro Signore
è stato incessantemente pregato, e pur si segue per ottenerne
la meritata liberazione, cotanto dovuta alli poveri innocenti,
come io credo siano li signori suoi parenti, che il dirmi che
sempre sono vissute da santi, a me non è cosa nuova; poiché
mio Padre di s. m. era si come suo servo così divulgatore
della santità di codesta sua nobilissima Casa, ma altro
contrassegno non bisogna per affermarlo che la croce che portano,
quale è il signacolo che in fronte tengono li eletti per
il Paradiso. Oh! degno tesoro dei grandi del Cielo, questa è
la chiave d'oro che introduce a chi la porta alla "provatura"(1)
del Re sovrano, disserandogli per una eternità la porta
del Cielo, "beati qui lugent",(2) io in questa
beatitudine saluto coloro che piangono, in compagnia di cui io
mesta sospiro, piangendo le mie colpe causa del suo pianto e delle
piaghe di Gesù Cristo, ove lascio V. R. offerendomi incessante,
supplichevole per il nostro intento, con che umilmente la riverisco
come fanno mia madre e sorelle raccomandandoci tutte ai suoi SS.mi
sacrifici.
di V. R., Palma a di 16 aprile 1677
umilissima servitrice
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "familiarità";
(2) Mt. 5, 5 "beati coloro che piangono";
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Al molto rev/do Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
icevo la sua lettera
e il sacro volto, e vedo a quanto gran pianto mi chiama rappresentandomi
questa mestissima fi[g]ura, ohimè "quis mihi et
ut moriar"(1) insieme col mio Gesù così
spirato, Padre se a lui l'uccise il peccato, a me il dolore di
averlo commesso, che farei sempre una voce dicendo "peccavi,
peccavi miserere". (2)
V. R. non poté fare meglio di mandarlo a me, poiché
solo lo può sanare chi l'uccise, così è la
verità mentre nessun rimedio giova alla ferita della sua
dispiacenza, fuorché la medicina contraria del pentimento
di colui che la ferì; sicché per medicarla giova
più la mano di un peccatore, che quella del più
eccelso Serafino. Oh! Dio quanto siete affabile, anzitutto buono
poiché alle piaghe nostre volete più unguenti di
cuori umani, che estratti dolcissimi di celesti medicine; io misera
me sarò per lui quella vipera mordace, che siccome ho avuto
veleno per ammazzarlo, così farò triache per risanarlo,
piangerò ai piedi suoi quelle morsicature che furono a
lui (come sono a me) crudeli, quale se lo resero morto, io pure
voglio morire.
Onde questa mattina ho chiamato l'anima mia e fissandola a quel
sacro volto così l'ho detto "inspice et fac secundum
exemplar",(3) sì, ella mi ha risposto "eamus
et nos, ut moriamur cum eo",(4) così farò
poiché non posso soffrire disparità con lui, e giacché
egli non vive in me in modo sensibile, io mi farò come
lui morta insensibile, serrerò gl'occhi ad ogni attacco
terreno, vada il tutto che ciò che non è Dio per
me non è, mi agghiaccerò ad ogni peccaminoso incendio,
squallida mi farò perdendo il vermiglio di ogni concupiscibile
desiderio, inflessibile pure e senza piega ad ogni disordinata
condiscendenza, rimarrò con bocca aperta in una continua
aspirazione in Dio, cacciandomi l'ultimo fiato a colpi di tormenti.
Per fine mi chiuderò nel duro marmo del suo decreto, involta
nelle tenebre della mia mestizia, chiusa e suggellata con la lapide
della sua determinata lontananza, ed oh! morte felice che ritratta
in me la figura di Gesù, mia vita. "Sicut vita
mortis ita"(5) questa morte avventurata duella con la
vita "mors et vita duello",(6) e credo sarà
sua la vittoria poiché conquisterà la vita, e vita
eterna, come ben dice, V. R. che "mortui estis cum Christo
et vita vestra abscondita est cum illo".(7)
Dunque così ella va, che prima di vivere bisogna morire,
oh! belle stravaganze di amore tutte adorabili e divine; resta
oh! Padre che V. R. canti il requiem aeternam a questa
povera defunta, pregando Dio che le dia pace e quiete nelle morsicature
dei suoi insolentissimi vermi, che tanto la rodono nella sua pelle,
cioè nella parte estrinseca e inferiore, quale io vorrei
in una totale annichilazione, ed oh! mia fortuna signor mio se
io potessi dire col santo Davide "concedisti saccum meum
et circumdedisti me letitia".(8)
Oh! quando sarà quella ora che io lascerò questo
sudicio vestimento, questo fetido sepolcro; ohimè spoglia
mortale quanto di mesto ammanto mi vestì il cuore, pazienza
anima mia questa per ora è la nostra prigione, così
angusta e tenebrosa che nemmeno per fessura si gode l'aria di
Dio, non che sua luce vera; qui lui ci ha decretato, qui mi mobiliterò
col suo volere, così faremo, preghi di più V. R.
che io non sia incostante in questo mio proponimento, poiché
è una mala cosa assai dire e niente fare, e Dio mi libera
incorrere nel numero di coloro che sono vacue di opere e piene
di parole, per una delle quali così disse il Signore:
L'orazione di suor Teresa e la protezione di V. R. non mi faranno
incorrere in questo fulmine, così mi giova sperare, così
io spero. Padre V. R. torna a persuadermi che non ponga sott[ot]erra
i miei talenti, ed io torno a piangere protestandomi innanzi a
Dio che non li conosco, non che li posseggo, che se Dio per sua
pietà tal ora ha posto del suo oro nel mio fango, io non
so ora trovarlo, tanto sta involto in questo luogo. Io non mi
ricordo d'altro che della croce di Gesù Cristo, ma dato
che io avessi di che compiacere V. R. come ciò può
sortire, mentre io sono avvezza ad una estrema mutolenza etiam
con il mio Padre confessore, che nel comunicarle le cose dell'anima
mia ho passato il possibile, ne mi ha potuto sortire con altro
che per mezzo di alcuni scritti, quali dopo averli consegnato
mai mi ha(ve) uscito parola sopra di essi, ne io a lui, ne lui
a me, fuorché credo io due o tre volte, nelle quali con
ogni brevità mi ha domandato di alcuna parola forse oscura
o poco intesa, benché per sicurtà alle pochissime
volte mi ha detto che le cose mie prima di [con]servarsi vanno
ad esame di qualificate persone, quali io non conosco, ne loro
conoscono me. Sicché vivo quieta sotto velame di questa
in conoscenza, così io me la passo con molta sicurtà
e poche parole, a segno che fuorché un quarto di ora la
settimana, io non conosco il mio Padre confessore, che di bocca
a bocca non mi è necessaria più lunga udienza, così
lui per sua carità mi ha avvezzato, da che io ero piccola
figliuola.
Sicché sono cresciuta più con la penna, che con
la lingua, e in vero questo è gran dispaccio per un santo
distaccamento, poiché con tutto che fosse un filo d'oro
tiene impedito l'uccellino dal suo volo. Compatisca oh! Padre
questo sì lungo racconto, che io ho voluto darmi per scusata
in questo mio costume; quale benché sia volontario non
è senza mia gran fatica, poiché alla fine il mio
misero stato naturalmente aspira a molti aiuti, ad una gran cosa
il patire differente, e l'aiuto comune; oh! Dio io voglio il mio
istituto, ma lo patisco, che a dire il vero muoio ad ogni fiato,
vivo non è dubbio.
Oh! Padre di continue violenze che mi bisogna sempre stare con
la spada in mano per debellare questi moti contrari, e pur voglio
seguire sino a morte esibendomi mille tormenti per ogni moto,
si come ho offeso Iddio per ogni fiato; felice tormento, felice
mia clausura che così mi chiude nel recinto di un santo
abbandonamento, ove trovo ogni dispaccio terreno ogni contento.
Distorni Padre mio dalla sua richiesta, poiché il giumento
non è padrone del suo carico, ne meno discerne se carica
gemme o loto, anzi più carico va più abbassa il
capo, così io bestia stolidissima sono andata, carica delle
grazie di Dio che quanto più sono state, tante più
mi sono curvata umilmente ai piedi della santa obbedienza, consegnando
il tutto ai miei Superiori, di che sgravata mi sono data al riposo
di un totale spensieramento dormendo per esse nel letto della
oblivione, ne di ciò ho potuto far di meno da che mi fu
detto "ut iumentum te cupio quod nunquam recogitar qualitatem
ponderis de quo gravatum ambulat, tu ergo sic pro umilitate curva
in orreum obedientie festina curre ad illam, curre iuvencula Cristi
";(9) io adoro queste voci, e seguo io suoi comandi fuori
di ogni pensiero in un perfetto abbandono.
Circa poi la comunione non ho che avvisarle, poiché in
questa Quaresima si sono da tutte straordinariamente usati li
SS.mi Sacramenti, sicché io nel suo comando non ho pregiudicato
la comunità, ne ho contravvenuto la santa obbedienza, benché
le suddette ragioni le serviranno in dissuasione contraria; Padre
la vita comune con la particolare sono come il bianco e il nero,
ora come si possono uguagliare, io sono destinata più alla
croce che alla mensa, ne voglio altro sapore che la sua amarezza.
Mi dice poi che tiene speranza di farmi vedere a suor Teresa,
ma io Padre da che l'ho inteso mi posi a tremare, Gesù
che grande aggiunta vuole essere questa, V. R. in far questo vuole
dipingere il quadro di S. Michele Arcangelo con lucifero ai suoi
piedi, che tale io sono con lo spirito di suor Teresa tutto angelico,
se questo sarà io godrò la sua carità e la
mia fortuna.
Di più mi dispiace in sino al cuore che V. R. ancora si
duole della mia rustichezza, che non volle farle agiatamente vedere
la Madre Santa che tengo nel mio petto; onde io sbigottita della
penitenza mi impone, e della pena che ancora l'affligge l'invio
questa santa immagine, acciò se la goda senza mio rossore
a suo bel aggio, non rifiuta di più certi pochi Agnus
Dei mandatemi della signora Duchessa di Poli, sorella dell'anima
mia, che quantunque lei abita in Roma ambedue viviamo chiuse nelle
piaghe del Signore. Il simile donarello invio a suor Teresa, riverendo
ambedue di pari e santo affetto, Padre scusi il mio ardire e mi
perdoni e sappia che la sua carità non è più,
della mia gratitudine, sicché la povera Crocefissa si prostra
ai suoi piedi ringraziandolo di tanti benefici, e precise del
santo volto che sarà il guanciale del mio cuore, ove con
esso dormirò sopra le spine; la lettera è stata
assai lunga, ma scusabile volendo rispondere alle sue proposte,
mi perdoni per carità e mi benedica.
Palma a di 16 aprile 1677
sua umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Io mi sono servita della sua offerta, in modo che la
carta non mi basta, e mi bisogna servire di questa, dove le dico
che già la Quaresima è passata, e la perplessità
di V. R. è finita, circa la sua astinenza, quale sarebbe
più di Dio che di V. R., se per non volersi cibare di carne,
astenersi Iddio del futuro della sua predica, in pabulo dell'anime,
per le quali il Signore le disse "pasce oves meas"(10)
e sarebbe una gran pazzia se per non voler mangiar il Pastore
affamicasse pure il gregge del suo ovile, buttandosi deiettato
in un cantone con perdita irreparabile delle sue pecorelle. Orsù
egli ha inteso io non posso dire altro, poiché sempre così
ha perdurato il mio sentimento quale ho esatto nelle mie povere
orazione. Mi dice poi che il giubilo sia aperto, e si chiuderà
quanto prima, io rispondo a questa enigma, che per lui non vi
è chiave per chiuderlo, poiché tale intuito non
è umano, ma divino, ma se lui mi reietta io ricorrerò
a colui che "aperit et nemo claudit in saecula saeculorum",(11)
o introduzione felice che conduce all'eterna.
(1) "possa io morire per chi si da per me";
(2) "ho peccato, ho peccato abbi pietà";
(3) Es. 25,40 "Contempla e fai quanto ti è stato mostrato";
(4) Gv. 11,16 "andiamo anche noi e moriamo con lui";
(5) "Come la vita, così la morte";
(6) "la morte e la vita in lotta";
(7) "siete morti con Cristo, e la vostra vita è nascosta
con lui";
(8) "mi hai dato il sacco, e mi hai rivestito di letizia";
(9) "come il giumento che cammina e non mai pensa alla qualità
del peso di cui è caricato, così tu dunque, piegato
per umiltà sotto il peso dell'obbedienza, corri verso quella,
corri o giovanetta di Cristo";
(10) "pasci le mie pecore";
(11) "apre e nessuno chiude, nei secoli dei secoli";

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Alla Signora Principessa di Rocca fiorita.
a solennità
Pasquale sia compita in lei mia signora carissima, godendo di
quei beni che diedero a noi copiose le piaghe del Signore, di
cui io le prego ogni felicità spirituale e temporale come
lei desidera, pregando pure V. E. a scusarmi se con questa brevità
le rispondo stante la strettezza di tempo mi porgono le funzioni
lunghissime della settimana santa, dove siamo, ma ciò poco
importa, poiché tra di noi signora non vi vuole carta per
arrivare le nostre istanze, quale sono strettissime nelle piaghe
del Signore, ove giornalmente l'abbraccio con le mie indegne orazioni.
