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1677 01 01 AMBP ms. 125 / 77 autog.

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.

 

Jesus + Maria

vendomi comunicato, parmi [che] udissi parlare in questo modo la SS.ma Madre, cioè dirai al tuo Padre spirituale queste parole: Escano le due converse da dove un tempo e le novizie entrarono, poiché tengono bisogno più di umiltà che di dottrina, e credendo io che dicesse per il noviziato le dissi: Signora loro non vi sono, ma solo nella lezione vi vadano, ed Essa mi disse: Dirai quanto ti ho detto, e parlami cieca che sarò ben udita; sappiano, (cioè tutte le monache) poi soggiunse, che mie sono le grazie, e posso sì come dispensarle così toglierle, e sarà mio il dominio quando fosse bisogno particolarizzarle, dandole a chi ne sono degne, e a chi non sono tale segregarle.
V. R. mi benedica, [Dal nostro monastero a di 01 Gennaio 1677]

[sua umilissima suddita]
Maria Crocifissa della Concezione

Nota delle monache: Nella suddetta ambasciata la Madre SS.ma vuole che il Confessore esenti le due converse dall'udire leggere gli scritti di Crocefissa; che il medesimo Confessore di quanto in quanto faceva leggere di nascosto alle monache (quando vi stava scritto il segno datole dalla stessa Madre di Dio nel fine) cioè: Jesus + Maria (come sta notato altrove, cioè nell'Anno 1676). Dice poi il Padre Confessore, nel suddetto notamento (per lo scritto che si doveva leggere in comune del 27 Dicembre 1676), detto scritto è di gran ponderazione e profitto, segnato nel fine dal suddetto segno.

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1677 01 16 AMBP ms. 01 / 77 copia

Al Signor Don Giuseppe Magro, sacerdote.

 

Jesus † Maria

ignor D. Gioseffo l'anima di V. S. sta in un gran viaggio, come pure la mia, essendo che ambedue viatori varchiamo il mare di questo mondo, per arrivare al Paradiso, dove appena hanno arrivato la miglior parte dei nostri antecessori; poiché gravate di gran pesi terreni sono state portate all'ingiù come piombo all'inferno.
Or considerando io il gran travaglio di colui che cammina cadendo, ho determinato per questo sgravar l'anima mia di un certo rimorso di coscienza, che da impulso mi fu avvisato, ed è che essendo io applicata alla nostra sacristia, come parimenti V. S. alla cura della nostra Chiesa, occorreva alle volte che venendo per celebrare il rev/do sacerdote D. Gioseffo Baldacchino, era da me, se non totalmente impedito, almeno ritardato o ritrosamente ricevuto; e benché questo mio mal dovere era in bene altrui e con ottima intenzione, non dimeno piangerò questo poco rispetto per quella parte in che si intromise il mio volere.
Onde prego V. S. umiliata e pentita a perdonarmi di questo scandalo datogli, e pensi che sono stata una bestia che mordendo chiunque sia, nemmeno l'ho perdonato ai ministri del Signore, dovendoli io adorare come Cristo in terra. Prego di più la carità di V. S., che dia segretamente l'acclusa elemosina al suddetto reverendo in soddisfazione del mio peccato, quale dovrebbe esser più larghissima; ma perché io sono povera religiosa tutto l'ha tassato il Signore, e ringrazio la sua pietà che mi ha fatto degna di andarla mendicando per suo amore.
Resti V. S. nel Signore, e vada cavando la luce dalle tenebre, cioè, amor di Dio della tentazione, alcune delle quali sono sì durabili che per la viscosità sono come pace all'anima, e bisogna per maneggiarle usar dell'olio; non dico del materiale, ma del spirituale che parmi sia l'esercizio ben usato dalla medesima tentazione, quale tiene le medesime qualità di questo liquore. L'olio ognuno lo fugge sopra la propria persona, perché sporca la veste, ma pur si compra caro per le lucerne, stimandosi la sua piccola lucciola un sole notturno.
Così la tentazione benché deve fuggirsi e massime alcune che apportano sordidezza alla spoglia umana, non dimeno sono da stimarsi quando Iddio le da, poiché accendano nelle medesime tenebre il Sole notturno dell'amor divino, quale meriggia nella resistenza eclissato bensì alla nostra notizia. Dibatta V. S. in qualsivoglia contrarietà la pietra e il ferro, cioè, il demonio e senso, che in questa cruda guerra sfavilleranno le faville del fuoco divino, quale luciderà il suo Cuore, benché di luce notturna, persistendo sempre via più la forza della tentazione.
Questa notte oscura da più strada al Cuore per indirizzarsi a Dio, e benché non lo veda nella sensibile conoscenza, grida non dimeno a mezza notte oscura "anima mea desideravit te in nocte"(1) confermandosi sempre nella sua oscurità nella volontà del Signore; riposi V. S. in essa, mentre io le domando perdono se sono stata assai lunga, essendomi il tutto improvvisamente stato tratto della lingua, quando credeva finirla in due parole, quale volendo dirle di presenza, sono stata impedita della mia solita ripugnanza, se malamente non mi immagino. V. S. questi giorni addietro ebbe pensiero di parlarmi, sicché nostro Signore provvide a questo suo desiderio, con mandarmi nel medesimo tempo questa urgenza, per la quale ho avuto occasione di soddisfarlo in questa carta; prenda V. S. la misericordia di Dio, e non la mia contagiosa loquacia, mentre per fine nelle mani della Madre SS.ma lo lascio raccomandandomi ai suoi santi sacrifici.
di V. S., Dal nostro Monastero, oggi giorno di Sabato 16 gennaio 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "l'anima mia nella notte ha desiderato te"

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1677 01 30 AMBP ms. 02 / 77 copia

Alla Signora Principessa di Rocca fiorita.

 

Jesus † Maria

arissima Signora e dilettissima sorella, ricevo dalla sua lettera estremo godimento, ah! signora mia, se fosse tutto il mondo a lei consimile, ed oh! quanto saria amato il mio Signore; V. E. tra le umane frigidezze arde d'amor di Dio, sicché è più che vero che "aquae multae non potuerunt estinguere caritatem"(1) questo mondo è un mare che ci sommergerà, se non ci scamperemo nello scoglio dell'amor divino.
Oh! quanti Regi e gran Monarchie hanno morto piangendo, per non salire in alto verso il Cielo, quivi è il nostro bene, e bene eterno; il mondo se fosse tutto d'oro e pieno di godimento è degno di dispregio, perché è tanto amaro il suo fine che per aspro martirio ognun lo lascia morendo. Infelice chi lo serve per esserne alla fine con bastone di morte ributtato, non così fa il nostro Iddio, le di cui promesse sono vere, li premi impareggiabili, e le corone eterne; un'anima data a Dio non vuol altro che amarlo, e muore nel guardarsi nel fango di questo mondo.
Ah! mia signora quanto ben fa V. E. nel lasciarlo, con l'affetto per quanto conviene al suo stato, nostro Signore tanto le darà del suo miele, per quanto lei lascerà questo mondano amatore; stante che mondo e Dio non possono insieme compatirsi, felice V. E. se amerà Iddio secondo la sua vocazione. Io benché indegnissima del suo progresso, sempre ne pregherò il Signore; la Madre SS.ma le sarà sua scorta fida conducendola all'amor perfetto del suo SS.mo Figlio, sotto il suo manto la lascio con umile riverenza, come pure fanno mia madre e sorelle, riverendola umilmente con la signora Duchessa sua suocera. e signora sua zia.
di V. E., Palma a di 30 gennaio 1677

umilissima serva che la desia tutta del Signore
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "molte acque non poterono spegnere il fuoco della carità";

 

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1677 01 30 AMBP ms. 03 / 77 copia

A suor N. N., monaca nel Monastero di ..........

 

Jesus † Maria

ignora mia, ricevo la sua carta, e piango la sua estrema miseria, ove si trova caduta, religiose di questo modo ne è pieno l'inferno. V. S. mi dice, che procura uscire dalla clausura, dove si trova Professa, per andare dietro il suo Confessore. Io non posso capirlo. "Sed libera nos a malo",(1) poiché male come questo io non ne trovo peggiore.
Ma il peggio, che pare a me, è, che ella profana il bene, dando color di virtù a tale inganno. Dice, che vuol stare attaccata con quello Reverendo, perché altrimenti non trova pace nella sua coscienza. Ma che amaro riposo è questo, preso sulle spine di tanti attaccamenti! Se l'anima sua non è morta, ben si dolerà di codeste spine, e gravi rimorsi, che deve avere.
Qual virtù mai produsse il vizio? Se questa sua ansia è virtuosa, perché dunque l'ha così ridotta in disperazione, in modo, che ella stessa confessa, che niente più apparisce da religiosa tralasciando ogni buono esercizio, e santo deportamento? lo dica chi vuole, che V. S. è scrupolosa, che io nol dirò giammai. Vedo bensì, che mentre ella procura rigettar da se la piccola festuca dei peccati leggeri, si carica questa smisurata trave di tanto deplorabile attaccamento. Veda per amor di Dio, che ella sta in errore. Una è la dottrina di Cristo Signor nostro, e dai suoi ministri ugualmente viene a noi insegnata. Lasci la scorta da parte, e prenda il cibo della Divina parola. Ubbidisca alla cieca, e non guardi alla persona. Carissima sorella "maledictus homo, qui confidit in hominem".(2)
Lasci questa speranza caduca, e speri in Dio, il quale sarà tutto il suo bene, purché ella non contraffaccia li suoi istituti. Io parlo senza sua richiesta, perché essa non domanda il mio consiglio, ma solamente mi comanda, che io mi adoperi con il suo Confessore acciò non la lasci. Liberami Signore di tanto affare, poiché se io potessi mi industrierei al contrario. Mi perdoni V. S. che io l'amo in carità, e però ho parlato in suo bene. Preghi ella per me acciò mi liberi Iddio di far peggio. Per fine la riverisco, desiandola tutta di Dio pura da ogni superfluità, ed umana speranza, con che umilmente l'abbraccio nelle piaghe del Signore.
di V. S., Palma a di 30 gennaio 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "Ma liberaci dal male";
(2) "maledetto l'uomo che confida nell'uomo";
(3) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata tratta da: S. Attardo, Scelte di lettere spirituali della Ven. suor Maria Crocifissa della Concezione - Andrea Poletti - in Venezia - MDCCXXVII, pag. 120 - 121;

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1677 02 07 AMBP ms. 04 / 77 autog.

Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.

 

Jesus † Maria

h Dio! e cui mi darà tanta acqua di quel fonte perenne, con che possa saziar la sua brama, cotanta innamorata di Dio e della sua santa parola, a segno che non trascura mendicarla dalla mia rozza favella, ah che questa sua brama mi fa gridare sino al Cielo "sitio hanc aquam, sitio hanc aquam, tanto che concupivit anima mea desiderare",(1) poiché io per la mia indegnità nemmeno posseggo questo veemente desiderio, ma si che lo desio anzi lo bramo, uno stomaco come il mio pieno di flemma fugge la bevanda. Ohimè, oggi il mondo è infermo di questa mortale infermità, oh! maledetta freddezza. Iddio accende il suo amore ed essa lo smorza, l'umido nostro lo ributta anzi lo sdegna, il calor febbrile talvolta lo consuma, il fuoco eterno, ah! mondo infelice, oh! misero mondo, l'abbondanza dei gusti propri fa che vacua nell'estrinseco tanti vivi scandali e mali esempi. Dieta vi bisogna per la sazietà eterna, io vivo misera me in questo ospedale del mondo, tanto inferma che la inappetenza del bene mi consuma, vedo la beltà di Dio e muoio di amarla, ma desio questo, non è anzi una burla, poiché non è costante nell'esecuzione dell'opera, ed oh! me infelice che non posso dir con esso "nonne cor nostrum ardens [erat in nobis] ".(2)
Padre mio rev/do, a che V. R. va molto errato nell'abboccarsi meco, e che ha da fare un cuore di fuoco, con un altro di gelo, vada fuori da me che io sono di ghiaccio, altro fuoco io tengo; oh! sfortunato incendio, così ardono coloro che compiacendo li loro appetiti tirano carbone alle sue fiamme, poiché l'attualità ai disordinati appetiti accende maggior fiamma delle nostre male inclinate voglie, senza il pabulo dell'azione indegne. Ma ohimè codesti legni sono tanti, che eterneranno le nostre concupiscibile ed irascibile nel fuoco eterno, io parlo per bocca di colei che vide il mondo pieno senza misura di questi lacrimosi incendi, ove dimoravano gli uomini confinati, ma la principale sciagura era di coloro che forsennatamente soffiavano le sue fiamme, rendendole con le compiacenze inestinguibile, poiché l'olio della insaziabilità le fa voraci.
Ah miseri che fate!, oh! Creature, un cane fugge il pericolo, e voi si veloce vi andate, Signor mio venite e vedete il popolo cristiano, che per la insaziabilità dei terreni pascoli è diventato l'uomo "sicut equus et mulus quibus non est intellectus",(3) egli nel viaggio di questo mondo al Cielo peggio del popolo eletto [che] si è fatto il vitello d'oro, adorando per voi il denaro e il proprio interesse, la gola delle sensuali dilette talmente lo domina che cambia la manna del vostro amore, per questa vile cipolla, per la lentezza del passo alla terra promessa poco o nessuno vi arriva, tutte bramano il suo Egitto e il suo peccato, quale le servirà per morte e sepoltura.
Ah! Signor mio, io lo piango per morto, ma "si tu fuisses hic frater meus, non fuisset mortuus",(4) questo mio prossimo, questo mio caro fratello, fu mortalmente ucciso della vostra partenza, fugge il Signore da dove entra il peccato, questo è il bastone di Dio, oh! grave inferno, piangerò io il mio e l'altrui peccato, pianga pur V. R. la poca sorte del nostro Iddio e il suo gregge è disperso.
Resti qui egli piangendo li miei errori, mentre io resto ai piedi suoi godendo del suo pianto, poiché il pianto per Dio è un lieto riso, mi perdoni però di questa mia inondazione di parole, poiché un cuore ristretto corre nella opportunità senza riparo, ho parlato con un cuore assai verace, ne so [quello] che ho detto, V. R. resti in questa verità mentre io con umile riverenza li domando la santa benedizione. (Palma)
Le nostre carissime novizie vivono da vere spose del Signore, sono atte per la santa religione, io l'amo come devo a par di ogni altra, benché suor Maria Felice ancor mi fa la straniera come io non fossi sua serva, la sua estrema verecondia fa crescere molto la mia, a segno che mi arrossisco in dirle una parola, benedetta sia suor Maria Vittorina che con il suo allegro sembiante mi caccia stranezza e mi rallegra il cuore, V. R. dia un buono avvertimento sopra questo a suor Maria Felice, perché io l'ho promesso questa accusa.
Del resto ne stia assai contento, e ne dia gloria al Signore, circa poi del mio scrivere io devo dirle che la mia inabilità mi vuol pertinace nel silenzio, V. R. pensi che io sono femmina ignorante e di privata vocazione, e il profitto che lui cava dalle mie lettere non sono esse la causa, ma la sua ottima disposizione, la quale trarrà maggior frutto nelle parole di qualsivoglia altro, essendo io di ognuno la peggiore, io lodo la sua umiltà, ma non la vorrei pabulo della mia superbia, sicché da qui innanzi conserverò le sue carte come di umiltà miei rari esempi, alle quali così risponderò con il santo Davide "obmutui umiliatus sum et silui a bonis".(5)
di V. R., Palma a di 07 febbraio 1677

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "ho sete di questa acqua, ho sete di questa acqua, tanto che l'anima mia ha bramato di desiderio";
(2) Lc. 24, 32 "non ci ardeva forse il cuore in petto";
(3) "come il cavallo e il mulo, a cui manca l'intelletto";
(4) Gv. 11, 32 "se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto";
(5) "nella umiliazione sono ammutolito, e nel bene ho fatto silenzio";

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1677 02 11 AMBP ms. 05 / 77 autog.

Al Padre Don Geronimo Vitale, Ch. Reg., Roma.

 