Qui dunque la lascio, ove sempre la trovo, mentre sotto la SS.ma
destra della Madre Santa l'abbraccio con umilissimo inchino, come
pure mia madre e sorelle umilmente la riveriscono.
di V. E., Palma a di 16 aprile 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
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A suor Teresa Crocifissa Bruno, religiosa domenicana, Sciacca.
aec dies, quam fecit
Dominus exultemus, et letemur in ea",(1) Alleluia. Così
oggi si rallegra santa Chiesa, così pure noi Alleluia,
alleluia carissima sorella "iam hiems transiit, imber
abiit et recessit".(2) Rasciughi gl'occhi, già
il diluvio è passato delle pene di Gesù Cristo,
la sua vermiglia pioggia già innaffiò la terra nostra,
e nacque a noi la primavera fiorita "flores apparuerunt
in terra nostra".(3) Venite carissima, rallegratevi il
cuore per quanto vi hanno lacrimato gl'occhi, odorate le sue rose,
che produssero le sue spine, e gustate li frutti, che produsse
la sua morte nella nostra redenzione.
Oh che amenità! Oh che campo ameno! piantò nella
sua croce Gesù Cristo, dove nacquero le rose dei Martiri,
le viole degli Anocoreti, e confessore, li gigli delle vergini,
e altro genere di fragranze tutte divine; oh che soavità!
oh che contento! "Gentes Redemptae plaudite",(4)
io in questo tripudio di Amore la chiamo con Maddalena all'orto,
non di Getsemani, che per me lo serbo; ma a quello amenissimo,
dove andrà a diporto con il suo divino Ortolano, che così
l'invita "surge propera amica mea".(5)
Vada, vada con esso alla buonora, che forse lui le dirà
in tante sue delizie "vox turturis audita est in terra
nostra",(6) non sdegnando in tante loro amenità
la voce mia, che a guisa di mesta tortorella piange, e sospira
la sua lontananza.
Fate a me pietà dando al vostro diletto buon consiglio,
inviandolo per più piacere, un poco a caccia, poiché,
chi sa! predasse con l'altre questa meschina tortorella, quale
con amare voci lo chiama, ancor che per ucciderla.
Caschi ella nelle sue mani, ne curi divenire un penoso arrosto,
purché sia suo convito, li tringiamenti suoi sono miei
contenti. Io per tale mio interesse di nuovo la chiamo, "descende
in hortum mecum ut videam poma convallium",(7) questo
è un orto di noci, che pomi produce, oh Dio come ella va!
Nacquero mai pomi nelle piante di noci; sicché tale produzione
coltiva questo divino giardiniere.
Sicché nelle piante di noci, di tutto ciò che nuoce
al senso si producono quei pomi, che domanda la sposa per delizio
di amore "fulcite me floribus, stipate me malis, quia
amore langueo".(8) Oh! Dio quanto fiorisce gioliva la
mia Teresa tra queste fiori! ma più lontanamente conviva
tra tale pomi, buon pro, buon pro, per una eternità carissima.
Io qual cagna vilissima vado leccando le miche della sua mensa,
rimanendo di più sempre famelica. Non si scordi della mia
mendicità nella sua abbondanza, dove io pregherò
Iddio che la conservi, desiderandogli felicissime queste sante
feste, la di cui allegrezza ha dato adito al mio ardire di molestare
la sua quiete, con queste mie noie. Mi perdoni sorella che oggi
il giubilo è dovuto ai peccatori, dei quali io sono la
più perversa; si che canto ai piedi vostri alleluia
alleluia al nostro Redentore. Risponda ella per me, cantando
alla Madre SS.ma la Regina Coeli, sotto la di cui destra
l'abbraccio con umilissimo affetto, come fanno mia madre e sorelle,
e tutte del nostro Monastero di Palma.
Palma a di 17 aprile 1677
sua indegna serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Carissima sorella io così fossi buona come sono
ricordevole dei suoi benefici, quali mi confondono alla corrispondenza,
benché non saprei giudicare qual sia più fortuna,
se io in essere soccorsa di una ricca, o pur lei in sovvenire
una povera, in persona di cui così parla Gesù Cristo
"quod uni ex minimis meis fecistis mihi fecistis".(9)
Basta qui si decide che per lei va meglio, ma la mia Madre SS.ma
vuol che io sia grata; onde io gliela invio acciò lei per
me dia li dovuti ringraziamenti, la riceva ella non come dono
mio, ma come Madre del suo diletto, che se ella mi inviò
lo specchio del suo cuore, io l'invio lo scudo del mio petto,
poiché per istituto questa sacra immagine portiamo nell'abito,
la riceva per suo amore con altri pochi Agnus Dei, uno dei quali
è composto di sangue e ossa di Martiri, capitatici da Roma,
sono stata lunga mi perdoni.
La lettera per Monsignore la scrissi a petizione del signor Canonico,
che me la domandò per il suo ritorno, ma io pensava che
lui sarebbe partito sino a Mercoledì; sicché per
inavvertenza gliela feci secondo il tempo presente, che infatti
questa mattina la scrissi ad alcune altre, se V. R. giudica non
essere conveniente per il tempo che avrà di arrivare me
la rimandi che la farò più a proposito, ma se stima
altrimenti la potrà dare al signor Canonico, poiché
è già copiata, e se le pare necessario le farà
la scusa del suddetto proposito, che fu per volere andare con
la corrente, dove mi portò il mio sentimento senza pensare
ad altro, V. R. mi benedica.
(1) "Questo è il giorno fatto dal
Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso";
(2) "Già l'inverno è passato, la pioggia è
cessata e se n'è andata ed è cessata";
(3) "i fiori sono apparsi nella nostra campagna";
(4) "popoli redenti applaudite";
(5) "alzati, avvicinati amica mia";
(6) "si è udita la voce della tortora nella nostra
campagna";
(7) "scendi in mia compagnia nel giardino, affinché
veda i frutti delle vallate";
(8) "riempite me di fiori, saziatemi di mele, perché
muoio di amore";
(9) "ciò che avete fatto a uno dei più piccoli,
l'avete fatto a me";
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A Mons. [ Fra Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
lleluia, allelluia
ill/mo Signore è passato l'inverno, fiorì [la] primavera,
giubila il mondo, santa Chiesa canta, "haec dies quam
fecit Dominus exultemus et laetemur in ea",(1) pure io
vengo con questa ciurma di giubilante ai piedi del mio Pastore,
acciò mi dia compito il giubilo Pasquale con la sua santa
benedizione, come tutte desideriamo di questo suo Monastero, quale
resta sommamente approfittato della predicazione del signor Canonico
D. Geronimo Farchica soggetto in vero degno di sublime residenza,
essendo fedele negoziante dei suoi talenti, quale rende centuplicate
a Dio nella salute dell'anime.
Non può essere di meno mentre conviene alla sua Cattedrale,
come sarà ottimo operaio nella sua Diocesi, nelle mani
di V. S. ill/ma non possono ritrovare, sicché persone tali,
io in buone mano la lascio, e qui l'ascrivo con il sangue di Gesù
Cristo raccomandandogliela tanto, per quanto me l'ha comandato
il suo fattore, per amor di cui V. S. ill/ma esaudirà questi
miei affetti, che per essere di pura carità diverranno
nelle sue mani vaghe rose, nate però da quelle spine che
al capo di Gesù fecero piaghe, le di cui meriti produssero
a noi fiori di virtù, e frutti di amore, nella di cui dolcezza
oggi conviva il genere umano già libero e redento, cantando
alla sua mensa "fructus eius dulcis est gutturi meo bon
pro".(2) Buon pro Monsignore ill/mo, io qui la lascio
con umilissimo inchino. Palma a di 18 aprile 1677
umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "questo è il giorno che ha
fatto il Signore, esultiamo e rallegriamoci in esso";
(2) "il suo frutto è dolce alla mia gola, (ti faccia)
buon pro";

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Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
ossa di pietà,
dico a V. R. che le pene di quell'anima, che fu [la] causa della
prigione del signor D. Ignazio, vanno strettissime più
che mai nel torchio del Purgatorio; in modo che la meschina manda
scintille di fuoco per lacrime, gridando con amari singhiozzi
"Peccavi, peccavi miserere",(1) che un cuore
di pietra si commuoverebbe alle sue fiamme, di che sta tutta penetrata
la sua sostanza spirituale quale carbone, tanto sono atroci queste
sono invisibili, che rose sarebbero li nostri materiali, basta
sono cose non confacevoli al nostro udito, di che si commuove
etiam il cuore di Dio. Oh! cuore di Padre invero è quello
di Dio, era egli poco adirato contro costei questi giorni addietro,
eppure oggi anela a darle aiuto con la ricevuta di alcuno bene
in suo suffragio; sicché due volte il mio S. Angelo Custode
così da parte sua mi ha ricordato (ricordatevi mi ha detto
all'orecchio), di quell'anima meschina che piange in Purgatorio.
Essa era devota di santa Maria La Bona, alla quale Signora, io
sono andata per domandarle il modo di suffragarla, che prontamente
così mi ispirò, cioè, che ricorressi al signor
D. Ignazio e signor D. Vincenzo, ai quali chiedessi per elemosina
questo suffragio; consistente in 15 messe, fatte celebrare in
tre giorni all'altare di nostra Signora del Rosario nella solennità
presente, quali saranno 15 rose che refrigeranno quelle sante
pene, che questa anima patisce maggiormente, dove avrà
da stare lungo tempo in di sconto dei suoi peccati; atto ci carità
sarà questo che acceso di codesto fuoco per cagione di
che si opera ergerà verso il Cielo 15 virgolette di fumo,
per profumare il cuore a Dio e sua SS.ma Madre, la quale acco[mu]nerà
tale opera con la fragranza delle sue rose, colmando di meriti
codesti signori, che tanto miti sono stati con i suoi nemici,
come piacevole fu il suo Gesù con i suoi crocifissori.
Io per me tra tante rose mi scelgo le spine, che tale sono le
mie affannate orazioni, stante lo stato ove mi trovo, con che
andrò sempre pungendo il cuore a Dio, acciò li colmi
di veri beni e di benedizioni, e ciò non fo posticcio ma
di vero cuore, che dal loro travaglio in qua, più sono
state per loro che per me le mie indegne orazioni, così
sempre seguirò portandomi sì santo affetto in santa
confidenza, con che per ordine divino le domando il suddetto sovvenimento
nel modo predetto.
Orsù la Madre SS.ma, siccome ci ha liberato dal male immaginabile,
quale sarebbe occorso prima della Domenica delle Palme, dandoci
con la liberazione le feste felicissime, così vuole dal
signor Ignazio le buone lavoranti, poiché per Mercoledì
vuole nel suo altare li santi sacrifici seguendo l'altre come
sopra ho detto, ma la elemosina la vuole in questo modo, che l'ordine
della celebrazione la dia il signor D. Vincenzo, bastandovi solo
il consenso del signor D. Ignazio; Ella sta più che sicura
della loro prontezza, ma non vuole altro per ora, poiché
altro refrigerio non le viene concesso a quella anima meschina,
che deve per altro saldare il conto tirato nel libro della giustizia
divina. Padre V. R. non tardi a fare manifesto questo avviso,
quale darà in suo nome e come a lui piace, purché
non specifichi altro nome, che di averlo tratto di una sua penitente,
che sarebbe un male fondarlo e mio gran rossore se mi nominasse
manifestamente, io per fine lo consegno alle sue mani, egli farà
come si contenta.
[dal nostro monastero a di 19 aprile 1677]
[sua umilissima suddita]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) "Ho peccato, ho peccato abbi pietà di me";
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Al Padre Don Geronimo Ribera, sacerdote.
e
sempre l'ho stimato da padrone e parente, ora più che mai
lo stimerò, così conoscendolo più propinquo
nella consanguineità di Gesù Cristo, ove per la
lettera lo trovo. Oh! quanto invaghito del conoscimento proprio,
punto in vero e questo quanto vale, vuole tanto necessario per
il spirituale edificio, beato chi si pone sotterra in questa base
della santa umiltà, per ergersi in Dio in altissimo rampollo,
"nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit
ipsum solum manet", (1) qui germina il nostro cuore frutti
di Paradiso gratissimi al Signore; benché "mortuum
fuerit" (2) bisogna prima morire a noi stessi, e poi
rinascere alla vita che conduce alla eterna gloriosa e beata.
Il frumento non germoglia se non rompe la sua corteccia, ne il
nostro cuore produce virtù se non frange con mille fratture
di violenze la parte inferiore e sensuale; in questa distruzione
consiste la vera raccolta dell'anima, quale in questo raccolto
gusterà la sazietà eterna, pazienza per ora che
è tempo di seme, poiché chi "seminant in
lacrimis in exultatione metent",(3) poca fatica in vero
è la presente, in comparazione della retribuzione eterna,
la vita è un sonno, la vanità e un vento che passano
in volo, altra importanza non vi è, che un male o un bene
eterno. V. S. pensi qui, che in breve diverrà vero dispregiatore
del temporale che è tutto loto, la Madre SS.ma coltiverà
il giardino del suo cuore, che mediante la terra del conoscimento
proprio germoglierà il vero giglio d'amore Gesù
Cristo, ai piedi di cui la lascio riverendolo con umilissimo affetto,
come fanno mia madre e sorelle. Mentre per fine la ringrazio dei
belli fiori procuratemi, di che gliene darà gran merito
il Signore, che serviranno per sua grata fragranza sull'altare,
la dove V. S. pregherà per me nei suoi santi sacrifici,
come farò io benché indegnissima nelle mie povere
orazioni, quali avvalorerò con quelle fervorose delle mie
sorelle tutte, però con li meriti del nostro Redentore.