Jesus † Maria

odato sia il Signore, che oggi cambiò motivo il mio pianto, portandomi la sua lettera estraneo godimento, e sono uscite al di lei incontro le mie lacrime, pensando che"venit de longinquo auxilium Domini ",(1) oh! cosa nuova, oh! cosa nuova, e quando mai in Casa mi conforto, impero che nello scoglio del mio abbandonamento altro non trovo che infortuni e procelle, ma oggi soggiornò per me il giorno sereno, cosa unica in vero al diluvio delle mie amarezze, ove comparve la colomba della sua carità uscita dall'Arca del suo cuore, portando in bocca l'ulivo di pace, che alquanto prova il mio cuore nella sicurtà che lui mi porge di io ancora non essere affatto disperata.
Ah! Padre voi dite la verità, ma io non la vorrei mal fondata, cavandola da alcune lettere costì inviate a mio danno, essendo esse non tutte vere, ma la miglior parte finte del demonio per farmi cadere in superbia, il quale l'ha informato falsamente della mia virtù e finta perfezione. Onde è ben da sapersi che questo infernale nemico sa contraffare la mano di tutte le scriventi, e più di ogni altro quella del mio Padre Confessore, che se lui costì ha inviato lettere circa questo particolare (il che io non so, per umana informazione) non sono tutte sue, ma di colui che mi insidia di ogni tanto sparlando contro di me e della verità del mio spirito, volendomi confondere con indissolubili labirinti questo bugiardo demonio; tanto lui mi sta dicendo con riso smoderato, burlandosi a mio dispetto di tale inganno, per il che appena vide il buon giorno che si oscurò contro di me piovoso e ottenebrato.
Dunque se V. R. mi da tale sicurtà sopra questa bugiarda informazione, come io posso riceverla, lui dice bene, ma io ne cavo male per la suddetta ragione; oh! mia sventura come avrò da campare? ohimè mi sento occupare il cuore, Padre lasciatemi piangere un poco mentre mi riposo; torno ma per supplicarla a non voler credere a nessuno che di me l'informa fuorché a colui che le dirà che io sono la più scellerata del mondo, legga la mia prima lettera che in quei misfatti ben conoscerà chi sono.
Ah! che io dico così ma non per farlo, poiché non voglio di nuovo atterrirlo in quella spaventevole lettura, poiché la sua materia è tale che mi fa morire di rossore, e Dio lo sa che passo, quando io penso che lui può rammentarla; ohimè sono cose da buttarsi a mare per pescagione d'inferno, Padre non vi pensate più, che per divertirvi udite ciò che voglio raccontare.
Ieri stando io pensierosa sopra alcune infedeltà che mi sono state fatte, dal mio Padre Confessore e massima una simile cosa, la quale lui stesso mi confessò che fu la verità, e ciò successe a tante del Marzo preterito, il che se io campassi quanto Noé, mai me lo potrebbe scordare, standomi come spada confitta nel cuore; ma udite Padre che quanto vi sto per dire fu assai peggiore; sicché stando io in questa amara reminescenza con cuore afflittissimo per quanto più si può immaginare, essendomi stato fatto quel torto in compiacenza di chi io non ne posso sentire il nome, e stando dico così piangendo dirottamente.
Ecco mi fu bussata la porta, e facendo io la sorda per nascondermi dal pianto fu con più forza battuta anzi di serrata, entrando una persona che fu la sorella della suddetta compiaciuta da oggi all'anno, la quale mi diede una carta scritta di mano di questa sua sorella, dove vi erano copiati alcuni miei segretissimi affari, anzi tutti interni, cose che mai mi sono uscite di bocca fuor che con il mio Padre Confessore, al quale per grande ripugnanza, ne anche mai ho conferito per altro, che per alcune scritture, non bastandomi l'animo di trattarle di queste cose con parole. Or di questi negozi era piena quella carta, che nelle mani mi diede quella persona così dicendomi, serbatemi questo scritto, sia che ve lo domandi, e terrete il tutto "sub sigillo confessionis",(2) poiché mi fu confidata con molti altri scritti del mio Padre spirituale.
Tutte però con tale condizione, disse così con segni di gran scherno, e partì ridendo facendosi gala dei miei dispregi, costei Padre è quella medesima persona, che io [ac]cennai nella mia prima lettera, cotanta meritatamente favorita da Dio, per mezzo di colui che quanto stima questa, tanto me sdegna; benché con ogni giustizia, la qual cosa è tanto cresciuta che mi ha fatto versare in lacrime le viscere del cuore, dandomi tanta vasta materia per più lacunose ragguagli, che scriverei grossi volumi per tutto ciò che passo giornalmente, sopra di che scrissi la mia seconda lettera che fu più lunga della prima, poiché tale la ricercò la materia.
Ohimè che dite oh! Padre, io vi avrò da morire così scontenta, al che in pensarlo mi si crepa il cuore, ma forse che sono bugie o esagerazioni ciò che sopra dissi, non, che non si può dire, poiché io talmente le verifico che ognuno le può giurare la carta che dico la tengo in mio potere, la mano è di colei senza dubbio, poiché è sottoscritta con proprio nome, ciò che dichiara sono tutti miei avvenimenti, anzi la dentro vi è scritto il mio sfortunato nome, che serve per accorarmi maggiormente.
Io non so capire come questo potesse essere inganno, so che il demonio può contraffare la mano di chi vuole, ma è atto impossibile che scriva il nome di Gesù + Maria; eppure in questo scritto vi è in modo speciale, dunque è verità che io sono stata delusa, anzi tradita, a dir che, di ciò non faccia caso, io non posso farlo poiché la materia è si gelosa che mi bisognerebbe per non sentirla essere di marmo.
Mi hanno dissipato il cuore, mi rubarono il meglio, Padre non mi consolate che non sono capace d'altro che di pianto, in esso voglio accecarmi per non mirare cose tanto indegne, ed ohimè che tra tante rompi cuore mi bisogna andar con bocca a riso, e con atti di ossequio verso coloro che senza intermissione il cuore mi trafiggono, spade mi sono le loro parole, spade le loro gesta.
Oh! gran schiavitù, e che ne dite oh! Padre mi morirò io così? che se tanto sarà oh! morte infelice, io non posso aspettarla d'altro modo, e pure oh! quanto la vedo approssimata; piangete oh! Padre quando vi viene la nuova della mia morte sfortunata, per carità non domandate il come, poiché ben le sarà detto che mori afflitta e desolata; oh! morte degna di pianto io tale la merito, e pure io la desio prima di arrivar quella ora che avrò da restituire quella carta, invece di che meglio le darebbe in pezzi il cuore, con tutto ciò mi converrà dargliela con atto piacevole e lieto viso, oh! Padre gli occhi miei sono pieni, poiché per impeto di sciolta renitenza mi bisogna riposare.
Ripiglio pregandovi oh! Padre a scusarmi in queste violenze, poiché esse sono con più ragione di quello [che] appariscono, causate di ciò che qui non esplico, poiché ciò che entra in me si condensa in modo, che resta impietrito, e perciò l'è impedita l'uscita etiam per esalo; io vivo più che morta in mezzo di queste tali, sapendo che loro sappiano cose di me che io non oso pensarle, come fo, come vivo nel conservarci etiam da sola e sola. Si che cammino e mi resto temendo il loro incontro, parlo e abbasso la voce per non farla giungere alle sue orecchie, se mi cercano mi nascondo, temendo non siano loro, se l'incontro mi arrossisco, se mi si appressano temo, e se mi parlano muoio; e tutto ciò solo mi accade per estrema vergogna che sento nel caso suddetto, che altre ed altre angustie vi sono per causa delle medesime in più potenti occasioni; e pensate oh! Padre che cuore che tengo con chi ne la cagione; oh! la grande infelicità d'una povera religiosa racchiusa in quattro mura che nella sua strettezza cammina fuggendo, e vive lacrimando; sicché prima di morire a furia di sventure mi vedo sepolta in una angusta cella, dove, che passo, tu lo sai Signore, solo il mio finestrino mi fa esalare un poco, che essendo vista a mare mi fa sospirare l'imbarco, ma il mare non vuol cadaveri anzi butta i corpi morti, e però mi rigetta essendo io sepolta nel marmo della freddezza.
Ohimè io mi stracco ma non finisco, poiché del caso suddetto ne sono pieni i miei giorni, e questo non è il più lacrimoso, che gl'altri sono peggiori; mi perdoni per fine se io l'ho infastidito con si lungo ragionamento, che mi sembra un Paradiso quando trovo con chi piangere, poiché il mio linguaggio è "sicut parturiens loquar",(3) muto, ma con lamento, che non volendo esce involontario senza però mai mandare fuori ciò che vorrei esplicare; udite oh! Padre questi miei pianti muti, e non vi scordate per carità della vostra peccatrice, non mi fate udire per amor di Dio ciò che spesso sentono le mie orecchie, che non bisogna aiutarmi per essere io destinata a patimenti, ma concorrere con il destino dando al misero miserie, e al desolarlo angustie.
No, no, Padre mio io so che non lo direte, che mi farete nel dirlo crepare il cuore di rispetto, e questo per me lo provo per un motivo disperato, che per essere afflitta e abbandonata altro dunque non spero che più afflizione, e più fiero abbandono, tanto non voglia Iddio in cui io spero, benché contro spem anzi navigo contro vento inanimata, ma giornalmente caricata di maggiori pene e peggio aiuti, e pure mi bisogna raffreddare in questo in modo che tra tali incendi viva come un marmo, e alle inclinazioni stia inflessibile come un ferro.
Aiuto Padre che mi mancano le forze, orazioni sopra tutto vi vogliono, come io già l'esperimento, mentre vivo sostenuta dalle sue e dalle sue figlie penitente, come io benché indegnissima sempre fo per loro, con lo sforzo possibile; Padre io sono la vostra schiava, io la vostra indegna penitente, prenda lui tutta me stessa per darmi tutta a Dio e alla sua Madre SS.ma, immergendomi si oscura e nera come sono, in quel fonte deifico dell'Ostia consacrata, della cui candidezza resteranno schiarite le mie tenebre; tanto io spero mediante li suoi santi sacrifici, quale aiuto le domando ora per sempre, poiché chi sa se potrò più farle ricorso con mie lettere, essendo io tanto sottoposta a così continui divieti. A Dio, Padre a Dio, io sono la vostra peccatrice.
di V. R., Palma a di 11 febbraio 1677

umilissima serva, la figlia peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Padre dopo alcuna tardanza, io mi sono accorta che doveva diversamente scrivere, senza mai nominare persona, il che mi fa dire, che revoco tutto ciò che ha dato mala congiuntura del mio Padre Confessore, essendo lui come V. R. stima persona di gran spirito e degno di qualsivoglia onore.
Onde la prego a mio dispetto a volerlo imitare trattandomi come io merito, giacché in questo solo le è dissimile essendo ambedue nella virtù non meno pari, V. R. non dia orecchio alle mie suddette preghi[ere], ma meni da qui innanzi con la corrente comune, così questa mattina mi ha fatto sentire il Signore per mezzo del mio Padre confessore, il quale mi disse che se V. R. fosse presente farebbe come lui, anzi peggiore, poiché chi è lontano inclina alle mie parole, ma chi è presente sdegna li miei fatti, lui me l'ha detto e non fu il demonio, poiché disse altre parole che questo non può dire. Onde io non voglio che V. R. vada appresso [le] parole ingannatrici, ma che cammini in verità, e lasci per sempre la mia compassione, dietro le quali potrebbe camminare in bugia, portasi meco come io merito, "inspice et fac secundum exemplar",(4) così fa il mio Padre Confessore, mi benedica.
(1) "viene da lontano l'aiuto del Signore";
(2) "sotto il segreto della confessione";
(3) "come se io gridassi, come una partoriente";
(4) Es. 25,40 :"guarda e agisci secondo il loro progetto";

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1677 02 15 AMBP ms. 06 / 77 autog.

Alla dev/ma religiosa suor Teresa [Crocifissa] Bruno.

 

Jesus † Maria

o, la più gran peccatrice del mondo, ebbi per fortuna il potermi confessare con il rev/do Padre Paolo Giunta, un tempo è [stato anche] suo Padre Confessore, la di cui carità non sdegnò la deformità del mio afflittissimo Cuore, anzi sbigottito fuor di modo della mia estrema miseria, mi feci animo per il ricorso alle sue sante orazioni; poiché io tremante di comparirle innanzi, mai l'avrei osato per non esser la più attrevita del mondo; madre, madre fatevi la croce, poiché è venuta ai piedi vostri la più creatura sgraziata, che per deformità trapassa la bruttezza del demonio, stante la sua estrema "nequitia".(1)
Io piango a voi prostrata, e saria venuta con la faccia per terra esalando per strada l'anima e la vita, e ciò per ottenere dalle sue sante orazioni, la reintegrazione della divina grazia, da dove misera me mi sono partita, per il che patisco quello infelice bando, con che da Dio mi bandì la divina giustizia; ah! misera me, io vado per tutto fuggitiva, ne trovo ove posarmi il piede fuorché nel mare delle mie continue lacrime, ove nuota affogandosi la nave senza nocchiero del mio cuore, ognun mi nuoce, ognun mi insidia etiam gl'alimenti, e ciò in difesa del suo Creatore cotanto offeso dai miei peccati.
Piangete oh! madre la ria sventura di me gran peccatrice, io parlo umilmente prostrata, e tanto bagnata di lacrime che vorrei per denso dolore mi scoppiasse il petto, ed esalasse ai piedi vostri l'anima e il cuore; in queste lacrimose vie mi conduce la mia somma miseria, e vorrei trascendere in alcuna particolarità, ma perché io so quanto Iddio le comunica li suoi imperscrutabili nascondigli, e taccio, che le mie saranno superflue parole, ben saprà lui addurci li miei tradimenti di cui sono fatte le sue piaghe, e li suoi chiodi; poiché la mia iniquità lo tiene in Croce.
Madre consolatelo, consolatelo che da me è stato assai ferito, baciategli quel cuore che per amor mio non ebbe più che versare, lambite il suo prezioso sangue, così fieramente succhiato da me serva infedele, ristoratelo, rinfrescatelo poiché voi siete per lui la Sindone, come io la spugna del fiele. Basta informasi da lui che ben mi conoscerà nelle sue piaghe.
Madre carissima io aspetto l'esito di questa informazione con mia estrema vergogna, che parmi mi morissi di rossore, non dimeno attenderò alla risposta come annunzio del Cielo, e sarò assai felice se mi farà degna di una sua correzione, quale io aspetto in ginocchio e capo chinato; dica di me dispregi, ignominie, e disonore, che io risponderò sempre "plura Domine, plura Domine",(2) mi dichiari per infame, falsa, e ingannatrice che io "plura Domine, Domine" altro mai non saprò dire; dica quanto può, quanto vuole, e quanto sa che mai arriverà al vero, essendo li miei peccati degni di quel dispregio, che non si può spiegare con umano linguaggio, venga a me questo dolcissimo sapore, poiché io quantunque nequissima tale sempre mi è stato ogni dispregio e disonore. Madre, madre io finisco buttata ai vostri piedi, gridando con amare lacrime miserere, miserere, con che umilmente la riverisco come fanno mia madre e sorelle, e tutte di cotesto suo Monastero, domandando tutte l'aiuto delle sue sante orazioni.
di V. R., Palma a di 15 febbraio 1677

umilissima serva e figlia peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "dappocaggine, inettitudine, il non valer nulla";
(2) "di più Signore, di più Signore";

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1677 02 19 AMBP ms. 08 / 77 autog.

Al Signor Don Ignazio Caetano.

 

Jesus † Maria

ignore e carissimo fratello.
Ieri fu per noi giorno di lacrime, nel quale nostro Signore ci rappresentò al vivo la sua innocente cattura, la sua persona ingiustamente presa ci rese a tutte come tante Marie ai piedi della Croce, che la povera di mia madre, da che intese tal cosa, si scolorì in modo che ancora non ha altro colore che di Marta.
La madre Abbadessa con le sorelle tutte fecimo una voce, invocando la Colomba Rosata, ai cui piedi ci portammo con molte lacrime, e discipline e voce di vero cuore, chiamandola, invocandola in difesa del nostro innocente, così ingiustamente calunniato ne mai le dirà basta; sicché non ritorna con la sua innocenza coronata, e lo creda a me carissimo signore che non andranno invano tante lacrime innocenti.
Io in tal conflitto non seppe che fare, il meglio che potei fu che lo legai col mio Gesù, menandolo con esso all'orto degl'ulivi, simulacro di pace; in essa V. S. involga il suo cuore verso coloro [che] l'hanno trattato da nemici, egli non può sciogliersi io l'ho ben legato con chi se li da per esempio, dando "l'osculum pacis"(1) al traditore.
Si stringa ben forte con lui col nodo della grazia, poi si burla del tutto, che "si Deus pro nobis quis contra nos ?",(2) io con tale scudo quando fosse bisogno la farei con S. E. in difesa di V. S., poiché l'armi delle umili sono il divino potere, un dire viva Dio vince un esercito.
Cuore grande mio fratello, poiché la gran campionessa Maria difenderà la nostra causa, la quale si deciderà a favore nostro nella cappella della Colomba Rosata, dove insisteremo con lacrime, discipline, adorazioni, acciò si dichiari la sua innocenza.
La prego per fine ad avere spesso avviso della sua persona, e come camminano le sue cose, poiché noi stiamo come l'uccello sulla rama per sentirne nuova.
Così dobbiamo fare con esso mentre le sue qualità sono tali che mi hanno fatto risorgere il Principe (3) mio fratello, nella sua persona, io da tale la stimo, lasciandolo per fine nella protezione della Madre SS.ma mentre la riverisco con amor fraterno, come fanno le mie sorelle con pari affetto la signora zia va tutta via migliorando, e quanto prima si alzerà da letto con la grazia del Signore, Giulio (4) ci domanda la benedizione e mi pare tanto rispettoso, poiché ogni volta che ci vede ci dice lo zio viene domani, sia benedetto il Signore. V. S. lo benedica.
di V. S., Palma a di 19 febbraio 1677

serva umilissima come sorella
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "il bacio della pace";
(2) Rm. 8, 31 "se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ?";
(3) Parla del Principe Ferdinando Maria Tomasi & Caro (1651 - 1672);
(4) Parla del Principe Giulio Maria Tomasi & Caro (1670 - 1698), figlio di Ferdinando, rimasto orfano piccolino;

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1677 02 19 AMBP ms. 09 / 77 autog.

Al Padre Don Girolamo Vitale, Ch. Reg., in Roma.

 

Jesus † Maria

adre mio nel Signore ricevo, oggi Venerdì 19 di febbraio, una di V. R. in risposta della mia lettera involata per mano del demonio, quale fu resa salva in modo stupendo per mani del mio santo Angelo Custode, che la salvò in Casa di una povera donnicciola nella Corraria di Palermo, come poi seppimo per esatta diligenza. Con che si procurò sapere il tutto del mastro Corriere di detta Corraria, il quale facendo diligenza a nostre richieste per trovare questa lettera con soprascritto maiuscolo, l'intese a caso questa vecchierella, e disse (tanti mesi sono che mi trovai sul letto una lettera del modo che voi dite, e non sapendo che cosa fosse la trascurai per Casa.
Onde, se la volete, io l'ho [con]servata), così si scoprì la cosa e fu inviata; sicché io ammiro la provvidenza divina, sapiente e discreta, poiché la salvò, e non la restituì a me, acciò non corresse pericolo di io mostrarla al Padre (1) spirituale, il quale allora me lo fingeva il demonio, in mano di cui si saria lacerata; ne anche la inviò a Roma in un baleno come pote[va] fare, volendo dare potestà al demonio in quel mio travaglio, di maggiormente cruciarmi in queste mie lettere smarrite.
Lascio ora [che] restasse maggiormente deluso, il quale si pigliò per rabbia in un boccone tutto l'inferno, quando vide che V. R. mi rispose anticipatamente in tutto ciò che bisognava rispondere nella lettera in volta, conoscendo Iddio ammirabile nei servi suoi, quali sanno rispondere prima le proposte, pianse lo sciagurato quando si vide rotto questo laccio. Onde per provvidenza divina il tutto occorse, lui seppe la residenza che ebbe la mia lettera in quella Casa, essendo ad arbitrio suo detta tardanza; sicché essendo certificato della inviata risposta di detta lettera, inviò disperatamente la proposta, benché per via ordinaria lasciando riuscire il tutto come sopra ho detto, che non ostante esserci fatta tale diligenza assai più prima mai potei sortire ritrovarla per arte diabolica.
Padre lodato sia il Signore io sono la sua indegna poverella, lui mi vuole così, io Lui solo voglio "Deus meus et omnia",(2) godo poi dei frutti del suo sudore, e bacio la vostra penna; oh! Padre che per me tanto fatica, io sono per lui la scala della sua pazienza, per la quale sudando sale nel Signore, io odo li suoi documenti, e con l'aiuto di Dio voglio puntualmente eseguirli; oggi darò principio a ciò che mi comanda, mostrando l'acclusa lettera al mio Padre confessore, insieme con questa altra. Voglio, oh! Padre ai piedi vostri romperla con il demonio, e morire alla santa obbedienza, intendo poi quanto mi dice che vuole che io stia allegramente, lo farò Padre benché con lacrime agli occhi, soffrendo "in pace amaritudo mea amarissima",(3) ma oh! quanto sono terror[izz]ata di questa prima lettera che scrissi, la quale è piena di gran pianti. Padre non vi infastidite che non lo farò più, mentre V. R. non vuole; guarda, guarda io me la trovai scritta per ora mi perdoni, e per l'avvenire scriverò diversamente senza tanti sospiri, io per fine sono la sua serva che umilmente le domando la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 febbraio 1677

umilissima serva e figlia peccatrice
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Copia di una lettera antica, che per dimenticanza prima a V. R. non ho consegnato.