Palma a di 26 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "se il chicco di frumento cadendo
in terra non sarà morto, rimane solo se stesso";
(2) "sarà morto";
(3) Sal. 125, 5 "chi semina nelle lacrime mieterà
con giubilo";
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Al Padre Don Giovanni Birelli, della Compagnia di Gesù.
icevo la sua lettera,
e conosco la sua benignità prima della sua persona, la
di cui carità odora più che li fiori [che] mi invia,
che ha reso qual fiorita primavera l'anima mia, mercé li
suoi santi ricordi e documenti. Sicché Padre carissimo,
io in queste fragranze odoro il candido giglio Gesù Cristo,
nato qui fra noi tra le spine di tanti patimenti, fiorito già
nel campo ameno del monte Calvario, ove si odorano le rose immarcescibili
delle sue sacratissime ferite.
Io qui lo chiamo per succhiare qual apicella il miele dolcissimo
di questo vermiglio fiore, quale si trae a forza di patimenti
ad imitazione del medesimo giardiniere Cristo nostro Signore;
orsù chiamiamo colei a cui possiamo dire "ut apis
favum mellis verbum suxisti",(1) acciò ci impetri
forza nell'acerbo di questa vita per condurci alla soavità
dell'altra, essa Maria Signora nostra pure inghiottì questo
miele a sorsi di amarissime lacrime, e dal nomarsi Mater dolorosa,
pervenne al grado della Regina Coeli, essa sia il nostro
"speculum sine macula",(2) ove lascio fisso V.
R. per divenire un vero simulacro dell'oggetto opposto.
Mentre per fine le rendo le dovute grazie dei fiori, medaglie
e figure del SS.mo piede di Maria nostra Signora, quale saranno
le corone dei capi nostri, come ella è lo scopo del nostro
cuore; V. R. riceva questi umilissimi affetti mentre prostrata
sino a terra la riverisco e domando la santa benedizione, come
pure fa suor Maria Gioseppa, restandogli obbligatissima della
santa medaglia, quale saranno a noi continui sproni, per raccomandarlo
a Dio nelle nostre pigre orazioni, come V. R. ci comanda a cui
supplichiamo a farci partecipi dei suoi santi sacrifici.
Palma a di 26 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Riverisco la signora D. Isabella di Palermo, a cui noi
aspettiamo con braccia aperte attendendo alla sua venuta, se piacerà
al Signore, in cui l'arruolo nel numero di carissima sorella.
(1) "hai succhiato la parola, come l'ape
[succhia] il favo del miele";
(2) "specchio senza macchia";

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Alla Signora D. Laurea Zumbardo, religiosa di Cuniglione.
arissima mia sorella,
"quam bonus Israel Deus his qui recti sunt corde".(1)
Così mi fa esclamare la sua lettera piena di pusillanimità
e timore, cessi ormai carissima di tante mestizie e sbigottimenti,
che il nostro Iddio non è giudice di severità, ma
Padre di amore; benché "his qui recti sunt corde",(2)
un cuore rettamente in Dio è calamita del suo amore, qual
rettitudine sorvola l'anima al suo Creatore.
Ma tale agilità richiede leggerezza e distacco da ogni
affetto terreno, che un cuore oppresso di questo peso non sale
in Dio, ma corre nel profondo. Oh! quanto va differente lo sposalizio
di Dio con l'anima, di quello [che] si usa al mondo, quale nella
dote si conferma, che quanto più ricca sarà più
si contenta, non fa così il nostro Dio anzi il contrario,
poiché vuole la sposa sua nuda e spogliata, affatto disciolta
da ogni attacco umano.
Carissima sorella, e cui ebbi tal ventura e si divina sorte, lasciare
il fango e ritrovare il Cielo, così ricompensa cento per
uno il Datore divino, una povera Creatura non ha di che fermare
i capitoli sponsali per il suo sposo divino, quale si contenta
di un foglio bianco senza altro notamento, cioè un cuore
puro senza nero carattere di umano valsente; si gloria colei che
può dire "vox mea in candore"(3) a cui
risponde lo sposo "sponsabo te in fide",(4) cioè
nella fedeltà di tale promessa, ove si fermano i capitoli
di sì divini sponsali.
Alla buon ora, alla buon ora carissima se tal casamento sortì
nel vostro cuore, io famelica ne sto aspettando le nozze, mediante
le vostre sante orazioni, quali vorrei per mano di Maria, la nostra
Madre, che me li darà dolcissime nella grazia del suo SS.mo
Figlio, ed io bacerei quelle beneficentissime mani che sono la
dolcezza del mio cuore. Carissima sorella, felici noi se lei ci
desse la sua santa benedizione, sicché ambedue prostrate
gridiamo ad alta voce: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
di V. S., Palma a di 26 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Gradisco a sommo, il devoto reliquiario [che] mi manda,
quale serberò nel mio cuore pregando il Signore, che lui
corrisponda per me, dandogli tanto bene quanto lei desia, mentre
di nuovo la saluto nelle piaghe del Signore.
(1) "quanto è buono il Dio di Israele,
per quelli che sono retti di cuore";
(2) "a quelli che sono retti di cuore";
(3) "la mia voce è nella purezza;
(4) "ti sposerò nella fedeltà";
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Alla Signora D. Nicoletta Gupiero, spagnola.
icevo la favorita
di V. S., che mi ferisce il c uore notificandomi per essa la sua
infermità e continua tribolazione, per causa della poca
gratitudine che trova il Signore, suo consorte, in tante sue diligenze
usate nell'officio di Presidente.
Carissima mia signora, che cosa vuole dare il mondo mentre egli
è uno spinaio che trafigge, chi lo tocca non che a chi
lo maneggia; sicché li suoi abitatori altra voce non mandano
che un ohimè continuo, che al solo sentirla vi lastimano
il cuore, beato chi lo spregia per più nobile partito quale
è l'amor di Dio, il quale mai seppe ingratitudine verso
coloro che lo servono, anzi centuplicatamente li da il dovuto
premio, felice ventura di coloro che lo seguono. Benché
la sua bandiera inalbera la santa Croce, sotto la di cui insegna
militano li suoi seguaci, di cui sarà la vittoria lassù
nel Cielo, ed è una ricca usura dare per godimenti eterni
fatiche transitorie; oh! quanto di buon mercato si da il nostro
Dio, di cui V. S. ne tiene ottimo pegno nella Croce, che lui l'ha
dato quale è la moneta che compra il Paradiso, non dimeno
io pregherò benché indegnissima per la sua bramata
grazia, e spero che la Madre SS.ma gradirà la sua devozione,
con che non ha sdegnato ricorrere a me gran peccatrice. Io ai
suoi piedi la lascio riverendola umilmente con caldissimo affetto.
di V. S., Palma a di 26 aprile 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
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Al Padre Eusebio della Licata, Cappuccino.
he luce può
dare una cieca, che a passi di gran cascate cammina, così
all'oscuro mi sono ridotta, per la caligine dei miei peccati;
eppure V. P. viene a queste tenebre per riportarne luce, quale
io traggo di quella che "descendens a Patre luminum"(1)
riceve egli tale splendore non dalla peccatrice ma di colui che
si dichiara più con gl'esempi che con parole. Onde questa
mattina avendo fatto la santa comunione per V. P., esponendo al
Signore le sue richieste, che mi [ac]cennò di presenza,
lui accettò volentieri il tutto per cui altro risposi "cum
dilexisset suos qui erant in mundo in finem dilexit eos".(2)
Padre, "in finem dilexit eos";(3) oh! grande
esempio di colui che nella sua età sta verso il fine, "qui
perseveraverit usque in finem hic salvus erit",(4) nostro
Signore ubbidì sino alla morte, e vuole che lui lo segua
sino alla fine, nella salute dei prossimi, che se non potrà
totalmente alla cura delle loro infermità spirituale le
giovi almeno nella composizione della medicina, atta a guarire
le sue piaghe, quale sono le religiosi che devono essere unguenti
a tale malore.
Sicché nella loro fragranza devono tirare a Dio tutti li
mondani, in modo che tratte dai loro esempi, predicazione ed opere
possono dire "in odorem unguentorum tuorum currimus",(5)
ma se la medicina è putrida più corrompe che sana
per bene dei suoi; cioè, delle sue famiglie qual deve amare
più stando nel fine, potrà ripigliarsi la voce attiva
e passiva, con che giovando alla sua religione gioverà
pure a tutte l'anime, quali saranno guarite da queste medicine
e preziosi unguenti. Non ricusi per carità tale curagione,
poiché il mondo oggi puzza per abbondanza di ferite mortali,
abbia pietà del nostro Dio che par si abbia fatto rauca
la voce chiamando operaie alla salute dell'anime, ma ai suoi intenti
ognun volta le spalle, dove nessuno vuole caricare la sua Croce,
e pure in essa lui sopraffatto morì per salute nostra,
queste non sono mie querele.
Ma pianti di colui che sospirando dice "vos fugam capietis
et ego vadam immolari pro vobis", (6) lagnandosi di tutti
li religiosi in persona dei suoi Discepoli, che così indifeso
lo lasciano crocifiggere, nella Croce del peccato; oh! miseri
tempi nostri che così si dorme per Dio, ed è tempo
questo di dormire, quando tutto l'inferno per tradire il Signore
procurando di levarle il suo Regno che sta nel nostro cuore, "Regnum
Dei intra vos est", (7) quale lui tanto stima che lasciò
il Paradiso per riacquistarlo. Ohimè lui dice il vero "omnes
amici mei dereliquerunt me, et prevalerunt insidiantes mihi",(8)
ove parla Dio non vi vogliono parole di peccatrice, V. P. l'ha
inteso io già mi taccio, chiedendole perdono non del contenuto
che non fu mio, ma se malamente l'ho tradotto dal divino al linguaggio
umano, con che ingenuamente ho riferito e non inventato.
Per fine prostrata ai suoi piedi per tanti capi la ringrazio,
delle tante carità usatemi che per me compenserà
il Signore, ne posso offrirle l'efficacia delle mie orazioni,
stante la loro inabilità è tenue valore; tanto più
che lui tiene per se due angeli terrestri, quali sono li signori
suoi nipoti, di cui io confesso di aver ricevuto inesplicabile
e remotissimo bene, di quella forma come sa il Signore. Io Padre
ammutolisco, poiché mi confondo al grave peso di una tanta
obbligazione, V. P. esiga il debito mio dalle piaghe del Signore,
e con la sua Madre SS.ma mi dia la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 28 aprile 1677
umilissima serva in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "discendendo dal Padre dei lumi";
(2) "avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò
sino alla fine";
(3) "li amò sino alla fine";
(4) "chi avrà perseverato sino alla fine, questo sarà
salvato";
(5) "noi corriamo al profumo dei tuoi unguenti";
(6) "voi prenderete la fuga, mentre io vado ad immolarmi
per voi";
(7) Lc. 17, 21 "il regno di Dio è in mezzo a voi";
(8) "tutti i miei amici mi hanno abbandonato, e sono prevalsi
quelli che mi tormentano";

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Alla Signora Principessa di Cutò, Panormitana.
ppena posso rispondere
alla sua afflittissima lettera, tanto mi trafisse la sua pena,
che per mio castigo ancora persiste in suo tormento. Carissima
mia signora, l'orazioni non cessano questa è la verità,
ma per li miei peccati continuano.
Onde sono d'impedimento alla grazia, che forse ci vuole fare il
Signore, sicché io avveduta di questo sono ricorsa all'orazioni
del nostro Monastero, il quale con tanta carità ha continuato
con vari esercizi e più devozioni, per impetrare da Dio
la libertà del signor Principe; e con tutto che il negozio
vada peggiorando noi non ci straccheremo, ma con li travagli pure
aumenteranno le suppliche, che dimostreranno alla fine quanto
il nostro Iddio è riparatore dei casi disperati.
V. E. si dia animo e plachi Iddio con la santa sofferenza, poiché
ella vince di cortesia, ed è calamita della divina grazia,
tempo verrà che essa conoscerà quanto gran bene
ci causa questa tribolazione, quale nostro Signore ci diede in
miglioramento delli loro costumi. Per fine, come per forza, finisco
stante la mia infermità che mi costringe al fine, per la
quale mi scuserà V. E. se all'altra sua non risposi stante
questo impedimento, la Madre SS.ma le sia consolatrice e Madre,
dove io la lascio con umile riverenza come fanno mia madre e sorelle.
di V. E., Palma a di 05 maggio 1677
umilissima serva peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione
1677 05 06 AMBP ms. 40 / 77 copia
A suor Francesca Serafina Buglio, religiosa, Alicata.
arissima mia sorella,
oh! quanto meglio sarebbe se lei venisse da me per insegnarmi,
che per consigliarsi, io sono una povera cieca che cammina all'oscuro,
ne altro bastone mi da appoggio che la Croce di Gesù Cristo;
e siccome io non ho altra luce, così non ho altra consolazione
per consolarla che le sue sacre ferite, qui V. S. ricorra non
per risanarsi, ma per inanimarsi a più patire, come appunto
esempio le da quello spalancato cuore che per nostro amore morì
con ardente desiderio di maggior patire, V. S. è la vera
sposa del Signore, mentre li fa compagna sulla Croce.
Vero è carissima sorella, che non è accettabile
ogni sorte di patire, poiché vi è sorte di tentazione
che si devono fuggire, come l'inferno per il pericolo dove ci
conducono, non dimeno il grano quanto più è pieno
di loto più si crivella, e non per questo si butta, così
l'istigazioni del demonio quanto più sono nella parte inferiore
che è tutta fango, più si purifica con il crivello
della continua attenzione, separando il buono dal cattivo; cioè,
scegliendo per noi la materia del patimento, e rigettando via
l'occasione del peccato, quale quanto più è gagliarda
tanto più si resiste dandosi delli forti colpi con la spada
della resistenza; V. S. non si debiliti in essa, che tempo verrà
che ella sarà la sua corona, poiché "non
coronabitur nisi qui legitime cestaverit".(1)
Io benché in degnissima, pregherò la SS.ma Madre
che con la sua mano vittrice le dia la vittoria per coronarla
regina in Paradiso, deve ella può operare alcun umano medicamento,
per guarirsi dell'umor malinconico, da dove questa sua afflizione
in gran parte deriva, essendo questo umore di gran nocumento dell'anima
e del corpo, per il che è di gran giovamento il deviarsi
con fatiche manuali, ma la miglior medicina è la conferma
alla volontà del Signore dove si guarisce ogni nostro male.