(1) Si riferisce al Padre D. Fortunato Maria Alotti, confessore ordinario del Monastero di Palma, per 23 anni;
(2) "Dio mio è tutto";
(3) "in pace la mia amarezza amarissima"

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1677 02 21 AMBP ms. 11 / 77 autog.

Al Padre Bernardino da Foligno, Minore Conventuale di S. Francesco.

Jesus † Maria

adre io sono la povera Crocefissa, peccatrice indegna, sicché V. P. venendo da me per spirituale soccorsi, è andato per dissetarsi alla cisterna senza fondo, poiché nel mio fonte altro non vi è che seccaggine e miseria; io non dimeno la farò da vera poverella, andrò mendicando per lui nelle piaghe del Signore, le di cui miche che cadono sono di tanta valuta, che ognuna vale più che il Paradiso. Oh! gran tesoro, beato chi conosce il prezzo di si inestimabile Margarita, che certo si dirà di lui "vendidit omnia sua e comparavit eam".(1) Oh! quanto poco è il mondo, oh! quanto vile il denaro e tutto il creato per compra di Dio, e pure egli si da per la piccola moneta del cuore umano, infelice chi ricusa tal partito, un Dio che si offre a tutte di buon mercato. Oh! Padre "Deus meus et omnia, Deus meus et omnia",(2 diciamo così con nostro Padre S. Francesco, spogliamoci per tal compra etiam del cuore, dandolo in negozio al nostro Iddio, il quale lo moltiplicherà in modo che sarà bastevole per comprare il tesoro eterno, prodigo e interminabile nel godimento della essenza di Dio, nel di cui fonte nuotano le colombelle purissime dell'anime beate. Oh! loro felici, loro sono in porto e noi in cammino, buon viaggio, buon viaggio gridano a noi quelli del Paradiso, benché quanto più penoso e tanto è migliore, nascendo dalle spine poi le rose.
Padre ora è tempo per noi, saranno le gran fatiche lunghi passi, per arrivare colà dove sta Dio, che per goderlo ogni patire è un sogno, che appena più vi penseremo in quella veglia eterna; io colà aspiro, ma col suo aiuto, dandomi lui la mano per andarvi mediante li suoi santi sacrifici, come farò io benché purtroppo indegna nelle mie povere orazioni, dandoci l'uno e l'altro la mano in sino al Paradiso, dove ci straccheremo delle nostre stracchezze "inter brachia Redemptoris",(3) acciò tutte aspiriamo con la protezione della Madre SS.ma sotto il di cui manto la lascio, facendogli umile riverenza con domandarci la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 21 febbraio 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue cose, e la comprò";
(2) "Dio mio è tutto, Dio mio è tutto";
(3) "tra le braccia del Redentore";

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1677 02 27 AMBP ms. 12 / 77 copia

A Don Francesco Valerio Lamantia,Canonico sacerdote, Palermo.

Jesus † Maria

crivo in fretta e senza tempo, solo per notificarci quanto io sono pronta ai suoi comandi, in esecuzione di che io ho scritto alla religiosa, che lui mi comanda, benché con qualche renitenza, temendo non esegua catena di più maglie, sottoponendomi alla risposta di altre lettere susseguente.
Veda per amor di Dio di non danni occasione di uscire della mia sfera, poiché li miei peccati non mi vogliono loquace, ma penitente "dimitte me ut plangam paululum dolorem meum",(1) mi lasci piangere li miei peccati in un cantone della mia cella, poiché la vita appena mi basta, e più non avrò tempo, V. S. tanto farà, ed io tanto spero. Mi sono accorta poi, benché per altrui detto quanto lui fa del severo con le nostre carissime novizie contro il merito loro, ma noi gliela facemmo buona, poiché la sua lettera nemmeno c'è l'abbiamo fatto vedere con gl'occhi, e così si farà in ogni altra che tratta di simile agrezza. V. S. ne ringrazia il Signore, che non le può desiderare meglio, così pure farò io mentre umilmente la riverisco raccomandandomi alle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 27 febbraio 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Gb. 10, 20 " lasciami piangere un poco il mio dolore"

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1677 02 27 XXXXV 13 / 77 copia

A suor Cecilia Vecchi, religiosa nel Monastero di Carini.

Jesus † Maria

ev/da in Cristo sorella
La costante, ed umile sua richiesta ha fatto parlare una defunta di molti anni, quale io sono, da che io sono morta al secolo il giorno della mia Professione. Sicché io volentieri mi abbocco con chi è mia pari, essendo ambedue religiose, e morte al secolo, benché vivi di vera vita tutti nel Signore.
Ah! Madre mia carissima, quante religiose sariano sante, se apprendessero scuola dalli estinti cadaveri? quali a nostro proposito predicano a noi con tre sue qualità. Primo, mutoli soffrono le crudeli morsicature dei propri vermi. Secondo, giacciono ritirati senza mai darsi a vedere. Terzo, dormono uniti con la sua origine, che fu la terra, di cui prese forma la loro massa corporale.
Oh! Dio, quanto ci va a proposito questo simulacro! diamo di mano, carissima sorella, ad imitarlo; poiché le religiose morte al Mondo devono soffrire come morti le morsicature delle loro passioni, e contrarietà continue, morendo etiam ad ogni naturale movimento. Secondo, devono seppellirsi nel sepolcro del santo ritiro, fuggendo le grate, come infernale veleno. Terzo, si devono unire con l'origine non della loro porzione corporale, ma con quella dell'anima, che è il nostro Creatore, del cui spiracolo fummo create a sua immagine, e similitudine; al che non si può pervenire, che per mezzo di totale distaccamento da ogni cosa creata, lasciando etiam l'amor di noi medesimi, per unirci, col nostro amato Padre, e Creatore.
Ed oh! morte felice sarà questa per noi! la quale ci vivifica ad una vita sempiterna, ed immortale. Orsù, Madre carissima, moriamo di buon animo, che sarà nostro glorioso sepolcro il divino cuore. Io qui la serro per mano della sua Madre Santissima, sotto la di cui cura la riverisco, e lascio, raccomandandomi umilmente alle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 27 febbraio 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata tratta dal libro: S. Attardo - op. cit., pag. 122 - 123;

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1677 03 05 AMBP ms. 15 / 77 copia

Alla Signora Principessa di Cutò, Palermitana.

 

Jesus † Maria

icevo la terza lettera di V. E., che la seconda non capitò alle mie mani, carissima signora dura in vero è la sua pena, ma più crudele è la perduranza, come pure eterna sarà la sua corona, mercé la sua innocenza; si dia però conforto con l'innocente Gesù Cristo preso ingiustamente, e senza ragione Crocifisso e morto, pianga con la Madre SS.ma ai piedi di questa sua Croce, che io da Maddalena le sarò compagna, piangendo li suoi peccati, che hanno ridotto cotanto ingiusto il mondo, Iddio che guarda e tace le sue ingiustizie sarà difensore dei poveri innocenti.
Io la pregherò benché in degnissima, che lui deciderà favori da ambedue le parti, condannando a me la pena dovuta, giacché la merito per i miei peccati; lei tra tanto perduri ad invocare la causa ai piedi del Signore e della sua Madre SS.ma, ciò in santa tolleranza, con che solleciterà la liberazione, mentre io mai cesserò benché indegnissima di cooperarmi a tutto ciò che potrò per tale intento. Buono è signora mia che abbiamo in sicuro la vita del signor Principe, quale è frutto della pietà della Madre SS.ma, e poi dell'orazioni delle nostre sorelle, quale tutte seguiranno per la sua compita consolazione, per fine umilmente la riverisco come fanno mia madre e sorelle.
di V. E., Palma a di 05 marzo 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1677 03 08 AMBP ms. 16 / 77 copia

Alla Signora [D. Isabella Avalos et Aragona] Principessa di Butera.