V. S. qui attenda maggiormente, persuadendosi che senza la Croce
non si può trovare Dio, per amor di cui niente sarà
ogni patimento, alla fine noi siamo figli di Adamo e siccome non
l'abbiamo degenerato nella colpa, così ne anche le saremo
dissimili nella pena, buono è che ella ci conduce in Paradiso,
che è il maggior guiderdone che ci può dare il nostro
Iddio, dove io la lascio ai piedi del Crocifisso; tragga ella
da quelle sue piaghe unguenti per le sue ferite, mentre per fine
mi dolgo di vederla sì desolata con le signore sue sorelle
mie padrone, alle quali umilmente riverisco, e con V. S. di cuore
abbraccio come fanno mia madre e sorelle tutte sue umilissime
serve, ma con più caldezza abbraccio la mia Rosuzza piccolina
innocente, alla quale V. S. darà l'acclusa coroncina con
che la lego alle mani della Madre SS.ma, acciò così
Angiolina la conservi.
di V. S., Palma a di 06 maggio 1677
umilissima serva peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Invio a V. S. una orazione della SS.ma Madre, che è
stata di santa esperienza indifesa delle tenebre notturne e tentazione
diabolica, la quale sarà opportuna per la sua afflizione;
ma V. S. non la reciti se prima non le viene data licenza del
suo Padre Confessore, che se sarà ancora il Padre Giacopinello,(2)
io umilmente lo riverisco, a cui per cupe condotte sono infinitamente
obbligata, poiché nessuno come lui mi conosce. Benché
desio che i suoi sensi si riducono in opere, cotanto dovute ai
miei peccati, almeno dia mano alla cieca con li suoi santi sacrifici,
come io benché indegnissima ogni giorno prego per lui,
da che il Signore mi manifestò come sia verso di me il
suo cuore, che non lo voglio meglio "sit nomen Domini
benedictum".(3)
O' Mater Dei, dum ego dormio vigilet cor tuum super me ne forsitan
offendam ad lapidem diabolice illusionis et fraudis pedem meum:
clama pro me ante tronum Dei, dicens serva famulam tuam ab omni
malo, sanctus Deus, sanctus fortis, sanctus immortalis. Amen.
(4)
(1) "non sarà incoronato se non chi
legittimamente avrà portato";
(2) Cognome attuale esistente in Licata: Jacopinelli;
(3) "sia benedetto il nome del Signore";
(4) "O Madre di Dio, mentre io dormo vigila il tuo cuore
su di me, affinché io non inciampi il mio piede nella pietra
della diabolica illusione e inganno: prega per me dinanzi al trono
di Dio, dicendo così: salva la tua serva da ogni male,
o Santo Dio, o Santo forte, o Santo immortale. Amen";
1677 05 10 AMBP ms. 42 / 77 autog.
Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
envenuto, benvenuto
oh! Padre, non in Naro o in Palma, ma nella volontà del
Signore, così prontamente seguita nel comando della santa
obbedienza; oh! sicurtà condottiera, oh! cara guida, ella
ci fa esclamare "si ascendero in caelum tu illic es, si
descendero in infernum ades",(1) poiché per dovunque
ella ci mena ci conduce a Dio, sia come si voglia il nostro stato,
sia inferno di tormenti o Paradiso di delizie, quando è
determinato da Dio non può essere più eccellente.
Io per me bramo divenire cieca, per sperimentare ciecamente questa
divina condotta, senza ingerirmi ad altro che a seguirla, cieca
pure mi desio per non vedere il contrario, poiché oggi
al mondo come per forza si segue questa celeste scorta, il che
pure mi costringe ad accecarmi la luce in un mare di lacrime,
vedendo il nostro Dio posposto ad un animale; poiché un
povero cieco talora va dietro alla guida di un cane, e le creature
non si contentano della direzione divina, che per fuggirla "laxati
sunt in via iniquitatis"(2) seguendo la loro animalità
sensuale in fuga dalla chiamata del Signore, loro scelte lo confessano
e così inutilmente lo piangono, "ambulavimus vias
difficiles viam auten Domini ignoravimus".(3)
Io piango con essi coloro che camminano, "sed extra via",(4)
una sola è la strada più sicura insegnata di Colui
che disse "Ego sum via",(5) egli è il
nostro furiere che senza umani attacchi ci porge la mano col suo
volere divino, chi cammina per qui, vada sicuro che come in carrozza
entrerà nel Cielo. Oh! Padre fosse così la mia ventura,
che ascendesse colà "inter brachia Redemptoris",(6)
poiché egli con esso affissa mi destina in Croce, sicché
io con esso slargo le mie braccia per con ogni prontezza eseguire
il suo volere, il quale prima mi inchioda e poi mi batte, acciò
cammini; onde per ogni moto che fo per incamminarmi alla perfezione
mi si commuovono in sangue le pie piaghe, tanto mi costano le
buone apiere, quali sono passi per la perfezione.
Ohimè cui vidi mai ceppi e bastoni, e pure io l'esperimento
in queste stravaganze divine, egli è assalito in me batta,
flagella che io sempre bacerò il flagello e le sue mani
dovutamente; oh! Padre io le bacio piene di flagelli, come un
tempo fa l'accolse piene di delizie, volò per me quel tempo
che l'ebbe piene di giacinti, tutte beltà e fragranza,
è tempo ormai, e che le trovo piene di mirra prima, poiché
ogni mia amarezza sta come in principio senza mai declinare il
sole della sua giustizia.
Si, si "anima mia si bona suscepimus de manu Domini mala
autem quare non sustineamus; sit nomen Domini benedictum",(7)
V. R. preghi Dio che io canti non con la lingua ma con l'esecuzione;
la sua venuta poi fu per provvidenza divina, acciò con
la vicinanza più desse mano alla cieca con li suoi santi
sacrifici, poiché stando da presso mi terrà più
alla memoria, il che io scrivo nel processo dei singolari benefici;
abbia pazienza per ora suor Teresa Crocefissa, poiché il
Padre tocca per adesso alla prodiga figliola, rifatta che sarà
la sua miseria, tornerà alla sua cara primogenita.
Padre non mi abbandonate, poiché io senza aiuto sono più
invalida assai di una piccola bambina; ma V. R. crede che io dica
questo con integrità di cuore; no, no Padre mio che io
ho pianto per la compassione [che] porto a suor Teresa, la quale
per la sua lontananza sta tanto accorata, e parmi stesse per me
sempre in morire, la di cui morte va fondata nella mia vita, quale
io mantengo nelle orazione di V. R., senza la quale io sempre
starebbe sull'ultimo spirare.
Ohimè dunque "vivere erubesco mortem timeo",(8)
mi vergogno di vincere sull'affanno altrui, temo di morire in
abbandonamento "quid faciam Domine, quid faciam Domine",(9)
ponete fine Signor mio questa contesa "et fiat, et fiat
voluntas Domini"(10) mi dice, poiché io la consoli,
ed io lo farei col proprio sangue; sicché da qui avanti
pregherò, benché indegna per la residenza di V.
R. in Sciacca, eleggendomi la sua che è la mia consolazione,
vada io le dirò se piace a Dio, poiché pure a me
piace la qualità di quell'amor di Dio che: "tanquam
scintilla in arundine discurret"(11) ristretta ma furiosa
verso il Cielo, senza diffondersi in divagazione umana.
Oh! cara e forte scintilla che penetra il Cielo alla gagliarda
la canna, oh! Padre della fievolezza umana non può resistere
alle fiamme esterne, forza li è che si (ab)bruci in questi
terreni incendi, anzi di più patisce gran pericolo quando
etiam la fiamma interna quantunque di Dio dimora nella sua strettezza,
senza che da un subito non voli basso verso il Cielo. In arundine
questo è il più fino ristretto nell'interno senza
partecipazione aliena, discurret volubile a Dio senza residenza
nell'amor proprio, che è la calamita di ogni affetto terreno;
oh! piccola cannuccia, oh! cuore umano, serra le fessure con la
mistura di un totale distacco, acciò non svampi questo
divino carbone, che quanto ristretto tanto violento sale in alto,
sicché io questo mi scelgo privandomi etiam da ogni necessario
soccorso.
Nostro Signore sempre per qui mi ha portato, poiché il
mio povero cuore sempre è stato quanto gonfio di angustie,
tanto stretto di aiuti, che per dovuta circospezione ne anche
ottiene esali di sospiri, muoia, muoia egli così soffocato
acciò in quelli spazi infiniti voli interminato, dico in
quanto al mio sollievo, poiché voglio la sua protezione
più che il mio respiro, quale mi potrà dare etiam
di lontano; vada da suor Teresa che il suo cuore non è
canna, ma oro finissimo che la raffina ogni fuoco, e la rende
di maggior carato, il suo amore verso Dio è affatto vorace
converte ogni nero carbone al suo incendio divino, oh! anima benedetta
"transfige vulnere amoris tui medullas animae meae: ut
vere ardeat langueat et liquefiat".(12)
Rispondo dopo alla petizione del suo presente Padre spirituale,
ma con le lacrime agl'occhi, compatendo in estremo la sua afflizione,
oh! Padre lui vuol rifiutare l'eredità di Adamo, quale
ci lasciò in un succido testamento, impresa fu questa che
non poté sortire a S. Paolo; poté lui bensì
salire sino al terzo Cielo, ma non poté essere liberato
di questa misera successione, tre Cieli vide, e tre negative soffrì,
poiché quanti gradi si ascendono tante croci si acquistano,
quali patendosi per Dio sono più pregiabili del Cielo empireo,
la sudicezza talvolta impingua la terra e rende più copioso
il frutto, così alcuni motivi di pena fruttificano il cuore
dell'uomo, e benché germinano spine più che grano,
non dimeno la zappa della resistenza deve mai cessare in coltivare
il buono e svellere il cattivo.
Io parlo ma non so come, e non so che dico, faccia Dio che io
dica a proposito per sprone di cui così improvvisamente
ho detto, parlate meglio voi S. Paolo mio e dite come passò
questo negozio "datus est mihi dice egli: stimulus carnis
meae Angelus satanae qui me colafizet propter quod ter Dominum
rogavi ut discederet à me: et dixit mihi sufficit tibi
gratia mea nam virtus in infirmitate perficitur",(13)
in questo loto vi cresce questo giglio, che quasi rosa "in
spina nascens benché inter Mariae manus inventum",(14)
poiché essa è la giardiniera di ogni fragranza del
Cielo, a cui pregherò che ci dia la grazia in gusto del
suo SS.mo Figlio.
Per li indegni sacerdoti io non risposi a V. R., perché
il caso non richiede parole ma lacrime, con che io ne ho trattato
con il mio afflittissimo cuore, e lo creda, a me Padre carissimo
che nell'opportunità non farò silenzio col nostro
Prelato, che per tre volte l'ho scritto (da lui stesso comandata)
sempre mi ho frenato questo impeto per non essere più della
richiesta temeraria, ma ora lo farò volentieri per cenno
di V. R. e gloria di Dio. Per la persona esiliata temo che perda
la vita per recuperare la Patria, meglio è che vada in
esilio, che in sepoltura, io parlo ingenuamente ne posso dir altro,
poiché volendo parlare più oscura sono stata sorpresa
di un gagliardo tremito che non mi lascio simulare, sicché
l'ho detto assai chiaro e senza scrupolo; pregherò per
fine benché assai indegna per tutte coloro che lui mi comanda,
ma con più caldezza per il Padre della compagnia, acciò
nostro Signore le dia salute nel capo per dopo darle corona nella
salute dell'anime.
Ricevo la proibizione dello scrivere, che mi sembrò un'allegrezza
in sonno stante l'ordine che seguì, io aspetto V. R. per
ubbidirla in ciò che determina, con tutto che lui oggi
mi volle amareggiare il cuore con farmi vedere Gesù Cristo
ai piedi di Giuda traditore, che tale mostra fece quel dirmi che
l'anima sua si prostrava ai piedi miei. Or vedete cristiane se
queste sono parole d'udire, Gesù, come io chiusi la lettera
quando intesi tali parole, ne mai poté seguirla per gran
rossore; V. R. Padre mio si umilia tanto che io non ho dove sprofondarmi,
che se così segue a dire io per esso butterò la
penna e il calamaio, poiché non mi da l'animo sentire più
queste sue abiezioni; lasci per me queste bassezze che sono immersa
"in limo profundi",(15) da dove umilmente lo
riverisco e domando la santa benedizione, riverisco parimenti
il Padre Vitale come pure fanno mia madre e sorelle raccomandandoci
tutte alle loro sante orazioni.
di V. S., Palma a di 10 maggio 1677
sua indegna serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Desio sapere dal Padre Vitale, se il Padre Ferdinando
di Siracusa ancora vive, e dove sia di stato, poiché esso
come lui mi fu benefattore. Per carità V. R. dica a suor
Teresa che io vivo delle sue grazie, sicché umilmente la
ringrazio dei suoi pochi caratteri che spiegano quanto la mia
lingua è ciarlatrice, e precisamente con nostro Padre,
che come adesso si vede non bastano le carte.
Oh! mia confusione e poi senza ritengo, poiché io quando
scrivo vado come una corrente e senza ravvedimento, sicché
più scrivo tra mezza ora che non parlo in una settimana,
orsù io fo lo stesso, e però mi taccio, la ringrazi
da mia parte delle risposte mandatemi, e per non tediarla non
duplico più lettere, poiché ne anche credo sia partita
la mia lettera per essa inviata, mi dispiace che fu assai lunga,
onde non soggiungo più lunghezza.
(1) "se salirò in Cielo tu sei la,
se discenderò nell'inferno tu sei presente"
(2) "abbandonati sono nella via dell'iniquità";
(3) "abbiamo percorso le vie difficili, e invece abbiamo
ignorato la via del Signore";
(4) "ma fuori strada"
(5) Gv. 14, 6 "Io sono la via";
(6) "tra le braccia del Redentore";
(7) "è vero, è vero anima mia, se dalla mano
del Signore abbiamo ricevuto i beni, perché non sopportiamo
anche i mali, sia benedetto il nome del Signore";
(8) "mi vergogno di vivere e temo la morte";
(9) "che cosa farò oh Signore, che cosa farò
oh Signore?";
(10) "e sia, e sia fatta la volontà del Signore";
(11) "come una scintilla ondeggia sulla canna";
(12) "trafiggi con la freccia del tuo amore il profondo dell'anima
mia, affinché arda, languisca e si liquefaccia";
(13) "è stato dato a me, dice egli, il pungolo della
mia carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggia, tre volte
ho pregato il Signore, affinché lo allontanasse da me,
ed egli mi disse: ti basta la mia grazia, infatti la virtù
si perfeziona nella tribolazione";
(14) "come una rosa che nasce dalla spina, benché
trovata tra le mani di Maria";
(15) " in fondo al fango";
1677 05 12 AMBP ms. 131 / 77 autog.
Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
.
R. preghi e faccia pregare per carità per un afflittissimo
cuore, che "non est in eo sanitas",(1) e in tanta
sua infermità "non habet unde reclinares caput",(2)
poiché invece di riposo viene distesa in un crudelissimo
tormento, per causa di tre indissolubili catene che stanno attaccate
alle tre estremità di questo sventurato cuore, quali tirano
con barbarica forza ciascuna alla sua parte, stando tutte tre
molte divise; ma oh! gran sanguinolenza patisce nella parte più
bassa, poiché tiene questo tormento come due braccia, con
uno inchioda, e con l'altro lo tira inchioda[to], perché
è irremovibile questa pena, tira, per sottrarlo dalle parti
contrarie, cioè le due estremità più alte,
dalle quali in specie è di contrario martirio, poiché
questo è affatto amaro, e quelle dolci.
Sicché quelle tirano allettando, e questo inchioda amareggiando,
e pure questo pervade e qui risiede, in quelle patisce l'inclinazione
che non può andare, e qui la residenza che non può
fuggire, nelle due inclina, poiché oltre al gusto proprio
vi è quiete di coscienza essendo ambedue poste di spirito;
dell'altro fugge, poiché lo trova un Bas[ci]à infernale
che le tiranneggia il corpo e l'anima, ambisce la fuga a coloro
che l'allettano, e si inchioda in quelle mani che alla barbarica
la tormentano.
Oh! gran sventura affatto involontaria, dove grida alla muta questa
povera Creatura, poiché per occulti motivi, ne anche può
dire una parola, Iddio ci libera di carnefice spontaneo, poiché
quanto più si lamenta l'afflitta esso più si inanima;
così esperimentò questa Creatura, questi giorni
addietro, e domandando aiuto ebbe peggioramento. Sicché
si accorse essere il suo carnefice vero volontario, mentre le
diede negativa di cosa che lui poteva con ogni gusto farla; oh!
povera cristiana, io non so come vive in tante torture e rompi
cuore, la quale ruggisce senza voce come un leone, preghi, preghi
per amor di Dio che almeno non si dia in disperazione; di che
oggi ne è stata una pessima giornata, e pure seguì
ne si sa dove andrà a terminare, sia benedetto il Signore.
[Palma a di 12 maggio 1677]
[sua indegna serva e figlia]
[Maria Crocefissa della Concezione]
(1) "non è in lui una parte sana";
(2) "non ha dove riposare il capo";

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All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
ll/mo
Signore, sarei io più che ingrata se conoscendomi tanta
di spirito decaduta, non mi valessi del valore del mio Prelato,
con che prendo pure io vigore per il mio cammino cotanto erto
e spinoso in questo bosco mondano; onde prostrata le chiedo la
sua santa benedizione, che assai forza mi da questo benedetto
dono, alzi sopra di me la benedetta mano, e sia per benedirmi
o per sferzarmi. Si, si Monsignore mio, che altro non merita l'indegna
peccatrice, credalo a me per amor del Signore, che non parlo invano
vorrei tutto il mondo in mio flaggello, come tutto lo tengo in
castigo, purtroppo chiaro si vede nel suo mesto gridare, poiché
quale uomo mai può dire io sono felice, io per me sono
sento che un ohimè continuo, e ciò è dovuto;
poiché forza li è che pianga il corpo quando il
capo è infermo, langue il nostro capo, il nostro Dio già
spira, danneggiato a morte dai nostri peccati, di cui egli sarebbe
morto se la impassibiltà non le facesse scudo, ritornando
ai suoi destrieri, li suoi colpi, come purtroppo ne vediamo nelli
continui castighi. Ohimè popolo ingrato, egli si compra
la morte col suo peccato, "incidit in foveam quam fecit",(1)
quale si va sull'altare concavando, oh! miseri sacerdoti, oh!
sacrifici, che sono divenuti beveraggi infernali, fiele amarissimo
al gusto del Signore; questi sono la causa della sua ferita, che
perdura incurabile nella divina dispiacenza, oh! pietà,
e che giovano tante lacrime che quasi unguenti si versano per
guarirla, quanto appena sedata viene di nuovo sull'altare smacellato
il sacro Agnello, oh! Dio, un cane infermo si cura, e un Dio ferito
si impiaga, curando con veleno le sue ferite, oh! atto fiorissimo
in vero, non che umano.
Monsignore, io non posso dire altro che l'infortuni sono comuni,
ma la causa è particolare, si suole dire piange il giusto
per il peccatore, ma io dico per l'indegni sacerdoti piangono
i poveri secolari; io grido invece della sua Diocesi ma per parte
di Dio "si vis potes me mundare"(2) cura egli
questa lebbra e si goderà salute spirituale e temporale,
in somma l'armiggieri contro la nostra guerra, congiure, e sedizioni
altro non sono che l'indegni ecclesiastici, questi irritano a
Dio a calamitarci. Si informi V. S. ill/ma di persone qualificate
quale sia la sua Diocesi, e poi veda se io dico il vero; io parlo
con un cuore assai verace all'orecchio di mio Padre, che se io
erro mi pento, se lui mi corregge lo lodo, se mi batte l'amo,
e se mi castiga esclamo, "plura plura Domine",(3)
che più e più meritano li miei peccati dei quali
gravata ai suoi piedi, mi curvo domandandogli la santa benedizione,
come fanno mie sorelle e madre, e tutte del nostro Monastero.
di V. S. ill/ma, Palma a di 16 maggio 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Li comandi di V. S. ill/ma non si possono raffreddare
nel mio cuore, sicché le persone da lui raccomandatemi
sempre mi sono state memorabili, spero che il Signore e sua Madre
SS.ma udranno la mia pigra orazione, ma il valore della santa
obbedienza; in virtù della quale tutte stiamo pregando
per il bene del Re nostro Signore, e piaccia alla pietà
divina esserle propizia, benché di ogni altro mezzo ella
è la più tarda invocata, "Dominum non invocaverunt
illic trepidaverunt timore ubi non erat timor",(4) si
teme la forza umana che tutta frale, e si trascura l'ira divina
da dove ci viene ogni sciagura.
(1) "cadde nella fossa che si costruì";
(2) "se tu vuoi puoi guarirmi";
(3) "di più, di più Signore";
(4) "non invocarono il Signore, e trepidarono per il timore,
la dove non c'era timore"
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Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
h! Padre "magnum
negotium est mori",(1) questa non è importanza
di spedirsi in poche parole, eppure V. R. vuole che io la restringa
in piccolo foglio, quando per esso non basta gran volume; oh!
gran negozio è la decisione del nostro fine, la vita di
un uomo non basta per litigare questa pretendenza tra Dio e il
demonio, poiché ambedue l'anima nostra procurano. Oh! forti
litiganti, oh! gran ragione, Iddio l'adduce originale, e il demonio
attuale, l'uno li tiene nella grazia, e l'altro nella disgrazia,
dove si incorre per opera del peccato; oh! signor mio quante sentenze
contrarie vi sono date in questo misero tribunale, qui sempre
vince il demonio e perde Dio, misero quel litigante che dorme
senza sollecitare e senza avvocati, le ragioni che si adducono
al fine non sono intese, quando prima l'ha addotto la parte contraria.
V. R. vuole sapere che farò per un buon fine in quel punto
estremo, io le rispondo, che niente fuorché dire, a Dio
e spirare, l'ultimo fiato non è capace d'altro, infelice
chi si riduce al fine, io per me non passa giorno che non piango
all'ordine alcun caricaggio per l'altro mondo, tanti anni sono
che dissi a Dio con gl'amici, facendo divorzio con tutte le Creature,
presi l'ultimo vale ai contenti, il mondo non mi piacque, mi annoiarono
l'oggi, mi sdegnarono gl'onori e mi resero in fuga le ricchezze.
Sicché per ognuno di questi io mi appresso al fine, la
casa mia sta vacua non ho più che mandare, la partenza
aspetto con un solo spirare; oh! santo Paradiso "a longe
te video ab hoc mari te invoco, ab hoc valle ad te suspiro",(2)
io sto alla spiaggia delle mie lacrime che in torbido mare mi
affondano, per osservare forse navicella [che] venisse per notificarmi
il fine, sopra di cui montata pervenisse in porto, e tu lo sai
anima mia come contiamo le ore, poiché in una continua
residenza di piangere e penare cantiamo con singhiozzi "super
flumina babilonis illic sedimus et flevimus cum recordaverunt
tui Sion".(3)
Io Padre sto seduta aspettando al lido questo imbarco, e con roba
inviata e da tutte licenziata, sicché non manca che per
l'avviso per andare in Patria, e questa è la mia preparazione
per ben morire, una totale aliena azione da dove sono "oculi
mei semper ad Dominum",(4) ne un inciampo nel cammino,
poiché "ipse evellet de laqueo pedes meos",(5)
ma oh! misera me che mi ha tradito la penna, perché ha
raccontato bugiarda.
Lasciate dire, oh! Padre che non è la mia strada così
spianata, in modo che vada così correndo all'altra vita,
ella è la verità che sono uscita da ogni imbroglio
umano, e affetto terreno; e che la casa mia sia così spacciata,
ma che mi giova poiché sono così ben vestita, ed
il proprio interesse è di amore di me stessa che per la
sudicezza puzzo, e per il peso casco, e più non arrivo;
e benché io non abbia introduzione nell'affetto terreno,
non dimeno questa mia veste è sì lunga che trascinando
per esso contrae gran loto, a segno che tutta fango non posso
più portarla, e forza mi è che caschi e mi immerga
nella fetida palude di questa immonda terra.
Oh! quanto importa poca polvicella, oggi un po' di loto, domani
un po' di fango, e post domani immersa in putrida semina, "sint
lumbi vestri precinti"(6) dice il Signore; su, su quanto
più alte si può io voglio alzarle, questo mondo
è fangoso e però bisogna sempre andare con veste
in mano, così bisogna fare anima mia, così faremo,
"in manibus portabo te ne forte offendas ad lapidem pedem
tuum".(7)
V. R. preghi per queste mie fangose vesti, che tanto mi gravano
per la via del Cielo, in modo che più casco che cammino,
e la prontezza suddetta la vorrei, ma non la posseggo, anzi mi
è lontana, sicché temo la morte con gran spavento
e alla sua vicinanza tremo, e perciò io vi penso 15 volte
il giorno per ciascheduna volta domando la buona morte alla Madre
SS.ma, per il merito di un mistero del SS.mo Rosario, in onore
di cui dico un orazione breve per ogni volta, oltre che ogni giorno
recito due orazioni al Signore, una alla Madre SS.ma, e un'altra
al santo Angelo Custode per tal fine, nelle quali si prega per
un santo fine.
Io volentieri le invierei, giacché V. R. me li richiede,
ma perché l'ho scritte con inchiostro che non può
comparire, spero poi inviarle, perché adesso non ho tempo,
io aspetto le sue per correggere queste mie.
Ricevo il piccolo notamento dei giorni che non devo scrivere alle
lettere inviatemi, il quale mi fu confermato dalla madre Abbadessa
e dal Padre Confessore, io da per tutto seguirò non la
mia volontà, ma la santa obbedienza; benché volendo
obbedire al suo ordine che mi dice astenermi da scrivere, li giorni
dei miei SS.mi Avvocati e protettori, non potei nemmeno per la
prima volta sortire, poiché il giorno del mio cuore, che
tale mi è S. Feliciuzzo mi viene richiesta da Monsignore
che prima di partirsi per Palermo voleva una mia lettera in tutti
modi, e fingendo io la sorda fui come biscuglia per tutto il Monastero
cercata, poiché io Padre per paura mi nascosi, e pure tra
questa dimora arrivò nuova replica che Monsignore stava
di partire e non voleva [andare] senza la mia lettera, così
mi dissero; sicché mi bisognò scrivere con ogni
fretta, che per gran sollecitudine scrisse tra un quarto ora,
mezza alzata.