Jesus † Maria

uod uni ex minimis meis fecistis mihi fecistis",(1) dice il Signore, spero stante la sua carità, che abbiano loro queste parole di Dio nel suo pietoso cuore; poiché essendo io la più di niente et una di queste minime, che mai apparisco al mondo, oggi chiamo V. E. supplicandola umilmente alle difese del mio carissimo innocente; quale si trova in Palermo carcerato per ordine di S. E., dico il signor D. Ignazio Caetano, giusto di tutto ciò che l'imputano, e dinanzi a Dio vero innocente. Assicuro V. E. che quanto farà in suo bene, sarà grato a Dio, [in]grandendolo lui tutto, quando gradì il velo della Veronica per via del Calvario.
Sicché io espongo alla sua persona questo linteo d'innocenza, acciò imprima in esso le rubiconde linee della carità, che porta a Dio; giacché lui in se stesso li riceve per le suddette parole; signora mia, non bisogna dirle più, che so quanto ama il Signore per amor di cui io glielo domando, perché io non lo merito.
Mi perdoni però se io ardisco per questo infastidirla, poiché per altro motivo mi è stato bisogno patrocinare l'innocenza, benché voglio trattarla umanamente in difesa non del nostro paziente, ma dei suoi avversari, in rovina di cui saria pronto il braccio di Dio onnipotente.
Quale il signor D. Ignazio forse si guadagnò nei dovuti travagli, che si prese per la difesa del Re nostro Signore in servizio, di cui diede retto se stesso senza alcuna riserva, patendo tanti disagi ed interessi, quale il signor Principe d'Aragona sa, essendo egli nei più disagiati tempi fido suo camerata.
Ma il mondo che vuole dare, mentre non ha altro che fiele? Queste sono le sue mercedi, pagare per più affanni, peggio fatiche, infelice chi lo serve per tali remunerazioni. Fortunate religiose, che la meno moneta di che le paga Iddio è tutto l'imperio, del quale gliene da buona caparra nella felicità, che trovano nella quiete loro.
Io piango tutto il mondo, ma più il nostro Regno, che per esser carico di tante iniquità, naviga in periglio, e Dio lo liberi da urtare allo scoglio del furore divino, che se tanto così cammina, l'incontrerà al sicuro. Mi liberi Iddio la persona di Sua Eccellenza, capo di questo Regno; che mercé la sua cristianità parmi sia come agnello in mezzo ai lupi; che tali sono li ministri di tante ingiustizie, quali per investigabili modi, e cupe industrie sinistramente l'informano contro gli innocenti, che ingiustamente patiscono; essendo questa la causa, etiam del pianto di un Dio, con cui piangono tutti li suoi servi, deplorando tanti iniqui che ridono, e tanti innocenti che piangono.
Io signora con essere la più iniqua di queste, piango con loro i miei peccati, unica causa di queste ingiustizie, a paragone di cui sono una stilla li castighi che ci manda il Signore, il quale camminando passo passo ci porterà in peggio.
Io parlo sinceramente e senza accezione, perché a me mi basta il Signore, il quale nel diluvio di tante rovine, sarà l'Arca del mio cuore.
Per fine umilmente la riverisco, raccomandandole "in visceribus [Jesu] Christi";(2) l'innocenza del signor D. Ignazio, della quale V. E. stia sicura che se non fosse così in quanto stimo, tanto vorrei essere suo carnefice.
Viva Dio, mia signora, in onore di cui io parlo, e senza proprio interesse, poiché io al signor D. Ignazio mai ho parlato, ne mai l'ho conosciuto in faccia, fuorché nella grazia del Signore dove per le sue rare qualità, e sante operazioni l'ho sempre ritrovato. Qui lo conosco, qui lo stimo di santo amore, e qui lo stimo e stimerò sempre da fratello, da Padre e protettore. Mentre finalmente di nuovo la riverisco, abbracciandola ai piedi delle sue solite croci, dove ambedue ci rivedremo nelle piaghe del Signore.
di V. E., Palma a di 08 marzo 1677

umilissima servitrice nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "Quello che avete fatto a uno dei miei [fratelli] più piccoli, lo avete fatto a me";
(2) Fil. 1, 8 "nell'amore di Cristo Gesù";

Indice delle lettere

1677 03 13 AMBP ms. 17 / 77 copia

All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti. (1)

Jesus † Maria

he meraviglia è illustrissimo Signore, che lui Pastore delle anime vada così umile, cercando la più pecorella smarrita Crocefissa l'ingrata, quando Gesù Cristo gliene da ottimo esempio, lasciando il vasto gregge del Cielo per ridurre al suo ovile la smarrita pecorella del genere umano.
Segua oh! buon Pastore l'orme SS.me di quello Altro supremo, e ben venga mio Signore, ma a travagliare, poiché oggi il gregge di Dio è così deviato, che bisogna dire
"ululate pastores",(2) un cuore suo pari infangabile è forte, mi è di bisogno per ridurlo al suo ovile; ed ho il buon principio che lui oggi li diede ricordandosi di me la più iniqua e sviata, come appunto mi riferì la madre Badessa informata dal nostro Procuratore.
Sicché la sua clemenza mi trasferì dalla scopa alla penna, poiché io stava spazzando quando io intesi il suo umile comando, illustrissimo Signore io ho voluto [ac]cennarle il mio solito ministero, acciò per altra non mi stimi, che di vilissima fantesca, che se lo sono del nostro Monastero; ben lo sarò dei più infimi servi di V. S. illustr/ma, nel qual grado umilmente prostrata le domando la santa benedizione, come fanno codeste mie sorelle tutte, sue umilissime serve, con cui io unitamente la supplico a favorire il signor Canonico D. Geronimo Farchica, ottimo ministro del Signore, e ciò per gloria di Dio e di sua Madre SS.ma, sotto la di cui protezione viviamo pronte ai cenni di V. S. illustr/ma a cui facciamo umilissima riverenza.
di V. S. ill/ma, Palma a di 13 marzo 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Mons. Francesco Maria Rini, eletto Vescovo di Siracusa nel 1674, e trasferito in Agrigento il 02 Marzo 1676;
(2) "cantate pastori";

Indice delle lettere

 

1677 03 17 AMBP ms. 18 / 77 copia

All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

onsignore ill/mo e cui non lo vede che la mia povertà non è di comparire alla sua degna presenza, ma giacché lui la chiama per arricchirla con la sua clemenza, io vengo qual mendica gridando ai piedi suoi "divitias et paupertatem ne dederis mihi sed tantum victui meo tribue necessaria".(1) Non tanto ill/mo Signore che in vece di arricchirmi di pietà, mi renderà superba, la grazia sua sarà il mio pabulo necessario, con che l'anima mia vivrà in Dio mediante la sua direzione, e basta sin qui, che non fu ricchezza ordinaria quella che lui mi diede nell'umiltà che mi commenda.
Sicché io voglio essere a negozio con colui che "inventa bona Margarita dedit omnia sua et comparavit eam",(2) io darò tutta me stessa alle medesime mani, dove ho ritrovato questa perla dal Cielo, acciò V. S. ill/ma mi sacrifica a Dio sopra l'altare della santa obbedienza. Onde non sarò più mia, ma in stato di annichilazione perfetta mi deporterò, etiam ad ogni moto naturale "tanquam non esset",(3) oh! Dio quanto darò poco per questa gioia celeste, supplico V. S. ill/ma ad essermi cortese orefice, dandomi questa Margarita con parole e portamenti, trattandomi come si meritano li miei peccati, quale non sono degni di gemme divine, ma di liquidi metalli eterni.
Per fine lui è Pastore, e mi porterà alla diritta strada cacciandomi con mano aperte verso il Cielo, deviandomi di torciarmi per li due viziosi estremi; nostro Signore così sta in Croce per aiutarlo alla direzione del suo gregge, che per essere assai sparso bisogna andar di qua e di la con braccia aperte, cioè, per molti modi per ridurlo al suo ovile.
Di che ne resterà glorificato Iddio Autore, e lui strumento, di tutto ciò io per obbligo mi ricorderò nelle mie pigre orazioni, ne voglio dire altro sopra questo, poiché sono sempre stata affatto nemica di essere idropica di parole, e tisica di fatti.
Per fine umilmente la supplico ad esaudire le suppliche di Maria Maddalena, sua umilissima serva, che se non lo merita per essere mia sorella, ben V. S. illustr/ma la favorirà per essere sua schiava e della Madre SS.ma indegna figlia, sotto la di cui pietà a V. S. illustr/ma facciamo umilissima riverenza domandandoci la santa benedizione.
di V. S. ill/ma, Palma a di 17 marzo 1677

umilissima serva e suddita
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Li comandi di V. S. ill/ma saranno da me sempre inviolabilmente eseguiti; onde li signori suoi nipoti, saranno lo scopo delle mie indegnissime orazioni, alle quali umilmente riverisco.

(1) "ricchezza e povertà non darai a me, ma soltanto dammi il necessario mio vitto";
(2) Mt. 13, 46 "trovata una preziosa perla, va e vende tutti i suoi beni e la comprò";
(3) "come se non esistesse";

Indice delle lettere

 

1677 03 18 AMBP ms. 19 / 77 copia

Al Signor Don Ignazio Caetano.

 

Jesus † Maria

icisti mulier, vicisti".(1) Così oggi canto le sue vittorie, ai piedi della Madre SS.ma, quale a guisa di campionessa del Cielo debellò il suo nemico, a pro dell'innocenza di V. S., giubilo, allegrezza signor D. Ignazio. Così oggi ride il nostro cuore salutando la sua innocenza "cantemus Domine gloriose equum, et ascensorem deicit in mare".(2)
La bestia infernale è colui che è stato portato dalla sua istigazione ai passi di tante ingiustizie, già il nostro Dio l'ha sprofondato nel mare della confusione, così vince, così trionfa chi impugna lo scudo di Dio. Resta che V. S. lo impugni bene con la forza della sua divina grazia, et oh signor D. Ignazio! Quando deve apprender di bene V. S. in questa occasione! Conosca ella il mondo, e veda che cosa è Dio che mai abbandona.
Si degni V. S. con il primo, poiché lui nel meglio del travaglio "omnes fugerunt".(3)
Dica con l'esperienza in queste fughe "Dominus autem assumpsit me".(4) Iddio solo si trova permanente, quale in verità lo liberò per le orazioni delle sue serve, e meglio saria stata la riuscita, se non vi fosse stata io nel mezzo; sicché gliene domando perdono di questo impedimento, quale lei ha sofferto in riscontro dei miei peccati.
Con tutto ciò io voglio signor mio che ella per l'avvenire sia più cauto nell'amare, e sappia che "omni tempore diligit qui amicus est".(5) Questo è il contrassegno del vero amore, così ha fatto Dio con V. S., lui solo non l'abbandonò, lui dunque deve avere il primo luogo nel suo cuore. Così pure la Madre SS.ma quale è stata la sua liberatrice. A lei sono dovute le grazie e le vittorie, sicché ripiglio con giubilo le prime voci "Vicisti mulier, vicisti". Canti pure con noi V. S. e riceva dalla Colomba Rosata l'ulivo della pace in bene dei suoi nemici, che perdonandoli per suo amore canterà con fatti le sue glorie. Cantiamo, oh! mio fratello, le nostre vittorie nella misericordia di Dio, dove tutte con braccia aperte l'aspettiamo, finisco con bocca a riso, facendole umile riverenza, come fanno mia madre, sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. S., Palma a di 18 marzo 1677

umilissima serva come sorella
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "Hai vinto Donna, hai vinto"
(2) "cantiamo al Signore glorioso, perché ha buttato in mare cavallo e cavaliere";
(3) "tutti sono fuggiti";
(4) "il Signore mi ha preservato";
(5) "chi è amico ama in ogni tempo";

Indice delle lettere

1677 03 19 AMBP ms. 20 / 77 copia

Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

adre, Padre venne già la bramata risposta, portata dal medesimo Gesù Cristo, e come poté essere più terribile, mentre ai delineamenti di sangue [che] lui porta impressi nelle sue carni divine, dove si legge la mia crudeltà che fu la scrivente di questo fierissimo carattere; io giacché per esse non ho unguenti di sante virtù, almeno vorrei bagnarli d'incessanti lacrime, per mitigarle.
Onde prego V. R. ad impetrarmi la purità di quelle lacrime che verso, che per essere corrotte con il veleno dell'amor proprio più infestano che risanano, e sarà mia disavventura come colui che sta nell'acqua e muore di sete; così muore di sete il mio malato in queste amare sorgenti, vi prego oh! Padre ad impetrarmi poca rugiada dal Cielo, acciò rinfresca la bocca al mio sitibondo infermo che muore dicendo "Sitio".(1)
Ma che dirò della mia immobilità nell'angustie, che vado alla peggio quando credo andare meglio, angustie io trovavo nell'aspettare detta risposta terribile, angustie pure mi trovo nel riceverla piacevole, poiché sopravanza tanta la mia nequizia che mi conturba la credenza, Gesù, Maria che gran cosa è questa che mi pone in dubbio il credito di quella anima santa, e benché non ardisco dubitarne deliberatamente ad ogni modo mi formo, che ciò che vide forse fu parte della misericordia di Dio, che li nascose il mio perverso stato per non mi fare morire disperatamente.
Sicché le comunico il mio stato in una mediocrità, facendole osservare il tutto nella sola fantasia, senza sostanza di verità, ma fantasticamente. Ohimè così pure io vado fantasticando con mio incredibile tormento, sicché questa perturbata credenza mi reca nuovo combattimento, e peggior travaglio; Padre non mi abbandoni sdegnato di questi miei pensieri, che io spero vincerli con l'aiuto delle sue sante orazioni.
Resta che io risponda a quel ridicolo paragone, con che V. R. misura la trascuratezza mia, con l'ardente carità di suor Teresa,(2) comandandomi di comunicarmi più allo spesso a sua imitazione; oh! Padre che proporzione è questa, che ha da fare il mio gelo, con il suo fuoco, dove si cuoce a fiamme di carità questo Pane Angelico.
Ohimè Padre mi distorna di parere, che altrimenti questo pane divino resterà sotto la mia neve come azzimo e piomboso, gravando tanto nel mio cuore, che per il conto che ne avrò da dare mi piomberà all'inferno, dove mai più gusterò il suo dolce sapore, con tutto ciò mostrerò la lettera al mio Padre spirituale,(3) e farò la volontà di Dio nell'ordine della santa obbedienza.
Voglio supplicarlo di più che mi cacci una invidia che porto a suor Teresa, ed è grandissima, da che io intesi che lei non può rispondere a chi le scrive, e ciò per ordine del Signore; oh! Dio, quanto meglio converrebbe a me tal divieto, che sono più inetta di lei, e più gran peccatrice; ella dunque che ha un mare che spandere è così ristretta, ed io che sono qual arida foglia sarò così larga, che appena passa giorno che mi bisogna rispondere a più lettere, tutte di importanza spirituale, che oggi ne ho finito 4, e non è stata la più carica giornata, dove mi bisogna dare il fiato che respiro (che altro non ho) essendo quel che scrivo tutto vento, vacuo di esempio, e pieno di suono.
Ohimè Padre, ciò non conviene, che una povera sia così astretta, e una ricca così riservata, preghi per carità la sua carissima Teresa, che mi faccia uscire un editto dal suo sposo di inviolabile renitenza sopra questo negozio, altrimenti non mi quieterò fuor che nel "fiat voluntas Domini".(4)
Ricevo poi il suo comando di pregare Iddio, sopra ciò che lui comanda, per il che questa mattina feci, benché indegna, la santa comunione; dopo la quale non posso dir altro che il frutto delle anime è meglio assai di qualsivoglia rigida parsimonia, poiché meglio è che si rallenta un poco la vigilanza e l'astinenza, che astenere a Dio delle anime, quale sono il suo cibo come lui stesso lo dice nella peccatrice di Samaria.
Circa poi alla persuasione mi fa di non sotterrare i miei talenti, ed oh! Padre, e dove sono, che se mi vendessero per schiava, del prezzo non se ne comprerebbe uno straccio, io niente valgo un solo talento mi ha dato Iddio, che è di obbedire. Sicché anche questo non l'ho, che l'ho dato alla santa obbedienza; V. R. se vuol cosa da me tratti con il mio Padre Confessore,(3) che io di lui sono; piaccia al mio Dio, che io non mi ricordi più di niente, fuor che della santa obbedienza. Del resto io ho parlato in ristretto, poiché mi manca il tempo, che per tale scarsezza ho scritto volando, ne occorre più ridirle quanto io sono debitrice a lui, e a suor Teresa, che bene lo sanno, che io sono la sua schiava comprata con tanti loro sacrifici, che gliele pagherà il Signore dove io ambedue le lascio domandandogli la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 marzo 1677

umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Gv. 19, 28 "Ho sete";
(2) Crocefissa Bruno, monaca nel monasterodi Sciacca;
(3) Parla del Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma;
(4) At. 21, 14 "sia fatta la volontà del Signore";

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1677 03 19 AMBP ms. 21 / 77 copia

A suor Teresa Crocifissa Bruno, religiosa domenicana, Sciacca.

Jesus † Maria

t unde hoc mihi ut veniat Dominus meus ad me",(1) e da dove madre carissima alla Casa mia tanto bene, la faccia di colui mi invia, che "desiderant Angeli prospicere",(2) io mi sono prostrata ai piedi suoi dicendogli con lacrime "Domine non sum digna, Domine non sum digna, exi a me qui mulier peccatrix sum",(3) ma io non sapevo la causa della sua venuta, ma con voce di amaro pianto oggi già l'ho conosciuto, poiché parmi così dicesse "venio ad te ut iterum crucifigar".(4)
Ohimè mia crudeltà, dunque io sarò per lui il monte Calvario, venite Signor mio che sono [pre]parate i chiodi dei miei peccati, per conficcarvi nella Croce del mio cuore; oggi Venerdì di Marzo si farà nell'anima mia questa crudelissima crocifissione, buono sarà per me che penerò col mio Dio, poiché essendo io la sua Croce, quanti chiodi a lui si conficcano tanti buchi mi si aprono, restando ambedue conficcati con il chiodo della divina unione.
Ed oh! felice tormento, oh! iaculo di amore, che così mi stringe l'anima a Dio per mezzo del patire, ma la mia sorte non va così che li chiodi suoi sono i miei peccati, e il mio cuore più che insensibile non sente i colpi delle sue martellate; piangete meco la mia durezza, che ancora a me non sono giunte, le martellate di Dio inchiodano bensì le mani sue, ma non il mio cuore.
Ohimè lui è venuto a me, ma per patire, nel qual tormento io mi sento uscire il cuore, chiamatelo mia sorella che qui va male per lui, piange lui per doglia, piango io per trasfissione d'anima, piange la Madre SS.ma che vedendosi il figlio ucciso della mia iniquità grida contro la mia bestialità "fera pessima devoravit filium meum",(5) ed io che l'amo quanto il mio cuore, mi sento esalare lo spirito alle sue voci, accorrete sorella per atto di pietà a questa Casa di lutto, e consolateci tutte con le vostre sante orazioni, mediante le quali io avrò l'emenda e il perdono, il Signore l'unguento alle sue piaghe, e la Madre SS.ma il suo figliolo.
Io tanto spero, mentre umilmente la prego a correggere li miei errori, operando più del miele le sferzate, mentre io sono più di bastone che di lusinghe, e per carità non mi nomini più madre, che mi fa arrossire a tale onore, stante che io nell'età e nello spirito le sono assai inferiore, lei come vuol sentire che io sono la sua schiava in catene, che gusto servirla sino al fine, come volle servire il mio Signore che spontaneamente si fece obbediente sino a morte.
Io in tal grado mi l'offro umilmente, ringraziandola del divino volto che sarà stimato da me come reliquia del Cielo, tra tanto ella si goda il figurato, come io la figura, quale me la stringerò al cuore per amor mio sì livido e deformato, così ella me lo imprima con la sua carità, mentre io li fo umile riverenza domandandogli la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 19 marzo 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Lc. 1, 43 "E donde questo [onore] per me, che venga il mio Signore nella casa mia";
(2) "gli Angeli che desiderano guardare";
(3) "o Signore non sono degna, o Signore non sono degna, esci da me che sono una donna peccatrice"
(4) "vengo a te, affinché io di nuovo sia Crocifisso";
(5) Gn. 37,45 "una bestia feroce ha divorato mio figlio";

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1677 03 19 AMBP ms. 22 / 77 copia

A Don Francesco Valerio Lamantia, sacerdote, Palermo.