Ora vedete Padre da dove mi piove questa sciagura, se io sono
stracca di comparire agl'occhi dei Prelati, almeno sapessi la
cagione non andrei sempre voltandomi il cervello pensando, perché
l'altre, come me non scrivono, benché loro mi dicono che
tutte vogliono scrivere, come me al nostro Prelato, ma poi quando
veramente le costringo portandogli etiam la penna e il calamaio,
esse mi trovano mille ostacoli, chi mi dice una scusa, e chi un
impedimento, e poi se ne ridono, solo le mie scuse non valgono,
che per fuggire una volta mi condussero come Gesù legato;
oh! Padre io non voglio far più questa vita, così
dice il senso, ma la ragione pure grida: fiat, fiat voluntas
Domini.
Io poi con tutti i guai nonostante tanta fretta scrisse a Monsignore,
la rea miseria dei sacerdoti indegni, benché non so che
cosa le dissi, nostro Signore faccia che noi possiamo dire "ex
ore infantium, et lactentium perfecisti laudem",(8) acciò
dalla mia bocca, che tiene malizia di vecchia e ignoranza di bambina,
esca frutto di lode per sua gloria; la ringrazio poi delle tante
fatiche, e spirituali e temporali, che per me soffre, aiutandomi
tanto con l'orazione e con la penna, che parmi affoghi in tanti
suoi benefici. Sicché ne anche basta il mio sangue per
compensarle, Iddio che vede il tutto sa quanto io mi sforzo per
non esserle ingrata, e quanto tutto il mio le offro per V. R.
con il sangue suo, egli sia il suo guiderdone e la sua gloria.
L'invio la lettera per mio fratello,(9) che mi trovo non averla
inviata per mancanza di posta, V. R. abbia pazienza in sentire
in essa alcune verità, che saranno ferite al suo cuore,
stante che ai cuori umili sono acuti coltelli le proprie lodi;
io non vorrei darle questa dispiacenza (che Dio sa con quanto
sentimento fo questa volontà del Signore) ma lui così
vuole, poiché quantunque mi provassi farne altra di suo
gusto, non è stato possibile. Sicché mi bisogna
inviarla, che forse questa è stata la causa della tardanza
delle posta, volendo il Signore che la invii per le sue mani.
V. R. esca per oggi un poco a ricreazione, e lasci, per quanto
basta a leggerla la consueta stanza della cognizione propria,
vada a diporto nelle contrade della verità, che tale è
il contenuto di quella mia, dove passeggia la volontà di
Dio, per amor di cui io umilmente la prego a dir di me senza riposo,
quanto più male potrà all'orecchio di mio fratello,
e benché lui sappia che io sia non dimeno, prevale molto
questa sua conferma.
Si, si Padre oggi ambedue andiamo a diporto nella fiorita pianura
della verità. Io colà l'aspetto ai piedi del divino
Villano, che in questa villa grida "Ego sum via, et veritas,
et vita".(10) Mi dice poi, che dubita non io le scriva
con cerimonie, e stranezze, e quando mai, Padre, io seppi che
fosse tale cosa? Non solo con lei (che da Padre la stimo) ma in
tutte le mie lettere vado tanto alla buona, che neanche so con
chi parlo, ne a chi scrivo, e la miglior parte sono non conoscenti.
La mia carta è la semplicità, e l'inchiostro è
il sangue di Gesù Cristo, delineato con la penna della
sua direzione, senza di cui io resto con la bocca aperta, senza
poter finire parola.
No, no Padre mio, si distolga da tale dubbio, che quanto scrivo,
lo posso giurare, senza fallire; se io scrivo con gusto, l'esperienza
lo giura, che non bastano le carte, se pur V. R. mi vuole fare
la carità, segua a documentarmi, come Dio l'ispira, e mi
contento.
Oh! Padre, la madre Abbadessa ancora non ha scritto, sicché
io credevo valermi di questo tempo, per copiargli le orazione
suddette, ma per molto, che le ho cercate, non l'ho potuto trovare.
Io non so come queste cose sempre così mi si involano,
sicché mi ha passato il tempo in cercarle, ne anche posso
copiarle da altro libretto che io tengo per mio giornale, dove
sono notate le mie orazioni vocali, poiché il Corriere
vuole ritornare. Onde così come sta lo invio a V. R., acciò
veda e corregga quello che io recito per la buona morte. Ne curo
di lasciare queste mie devozioni nel tempo, che mi manca questo
libretto, poiché posporrò l'orazione alla santa
obbedienza, V. R. mi perdoni, se per tanti modi l'infastidisco,
e mi dia la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 18 maggio 1677
umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Oh! Padre, noi andiamo alla peggio, poiché nell'ultima
sua, mi chiama sorella, e mi da titolo di V. R. e poi mi dice,
che io fo cerimonie, quando lei non fa altro con una sua vilissima
serva. Sia per amor di Dio, io sto a vedere.
(1) "l'affare fondamentale di ogni uomo è
la morte";
(2) "da lontano io ti vedo, da questo mare io ti invoco,
e da questa valle a te sospiro";
(3) Sal. 88, 2 "sui fiumi di Babilonia la sedevano piangendo
al ricordo di Sion";
(4) "tengo i miei occhi rivolti al Signore";
(5) "egli libera dal laccio i miei piedi";
(6) "siano cinti i vostri lombi";
(7) "io ti porterò nelle [mie] mani, affinché
il tuo piede non inciampi nella pietra";
(8) "dalla bocca dei bambini e dei lattanti, hai innalzato
la lode";
(9) Parla della lettera diretta al Fratello Giuseppe Maria Tomasi,
del 18 Maggio 1677; Giuseppe Mangiavillano - Lettere ad un Santo
- Casa Generalizia dei Chierici Regolari, Roma 2005, pagg. 114
- 116;
(10) Gv. 14, 6 "Io sono la via, la verità e la vita";
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Al rev/do Sacerdote Don Carlo Labiso, Vicario Foraneo di Palma.
en fa V. S. in darmi
motivo di pianto, poiché fuor che sospiri, altro non merita
il mio cuore. Sicché la sua lettera ha fatto viatico alle
mie lacrime, pungendomi quella cordiale Apostema, che tanto mi
duole, la quale è ripiena della corruzione, che genera
la trascuratezza nelle lodi divine, poiché siccome il cibo
ben digesto nutrisce, così corrotto nuoce. Gli Angeli lodando
Dio si glorificano, ma gli uomini facendo il medesimo si dannano.
Basta per far ciò, che il cuore non accompagni la lingua,
ma che lasciandola sola, vada con Giuda fuori dal Cenacolo.
Oh! miseri tempi nostri, nei quali Iddio più si dileggia,
che si loda! Il coro di una radunanza trascurata è culla
del demonio, dove egli gustosamente dorme alla nenia di quei tiepidi
canti. Onde è una gran pietà, che Iddio accompagni
queste voci con li suoi pianti. Sicché egli in questa frequenza
si ha avvezzato a patire, e li suoi servi a lacrimare, deplorando
quei canti, che sono a Dio dispregi, e poi saranno di tali cantori
eterni tormenti; ohimè, dice egli: "si inimicus
meus maledixisset mihi, sustinuissem utique".(1)
Sarebbe da soffrirsi, se così lo burlassero li suoi nemici,
come punto non si querelò con i Giudei delle tante ignominie;
ma che mi dispregi colui, ohimè, quel scellerato Amico,
quel finto sacerdote, o Religioso, che mi fa del conoscente, e
dell'unanime "Tu vere homo unanimis, dux meus, et notus
meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos";(2) ah!,
che non è da soffrirsi l'ingiuria di questo. Tu meco conversi,
mi fai dell'amico, mangi e bevi di me sul sacro Altare, traendo
delle mie carni lucro per i tuoi guadagni, procacciandoti con
esse etiam il mantenimento temporale, senza di che ne anche forse
mi cercheresti, e poi dopo avermi così trinciato nei guadagni,
mi burli, dandomi ciarle per lodi, e dispreggi per rendimento
di grazie?
Ohimè, piange il Signore, dicendo con singhiozzi "quod
facturus es, fac citius",(3) sbrigati da me, finisci
ormai presto l'officio, che le lodi mi provocano a sdegno, partiti
per ora dalla mia presenza, che giorno verrà, che ti partirai
per l'inferno "Veniet mors super illos, et descendent
in infernum viventes".(4)
Con Dio non si burla, ma si loda, e siccome si corre con la lingua
nel lodarlo, così corre a noi il suo decreto per confinarci
nel fuoco eterno.
Misero quel giorno, nel quale si sono versati per noi fonti di
lacrime. E poco sarebbe quando con utilità fossero accettate,
e non è da ora, che gl'indegni canti sono accompagnati
con mesti sospiri, per il che se Dio potesse, manderebbe per essi,
torrenti di lacrime; e poi ci lagniamo dei castighi, quali sono
un gioco a paragone dei nostri peccati; con che abbiamo costretto
Dio a non esaudirci, come già si vede, che avendoci liberato
degli andati animaletti in compiacenza dei buoni, ci sopraggiunge
duplicato il castigo nella loro lasciata generazione in demerito
dei cattivi. Sicché vinti di ragione neanche abbiamo vigore
di dirci, liberaci Signore. Misera me, per cui ogni calamità
ci viene, che essendo religiosa fo peggio di un barbaro nel tiranneggiare
il Signore. V. S. preghi per me, mentre la prego pure io a scusarmi
se con libertà ho parlato, e fuor di proposito; poiché
la sua lettera fu in particolare, ma la mia è stata in
comune. Non ho potuto far di meno, impero che "durum est
contra stimulum calcitrare".(5)
Io non ebbi forza di rompere questa durezza, e però sono
andata dietro l'impulso, dove mi mena il concorso del Signore.
V. S. non rallenti la diligenza, e preghi per la mia trascuratezza,
mentre per fine la riverisco, lasciandola sotto la protezione
della SS.ma Madre, dalla cui pietà spero la totale riforma
del nostro Clero, come pure ella è stata la Madre del nostro
Monastero, che l'uno, e l'altro conservi nella pace, che desio,
mediante la quale si apre la porta a Dio, nel di cui ingresso
ogni inferno si cambia in Paradiso. di V. S., dal nostro Monastero,
a di 22 maggio giorno di Sabato 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "se il mio nemico mi maledicesse,
io lo accetterei certamente";
(2) "tu uomo veramente unanime, mia guida e mio amico, che
mangiavi con me i dolci alimenti";
(3) Gv. 13, 27 "quello che si deve fare, si faccia presto"
(4) "verrà la morte sopra di loro, e i viventi discenderanno
nell'inferno";
(5) "è duro reagire contro lo stimolo";
(6) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata
tratta dal libro: S. Attardo - op. cit., pag. 122 - 123;
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Al Supremo Monarca del Cielo e della Terra, nel giorno della Ascensione del Signore.
i parti ohimè
mio Dio! dunque mi lasci, ohimè che senza Voi esamine muoio.
Spira mio cuore, manda dietro Lui l'ultimo respiro. Ah misera
me! Ferma, ferma deh alto corsiero, se tu ti parti io resto, se
tu voli io spiro, e se tu ti nascondi io muoio, "trahe,
trahe me post te, mi bone Jesu",(1) alzami teco, spiccami
dal mondo, togli mia vita dammi sepoltura. Deh! per amore vostro
alate il cuore mio, dategli Signore mio piume di amore; penne
io bramo, e siano o per volare, o per descrivermi più atroce
penare, "aut pati aut mori".(2) Dammi ti prego,
o la tua presenza, o la tua Croce, sorvolami non nella tua gloria,
ma nella candidissima nube della tua dilezione, e sia carica di
pioggia di lacrime, o di raggi di luce; basta che per essa io
ascenda al Cielo empireo del divino volere.
Ohimè tu voli ed io slargo per seguirti le mani, ma tu
ti parti, e così distese in Croce me l'inchiodi, lasciandomi
nella tua croce l'ultimo vale; ohimè dunque [Te] ne vai,
io stringo per te la tua croce, e tu per essa il mio cuore. A
Dio, a Dio sino al mio passaggio, a Dio mio bene.
Resta che io mi parta da questo monte, e mesta me ne vada quasi
vedova del mio cuore, a Dio monte felice e fortunato, "amplecto
te carissime ubi steterunt pedes eius",(3) scendo alle
tue falde carica delle sue spoglie, ritorno ma piangendo, vado
sospirando "quem diligam Anima meam udistis";(4)
ohimè "ubi es, ubi es, mi bone Jesu",(5)
esclamo e non risponde, l'aspetto e più non viene, e se
miro in alto mi si contenebrano le luci, piovendo per esse una
turbine di caligine, quasi un mare di lacrime.
Ohimè "estenuati sunt oculi mei suspicientes in
excelsum",(6) sicché cieca ritorno, all'oscuro
mi parto, per le tenebre del mondo, dammi almeno mio Dio alloggio
in questo mondo, acciò pianga alle sue falde la mia derelizione,
che più per me non sarà monte glorioso, ma monte
Calvario, pieno dei tuoi penosi strumenti erto e scabroso, quale
esule piangerò le sue pedate, pensando quando per me scorsi
fatiche, quanti sudori. Ohimè con quanti affanni Signore
mio, qui piangerò le tue stracchezze, le tue lacrime e
sospiri, poiché "quaerens (me) sedisti laxus".(7)
Si, si mio cuore, egli gode il riposo, a te tocca l'eredità
delle sue lacrime, siede qui in questo monte rivolgendo con pianti
quelle foglie, dove scrisse per te aspro testamento il divino
Testatore; si, mi contento, succederò a voi Signore mio
nella eredità del dolore, come di Adamo fu erede del peccato,
sicché mi leggo in queste carte universali erede del tuo
martirio.
In primis mi lasci sulle spalle la tua Croce, acciò sopraffatta
di affanni, mai più mi ergo lassù a rivederti nei
gusti e divine consolazioni, ma che curvata per terra porti come
umile giumento il peso dei miei e peccati altrui; di più
io leggo che mi sono date le tue spine, che altro non mi produce
la terra che mi tiene, soffrendo in essa per ogni passo fieri
destini, acciò con queste punture inghirlanda il mio cuore
assiepandolo così, acciò altro non vi entri che
ciò che li ripone il divino volere. Idem Signore mio io
trovo, che mi lasci i tuoi flagelli e battiture, acciò
con esse mi squarci la sopraveste della parte inferiore, acciò
dica all'anima mia "in die te novum nomine"(8)
con che vado lassù con la veste nuziale, di più
mi lasci li tuoi chiodi, acciò mai dalla croce disgiunta
in essa spiri, finalmente mi dai tutte le ignominie, dispregi
e disonore con che ti vilipesero i Giudei, che tale sono a me
gli spiriti infernali, in mezzo di cui mi lasci la tua veste di
Agnello, volendo che tra loro mi porti "sicut Agnus ductus
est ad occisionem".(9)
Mi contento, mi contento divino Testatore, venga alle mie spalle
la tua croce, alle mie mani li tuoi chiodi, alle mie tempie le
tue spine, e tutti li tuoi tormenti nel mio cuore, "Paratum
cor meum, Deus, paratum cor meum"(10) solo abbia pietà
alle mie forze assai bambine, dammi la madre tua per mia Tutrice,
Madre SS.ma
Voi che sapete nutrire tenaci membra, per essere crocifissi per
tal fine nutriste il tuo Bambino, già il suo corso è
finito, io sono entrata nella sua successione, mi prenda a cura,
abbia pietà di me misera pupilla, il Padre mi lasciò
inetta al governo. Sicché in tanto martirio non so come
portarmi, ergi me, alzami che sono caduta con questo fascio di
pene. "Dilectus fasciculus mirra dilectus meus",(11)
questo io stringo, questo io voglio con il vostro aiuto, con che
io do libero consenso al testamento.
Si, si anima mia "iacta curam tuam, Domina ad ipsam te
entriet",(12) sicché animata mi parto con le care
spoglie al Gesù mio cuore, a Dio monte, a Dio Cielo, a
Dio mio Amore.
Palma a di 27 maggio 1677
della maestà Vostra umilissima schiava peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "attira, attirami verso te, o mio
buon Gesù";
(2) S. Teresa d'Avila "o patire, o morire";
(3) "io abbraccio te carissimo, dove si sono posati isuoi
piedi";
(4) "avete udito quando io ami l'anima mia";
(5) "dove sei, dove sei, o mio buon Gesù";
(6) "si sono stancati i miei occhi guardando in Cielo";
(7) "piangendo ti sei seduto stanco";
(8) "ogni giorno ti [trovo] un uomo nuovo";
(9) "come agnello che viene condotto al macello";
(10) "il mio cuore è preparato, o Dio, è preparato
il mio cuore";
(11) "l'amato fascicolo di mirra è mio diletto";
(12) "abbandona la tua preoccupazione, Signora, e rientra
in te stessa";

1677 06 01 AMBP ms. 48 / 77 copia
Ad una persona religiosa, molto tribolata, sua amica e confidente.
enedetto sia il
Signore, che mi ha dato l'unione, e conoscenza di una persona,
che mi serve per un chiodo al mio petto; sicché per ogni
colpo che lei li da col martello della tribolazione, lo conficca
più nel mio cuore, sentendo io più vivamente le
sue che le mie afflizioni. "Dominus dedit, Dominus abstulit:
sit nomen Domini benedictum".(1) Egli me la diede, egli
me la tolse, di presenza la tiene da me lontana, e nella memoria
me la tiene assai vicino con la rimembranza delle sue angustie
"sit nomen Domini benedictum".(2)
Così lui vuole, così voglio io, così dovete
pur voi volere; sicché venite pure carissima nel Signore,
conficcate acuto chiodo, ferite crudele il mio misero cuore, che
mai più aspro le sarete, come quando serbate solo per voi
le vostre pene. Voi mi siete congiunta, coadiutore e socio, congiunta
di amicizia e di sangue, coadiutore nello spirito, e socio nelle
tribolazioni. Sicché "Funiculus triplex difficile
rumpitur".(3)
Appena vi sarà taglio si affilato, che possa dividerci,
tanto stiamo annodati nella carità di Gesù Cristo,
se egli vi destinasse ai diletti, vi potrei credere mio lontano,
ma perché vi inchioda in Croce, ben da presso vi godo.
Oh! nostra, oh! nostra "conversatio in caelis est",(4)
che tale è la nostra Croce, se il nostro individuo è
Cristo nostro Redentore; felici noi, se i tre chiodi suoi conficcano
nella sua Croce con esso lui l'anime nostre! Il primo è
del suo cuore divino, il secondo è del vostro paziente,
e il terzo è del mio pur troppo ingrata.
Oh nobile residenza! Oh degno stato! Quale serafino giammai così
da presso lo gode come noi che si da vicino lo conversiamo? Ne
anche la sua Madre SS.ma siede con esso in un medesimo trono,
e pure le anime afflitte dormono con esso lui in un medesimo letto,
distese nel patibolo della santa passione.
Oh! a che gara divina corrono l'anime afflitte col suo Cristo
amante! Coloro che dimorano in Croce, siedono in una medesima
sedia col Crocifisso, nello stato però del suo patimento.
Oh! Croce santa, oh! spaziosa sedia, che uguaglia tanti seduli
Crocifissi al Creatore! Oh! "sit felicis tibi copula nunc
socier in aeternum".(5) Mio Signore qual monarchia stimo
mai meglio di questa il pazzo mondo, il quale dietro le onoranze
terrene non risparmia fatica, ne costanza per la privazione di
un Re terreno? Niente, ogni sudore si stima, che ogni travaglio
si scorda, quando viene guiderdonato con la chiave d'oro. E pure
ella non disserra, come la Croce mia, la porta del Cielo; portandomi
al mio Re, all'udienza privata del suo volere divino, dove lui
più mi da, che mi ragiona, dandomi tanto, quanto io possa
comprarmi il Regno del Cielo; Oh! mio tesoro, oh! mia ricchezza
assai vilipesa, e poco conosciuta! Io non so come i mondani non
badano a queste divine pretendenze.
Tanti ambiziosi vi sono, che queste permanenze fuggono, sazi e
trasformate. Oh! fughe bene andate, a passi bene spesi! poiché
da queste canore voci, da questi celesti musici, si canta il sanctus,
sanctus, sanctus in Paradiso.
Orsù voi non vi date in sbigottimento, stimando gran cosa
il passare per tante regole della musica celeste, poiché
queste non si insegnano, che ai discepoli principianti. Mentre
il musico ben pratico canta ben sicuro senza avvertire alle regole
suddette, canta più per pratica, che per regola. Egli trasmette
le pause, tremula la voce, forma le eccedenze, regola i passaggi,
compartendo il tutto col suo bel garbo, senza mai divertirsi in
dissonante tuono. Oh! gran ventura dei pratici del Cielo, pronto
dopo tante faticose regole, e crudelissime sferzate, che ricevono
nella scala della virtù, godono poi scientifici la sapienza
increata a faccia a faccia.
Oh! mia carissima, e pur voi mi richiedete di un bel passaggio,
il quale è il sommo dell'arte musicale; essendo pure la
vostra richiesta il sommo della perfezione, che attinge al dono
dei miracoli, che tale cosa vuole dire il ridurre una Creatura
allo stato di una totale rassegnazione. Cantate voi per ora nei
sospiri, "cum his qui odiant pacem eram pacificus",(6)
che dopo canterete il sanctus, nei passaggi, quali a forza
di gran fiati si fanno dalla terra al Cielo.
Voi pregate per me, che quando sento calare una nostra sorella,
mi copro di rossore, (tanto in me gran passione prevale). Ora
non sia mai così nella musica spirituale, la quale io so
cantarle con parole, ma non effettuarla coi fatti, che Iddio mi
liberi da si vacuo cantare, con che voi mi possiate rispondere
dicendo per mio rimprovero "vox, vox et nihil ultra".(7)
Fate bensì, che io canti più col cuore, che con
la lingua, acciocché piangendo e penando, ambedue cantiamo
a Dio lodi d'amore. Voi tirate la lira al vostro pianto, che io
vi accordo il mio cuore, con che per una eternità cantiamo:
sit nomen Domini benedictum. Fiat voluntas Domini et
in essa vi lascio, e caramente saluto.
Palma a di 01 giugno 1677
[umilissima serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) "il Signore ha dato, il Signore ha
tolto, sia benedetto il nome del Signore";
(2) "sia benedetto il nome del Signore";
(3) "la triplice corda difficilmente si rompe";
(4) "la conversazione è in Cielo";
(5) "ti sia felice l'unione, ora e sempre in eterno";
(6) "sarò pacifico, con quelli che odiano la pace";
(7) "parole, parole e niente altro";
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Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
ppena
l'anima mia si trova capace più di sofferenza, poiché
il mostro che poco fa la sorpresa, appena nacque che passò
dall'infanzia all'adolescenza, dove va tanto crescendo che nella
gagliardia della sua gioventù confinerà l'anima
mia nella morte eterna.
Onde in questo poco [che] mi resta, ho determinato darmi quell'aiuto,
che forse Dio mi ha ispirato; sicché a guisa di agonizzante
darò gli ultimi segni di morte, che saranno alcune devozioni
esterne ad effetto di conseguire quella grazia che tanto mi è
necessaria, che se l'ottengo (come devo sperare per alcuni chiari
contrassegni) sarà non tanto mia ma più quiete altrui,
e però mi è stato avvertito di prima richiederne
sua licenza e dopo effettuarle, la quale io me la prometto sicura
essendo l'invocazioni delle più ordinarie. Cioè
alcune messe, comunioni, orazioni vocali e spirituali elemosine,
per le quali spero al Signore e sua SS.ma Madre che daranno ai
miei desideri l'ultimo vale; se si contenta domani li porrò
in opera, e mi ordina ciò che le piace, poiché io
forse più tardi mi porterò a V. R. per riceverne
la determinazione; o se avrà occasione di parlare con la
madre Abbadessa mi potrà con essa mandare la risposta,
che sarà cosa più spedita, mi benedica.
di V. R., [dal nostro Monastero], a di 05 giugno 1677
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
Nota del Confessore: Il mostro che dice appena essere comparso, che dall'infanzia crebbe all'adolescenza, intende essere il desio di morire, come si conosce dalla relazione che fece in ratto il di 21 Giugno 1677, benché allora si stimò dal Confessore essere mostro infernale per le sue gagliarde tentazioni al solito. Esercizi concesseli. Messe sette per tutta la settimana dello Spirito Santo; comunioni sette, per ogni giorno innanzi l'altare di Nostra Signora; elemosine sette, spirituali della medesima maniera, applicata ad anime bisognose; sette rosarij interi, uno ogni giorno di 15 poste, e tutte queste in suffragio di un'anima Purgante, la più bisognosa, secondo il divino beneplacito.
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Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
rsù voglio
mortificarmi, per ciò che lui mi consiglia, purché
V. S. si mortifichi in ciò che mi domanda, acciò
l'un l'altro ci diamo la mano col buono esempio, accetti però
le mie scuse della molta tardanza, poiché la mia vita di
nuovo registro viene diversamente ordinata, poiché non
come prima potrò scrivere di ogni tempo, ma solo in certi
spazi prescrittimi da chi mi regge nel voler divino; stante che
vi è stata persona che da poco tempo mi ha portato proibizione
del modo suddetto, cosa da me assai bramata, ma niente procurata,
benché cordialmente ricevuta gloria sia a Dio, e al santo
amore che così mi provvede senza mia intromissione.
Oggi è il suo trionfo di cui restò sazio il sacro
Apostolato nella effusione dello Spirito Santo, oh! Dio fosse
oggi tromba la mia voce per intonare i vanti del santo amore,
egli impera, egli regna, nello corso della perfezione, dove corona
Regina l'anima che lo tiene; benché egli non si da senza
pari scritto della sua corona, quale altro non è che la
croce del patimento, con che impugna coraggioso ogni martirio,
egli con questa spada caccia da dove regna ogni suo nemico, che
tale sempre lo sarà ogni alieno affetto, "fortis
est ut mors dilectio"(1) egli è forte guerriero
come la morte, che per meglio combattere come essa si è
spogliato ignudo, sgravandosi etiam della propria pelle, cioè
non solo di affetti alieni, ma dell'amor proprio.
Sicché il nemico non ha per dove tenerlo per debellarlo,
oh! fortissimo Amazzone che tante conquiste fa in pro di Dio,
V. S. si scrive alla sua milizia per venire alla sua corona, e
pensi che "non coronabitur nisi qui legitime certaverit".(2)
In questo appuntamento restiamo, mentre io farò il medesimo,
sento poi ciò che mi dice in ordine a quella religiosa,
che tra le spine dei suoi difetti dispensa rose miracolose, che
Dio sa come sono.
V. S. faccia poco caso di queste rosate apparenze, poiché
"flos aegreditur et conteritur",(3) solo il giglio
del vero amore immarcescibile permane, il quale nell'umiltà
vi cresce come propria radice, la rosa infranta marcisce, ma oppressa
giova, benché in amarissima medicina; così l'anima
infranta senza factura di oppressione penale marcisce, e poco
dura la fragranza della sua odorosa fama, ma franta giova.
Benché in amarissimo estratto della sua pazienza, con che
guarisce l'anime inferme con i lattuarij spiacevole delle sue
lacrime, che versa di nascosto per la salute dell'anime, senza
tante estrinseche dimostrazioni queste sono i veri miracoli, guarire
l'anime dal peccato e ravvivarle per la vita eterna, senza darsi
a sapere per liberatrice, in modo che ne anche lo sappia la vana
gloria per richiederne parte. Oh! Dio questa anima va sicura,
e non io che ne meno tengo di che celarmi, la mia povertà
è estrema, V. S. la soccorra con suoi santi sacrifici come
io farò per lui nelle mie pigre orazioni.
Le nostre buone novizie sono buonissime di salute, e ottime di
spirito, benché suor Maria Vittorina, questi giorni ebbe
lievissima febbre appena di tre giorni, ma ora grazie a Dio sta
del tutto bene, finisco con raccomandarmi all'orazioni dei suoi
devoti penitenti, mentre la riverisco con mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 06 giugno 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "forte come la morte è l'amore";
(2) "non sarà incoronato se non chi legittimamente
avrà portato";
(3) "il fiore germoglia e viene calpestato";
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Al Signor Don Geronimo Ribera.
icevo la lettera
di V. S. e la carità del Padre Giovanni Birelli, con che
ambedue tanto favoriscono la loro indegnissima serva, sicché
umilmente gliene rendo molte grazie, gradendo sopra modo le piante
e fiori [che] mi offrono, quale saranno a me di molto gusto stante
la loro fragranza tanto dovuta ai sacri altari, dove il nostro
Iddio odora in esse i nostri cuori; con che offriamo a lui questi
piccoli ossequi, "aspiret mihi odor amoris tui",(1)
così ci dice il Signore in questi piccoli doni odorando
in esse la soavità del nostro amore e non li fiori materiali.
Onde il merito sarà di V. S. di quel tanto di bene [che]
si effettuerà in questa occasione, nostro Signore corrisponderà
per me a questa loro offerta, mentre io sto aspettando li loro
favori, la pianta però del gelsomino di Francia mi è
stata sopra tutte gradita, essendo stata da me assai desiderata;
V. S. in essa mi ha dimostrato come il suo affetto, così
la candidezza dei misteri gaudiosi del SS.mo Rosario, essendo
i dolorosi la passione che mi promette, nell'altra pianta, come
anche trovo li gloriosi nella terza pianta di rose duplicata che
diciamo di cento foglie.
Onde V. S. in darle, ed io in riceverle l'uno e l'altro ci eccitiamo
dicendoci "coronemus Mariam rosis",(2) nella
cui fragranza la lascio con umile affetto facendo al Padre Giovanni
Birelli ed a V. S. umilissima riverenza, come fanno mia madre
e sorelle, e tutte coloro da lui salutate, particolarmente però
suor Maria Melchiona la riverisce, suor Maria Catarina lo saluta
ringraziandolo delle cose mandateci, e con ogni desiderio aspetto
la terra di Cipro, come pure l'altra promessa suor Maria Gioseppa
essendole assai necessaria, e per fine tutte lo salutiamo desiderandolo
santo, pregandolo che si ricorda di noi nei suoi sacrifici.
di V. S., Palma a di 07 giugno 1677
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "mi attira l'odore del tuo amore";
(2) "incoroniamo di rose Maria";
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Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
fulgure et tempestate
libera nos Domine, libera nos Domine".(1) Così
per gran spavento rimase l'anima mia vociferando, dopo la venuta
dello Spirito Santo, il quale oh! Signor mio mandastivo in tuono
tremendissimo a segno che le mie potenze "(a voce tonitrui
tui formidabunt) terribilis Deus in donis suis, amabilis Deus
in donis suis, ammirabilis Deus in donis suis"(2) egli
è la manna di più sapore, il braccio di più
mani, e la varietà di tutti i cuori, in somma egli è
quel Dio che dice "Ego occidam et ego vivere faciam percutiam
et ego sanabo", (3) essendo anche pur io quella Creatura
che ad ogni suo acquisito rispondo, "(non sicut ego volo
sed sicut tu) sit nomen Domini benedictum",(4) ma alla
fine oh! Padre io non sono di marmo, che se tale fossi pure sarebbe
franta a colpi di sì continui martelli.Ohimè la
venuta del divino Consolatore apportò non solo consolazione
agli Apostoli, ma etiam ai gentili nelle loro conversioni,
solo a me diede formidabili spaventi caricandomi come merito di
tempeste mai intese, e di orribile baleni; udite oh! Padre gran
pietà, e poi fate congettura qual siano li miei peccati,
egli si diede a me come un tuono tremendo scaricando sopra l'anima
mia tante penalità, che parmi fossero quanto tiene stille
una pioggia. Sicché le spiego nel notamento delle cose
inesplicabili, seguì immediatamente un lampo di fuoco senza
luce, ma consumante che passando come un baleno nella sostanza
dell'anima mi lasciò intera nelle penalità, consumandosi
a tutto il resto senza lasciarmi per altro sussistenza nessuna.
Sicché ogni mia facoltà rimase vuota con un ammirabile
sopimento, di tutto ciò che bisogna nell'attitudine dell'opera;
sicché fuori di patire, parmi vivesse "tamquam
non esset",(5) mi lascio di più tutta la mia umanità
così sterminata che mi trovo inabile etiam al respiro,
e la vacuità interna si diffonde tanto al di fuori, che
mi vuota con il mio penoso svenimento la massa corporea, dove
ad ogni piccolo sono benché fosse di un sospiro in essa
risponde a guisa di eco un ohimè continuo, e questo è
il suono della mia abitazione, dove escono a ballo li pianti e
li lamenti, che tale mi sarebbero quando per mio esalo le potessi
formare, ma la mia immobilità salda mi lega ad ogni privazione
di sollievo. Basta sin qui per seguire il suo comando, con che
mi richiede come io ricevei lo Spirito Santo, il quale si rinnovellò
il suo albergo nel mio cuore, come quello che teneva nella creazione
del mondo, che "ferebatur super aquas"(6) così
lui venne a me riposando sopra le mie procelle e fiumare di lacrime,
che se lui occultamente non mi avesse fatto il pilota la mia navicella
si sarebbe sommersa nel profondo dell'ultimo naufragio.
Sicché V. R. si distolga del dubbio perché lo Spirito
Santo primo riposava sopra l'acque, e poi discese agli Apostoli
in forma di fuoco, poiché la sua potestà è
assoluta, onnipotente, egli passa dal fuoco dell'amore, all'acqua
della freddezza senza mai scemarsi il suo godimento in coloro
a cui l'apporta; stante che li suoi eletti per "ignem
et aquam salvi facti sunt",(7) per queste varie condotte
li conduce al Cielo, oltre che in ciò si dimostra Autor
del tutto con universale concorso, essendo medio di ogni estremo,
caldo ad ogni disgelo, e rinfresco ad ogni fuoco, e con esso senza
inciampo si va sicuro, impero che "universe vie Domini
misericordia et veritas",(8) così io agile volassi
come vado sicura dietro la sua guida, Padre io sono contenta,
vada io dietro lui e muoia nel tormento.
Rispondo poi per li miei grillacci, che questi non sono più
miei, ma di quella iniquità che li trasse qual calamità
della giustizia di Dio, sicché le recidive sono nell'inferno
di gran pericolo, e mentre io torno a peccare, e Dio duplica i
castighi con più furore; sicché questi grillacci
sono inespugnabili, che nella sua nerezza mi si dimostrano allievi
del demonio, il quale con l'assenso del suo creatore li nutrisce
per mal peggiore, ne possono essere di meno mentre furono generate
della iniquità in pabulo di futura disperazione; ohimè
miseri noi se della Croce di Dio ne facciamo bersaglio infernale,
collegando all'angustie più peccati, generando la nostra
penalità più iniqui germogli, come colui che "concepit
dolorem et peperit iniquitatem".(9)
Ah! che amara generazione, peggio assai di quella ci lasciarono
li grilli andati, se non si distrugge la generazione dei peccati
Dio non caccerà quella dei grilli, si vis amari
ama così si placherà Iddio nel nostro amore effettivamente
però nella emendazione dei nostri peccati, la richiesta
di V. R. in ordine ai suoi voti non può essere che sommamente
lodabile, poiché queste sono le chiavi che serrandoci ogni
ingresso terreno, ci aprono quelli spazi eterni racchiusi nel
cuore divino, dove l'anima incatenata con la strettezza di questi
voti lietamente passeggia in quelle lungaggini contrade della
infinita magione.
Oh! giganteschi passi trascorsi in Dio per piccole privazioni,
benché questi voti per il principio sono da farsi terminati,
come per alcuni mesi o per un anno in riguardo di alcune apprensioni
che sogliono occorrere nella privazione che genera appetito, e
dopo nella consuetudine confermarle per sempre, ma ciò
non bisogna nella sua persona, poiché il suo fuoco è
ben consumato, e da per se stesso si coprì di cenere che
ardente lo conserva; sicché questo mio parere sarà
solo per obbedirlo mentre me lo richiede per suo comando, già
sono in quei tre giorni che V. R. mi domanda per aiuto di quella
anima che brama strada per la via del Cielo, io le seguirò
duplicate, applicando per essa ogni mio esercizio, e ciò
farò duplicatamente pari della carità che V. R.
ricevo sopra ogni mio merito.
Di che umilmente la ringrazio, che oltre a tanti eccessi di più
mi arricchisce con li suoi santi Sacrifici, dove io tanto spero;
mi domanda di più della qualità del dono che a suor
Teresa nuovamente li diede il Signore, meritatamente ne domanda
a me, poiché nessuno sa come sortì la ferita come
il coltello che l'incise.
Ohimè tal volta uno uccide il suo pollo per gustarlo, buttando
dopo lo strumento con che l'uccise, il quale mai si prende che
per effettuarne macelli, cosa da tutte temuta per dannosi tagli,
così trangia il Signore l'anime per cibo che i suoi banchetti
servendosi per danneggiarle di certe occasioni, che l'occorrono
per anime assai miserabili e dall'in tutto mie pari, che altro
io non sono ai suoi servi che profilato coltello per nocumentarle
il cuore.
Basta egli lo sa quanto io ferisco crudele, io non posso dir altro
che se il vuol intendere più chiaro ne domanda a Giacob
come sogliono succedere questi stroppicamenti, poiché in
una angelica lotta rimase zoppo, benché senza ferita, ma
con più dolore si lamenta la nostra inferma "vulnerata
sum caritate",(10) poiché per atto di carità
riportò cruda ferita, essendo più gagliarda di lei
la mano divina, oh! morte viene questa dura contesa, sfodera pur
tu la tua spada dando colpo mortale a chi la sfida.
Ohimè io fui la causa, sicché per quietarla è
bisogno che muoia, oh! Signor mio levatevi di collera "mitte
gladium tuum in vaginam",(11) io sono il duro coltello
che ferisco, in fodera Signor mio questo flagello nell'angusta
vagina di una sepoltura, coprilo di ruggine, buttalo nel fuoco
acciò più non smacella, ohimè morte quanto
ti bramo, terra quanto ti desio, vattene mia vita più non
mi far guerra, io sono stracca, il mondo non può più
"dimitte me aurora est"(12) la mia notte oscura
quasi è passata, già spero del mio fine chiaro l'albura;
ohimè quando verrà a me la stella mattutina, morte
tu del mio Sole sei lucida aurora.
Oh! "oriens splendor lucis aeternae veni et illumina sedentes
in tenebris et umbra mortis"(13) poiché la vita
mi è peggio che la morte, io in somma mi confesso il fiero
coltello di suor Teresa che così crudele li fece aspra
ferita, abbia pazienza così si stroppica quel membro che
si muove a consolare chi non lo merita, io sono degna di vedere
mostri infernali, e non spose del Signore, ad ogni modo Padre
mi piange il cuore che parmi assai me ne ha fatto il Signore.
Ohimè per li miei peccati non è, perché per
essi non vi sono pari castighi, dunque perché tanto a morte
me la tiene, che per dove può non lascia di che dispiacermi,
e par distruggerebbe il Cielo se vi corresse pericolo di entrarvi,
dico per atto di eccesso mentre sono in vita, o per mia fede che
voglio consumarmi in pianto per far che lui non abbia più
con che vendicarsi.
Padre non mi consolate che non capisce conforto la mia sciagura,
se io avessi lui non avrei che piangere, ma nel suo abbandono
fugge pure da me ogni ventura, egli nel partirsi si tolse tutti
li panni, lasciandomi di ogni bene arida ed ignuda, che se tal
volta mi volto non trovo altro che affanni, fuggendomi come l'inferno
ogni creatura, poiché se alcuna si muove a consolarmi egli
agramente la minaccia, e come forte guerriero or batte, or ferisce
chi si commuove al mio sollievo e infelice chi si accinge alla
prova.
Ohimè io torno sempre a dire che se avessi Dio non mi bisognerebbe
cosa creata, e mentre egli non viene ne anche voglio altra creatura,
anima mia abbia pazienza, vivi tra tanto di lacrime e costanza:
umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Litanie dei Santi "dai fulmini e dalle
tempeste, liberaci o Signore, liberaci o Signore";
(2) "avranno paura allo scoppio del tuo tuono, è terribile
Dio nei suoi doni, è amabile nei suoi doni, è ammirabile
nei suoi doni";
(3) "io ucciderò e farò vivere, percuoterò
e risanerò [le ferite]";
(4) Mt. 26, 39 "non come voglio io, ma come [vuoi] tu, sia
benedetto il nome del Signore";
(5) "come se non esistesse";
(6) "veniva trasportato sulle acque";
(7) "si sono salvati con l'acqua e con il fuoco";
(8) "le vie universali del Signore sono misericordia e verità";
(9) "se vuoi essere amato";
(10) "ferita sono di amore";
(11) Lc. 23, 11 "rimetti la tua spada nel fodero";
(12) "lasciami, è sorta l'aurora";
(13) "o splendore e sorgente di luce eterna, vieni e illumina
quelli che abitano nelle tenebre e nell'ombra della morte";