Jesus † Maria

l mio cuore non può soffrire l'altrui dispiacenza, non che mia ingratitudine; sicché contro il mio solito volentieri prendo la penna per rendere a V. S. le grazie dovute, di tante benigne espressioni e larghe offerte, quale io non merito nemmeno sentirle.
V. S. desista di queste dimostrazioni, che io da lui non voglio altra cortesia, che di essere accettata per sua umilissima serva, e mi sottoscriva così con il sangue del Signore, acciò indelebilmente mi veda registrata nel libro delle piaghe di Gesù Cristo; dove io continuamente lo servirò introducendolo in esse per poi vederlo nel libro della vita, e come questo io ricevo quel libro profittevole che mi invia quel rev/do sacerdote suo amico, mentre in esso vi trovo la salute dell'anima, che l'indirizza all'eterna vita, sicché umilmente gliene rendo infinite grazie, e più gliene pregherò da Dio per dovuta ricompensa.
Resta di più, che io di nuovo lo ringrazi della felice nuova [che] mi da della liberazione del nostro signor D. Ignazio; queste signor mio sono prodezze del Cielo, le di cui glorie sono della Regina del Paradiso, che per essere la difensora delle innocenti non esclude le preghiere dell'anime pure, quale (fuor che me) sono state tutte codeste religiose sue carissime figlie.
Onde abbia pazienza V. S. se si vede posposto alle novizie divine, poi che prima che lui, anzi prima delle prime novelle si seppe nel nostro Monastero questa nuova felice.
Sicché nel medesimo punto che detta liberazione sortì, ne fu ringraziato il Signore e sua Madre SS.ma, benché in modo assai segreto per la dovuta circospezione, così volubile sono le penne del Cielo, che in un attimo dell'oriente all'occidente si trasferiscono; oh! quanto è ristretto tutto l'universo recinto ad un divino corsiero, piaccia al Signore che noi sgravati di queste pesi caduchi così agili voliamo al Paradiso.
V. S. scusi questa mezza notizia [che] l'ho dato di ciò, che divinamente si seppe del signor D. Ignazio. Poiché per eccesso di giubilo, inavvedutamente mi venne tratta della penna, ma io non me ne dolgo, poiché non ho nominato nessuno, e V. S. non conosce nessuna del nostro Monastero, sicché mi quieto, e per fine le dico che le nostre buone novizie vanno alla meglio, come lui con loro va alla peggio, V. S. non a ragione le sia più piacevole, la riverisco umilmente raccomandandomi ai suoi santi sacrifici, come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 19 marzo 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

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1677 03 23 AMBP ms. 127 / 77 autog.

Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.

Jesus † Maria

o non so a che fine V. R. mi ha fatto scrivere questi gaudij, da me altre volte scritte.
So nondimeno per divina congiuntura, che è stata cosa assai grata a Dio, questa mia obbedienza, per essere forse indirizzata ad alcuna altra divina compiacenza; poiché mentre ho scritto mi è accaduto, come colui che mentre scrive, altro per agevolarlo le tiene alla destra il calamaio.
Così ha fatto con me il mio Angelo Custode, spronato di un altro suo pari, che io non conobbi; benché per oscura notizia ho saputo che era il Custode di un devoto secolare. Io non so altro, e sarei stata più che ingrata se non l'avessi [ac]cennato a V. R.; poiché vi è il concorso di Dio in modo speciale, che ne sia lodato il Signore.
[dal nostro monastero a di 23 marzo 1677]

sua umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione

Nota del Confessore: Fatta ad istanza del signor Barone del Gibellino, Panormitano, che si chiama D. Diego Giardina.

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1677 04 01 AMBP ms. 23 / 77 copia

Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.

Jesus † Maria

edo per la sua ultima lettera quanto egli va desiderando la santa mortificazione, strumento in vero assai necessario nel spirituale edificio, senza di che sarà come castello in aria senza fondamento. Ora dunque mentre va così, io voglio cooperarmi a questo suo desiderio, negando la compita notizia del conoscimento avutosi circa la liberazione del signor D. Ignazio, incomincia da qui a violentarsi, giacché tanto la desidera, ne occorre scusarsi con dire che le sarebbe motivo di profitto; poiché da ogni disposizione l'effetto e la esigenza, così lui prima di seminare raccolga il frutto di questa divina semenza, effettuando per essa la mortificazione di questa repressione, la quale è migliore di qual si sia devotissima notizia.
Così vuole Dio, così la conoscente, così pur io, dunque abbia pazienza "Deus meus et omnia",(1) chi tiene Iddio nel cuore è consapevole del tutto, poiché egli è conscio della più eccelsa notizia, "non alium, non alium Domine nisi teipsum".(2) Così dica V. S., così dirò io, e restiamo di accordo, mi scusi per carità di questa mia brevità da lui cotanto ricusata, poiché come crescono li miei peccati, così abbondano le lettere che mi sono inviate, che di continuo ne ricevo grossi pieghi, con quel disgusto che più non si può pensare.
Benedetto sia Dio, che (quantunque io bramo) non mi da cuore di poterle escludere con loro dispiacimento, il che mi trafigge tanto il cuore che nel determinare silenzio, da un subito mi accingo alle risposte, delle quali oggi ne ho finito 7.
V. S. mi scusi se ho parlato con impertinenza, e mi raccomandi con le sue devotissime figlie al Signore e alla sua Madre SS.ma, nelle cui mano la lascio con umile riverenza.
di V. S., Palma a di 01 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "Dio mio è il tutto";
(2) "non altro, non altro se non te stesso Signore";

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1677 04 01 AMBP ms. 24 / 77 copia

Alla Signora D. Caterina Montaperto, Panormitana.

Jesus † Maria

ignora mia, se io fossi sì valevole, come li sono in competenza nelle sue angustie, certo che prima di ora sarebbe liberata, poiché il mio cuore piange in sua compagnia la sua solitudine, che è quanto di male può avere una nobilissima figliola, ma ciò forse sarà la sua sorte entrando in cura di Colei che è "Consolatrix afflictorum".(1) V. S. si abbandoni nelle sue braccia, e poi dorma sicura, che lei l'assonnerà col suo bambino, dandogli pabulo e latte di grazia e provvidenza, di chi in questo sonno "Pater meus et Mater mea dereliquerunt me Dominus autem assumpsit me",(2) che furono le proprie parole che questa mattina Iddio mi pose in cuore, quando per V. S. feci la santa comunione.
Goda carissima in questo suo abbandono, dove Iddio le sarà Padre e Madre, ed oh! che vantaggio; questa è del mondo la più alta assunzione, per dove chi sa ove la condurrà Iddio, se per tal mezzo vorrà assolutamente il dominio del suo cuore.
V. S. non potrà essere più felice, come quando sarà tutta di Dio, io in esso la lascio pregando assieme con tutte del nostro Monastero, per la libertà del signor suo Padre e signori suoi parenti, che il tutto può Maria la nostra SS.ma Madre, nella di cui pietà la ripongo, facendogli umilissima riverenza, come fanno mia madre e sorelle, dedicandoci a lei umilissime serve. di V. S., Palma a di 01 aprile 1677

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "Consolatrice degli afflitti";
(2) "il Padre mio e la Madre mia mi hanno abbandonato, ma Dio mi ha salvato";

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1677 04 01 AMBP ms. 128 / 77 autog.

Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.

Jesus † Maria

icevo l'ordine di V. R., che servirà di suo discarico, come di mio tormento, e saria atto temerario invocarlo, più per aiuto o per conferenza, mentre Dio così me l'ha privato per occorsa evidenza. Sicché la sua infermità a me non ha portato novità, poiché lui per me sempre è ammalato, così ha disposto Iddio, di tanto mi contento; il mio cuore è pozzo senza fondo, che ciò che si ci butta non si può più pescare.
Solo invio a V. R. un imperfetto racconto, che per essere da più giorni successo, appena è [ac]cennato, e volentieri mi induco ad inviarlo; poiché non è cosa che può produrre atto di mia compassione. Con che potrebbe V. R. conturbarsi il cuore, tanto mi basta; poiché io bramo più della mia salute, per la quale sempre prego, benché indegnissima; così prego V. R. a soffrirmi con pazienza, e mi benedica.
[dal nostro monastero a di 01 aprile 1677]

sua umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. - V. R. (dice la Madre SS.ma) annoveri mia madre e sorelle tra il grado di mio fratello; alle quali da qui innanzi le farà come lui del tutto consapevoli, senza altro contrassegno, che di ciò che scrivo. Io non so se me l'intendo, perché non so che dico, V. R. mi notificherà il tutto.

Nota del Confessore: Il racconto imperfettissimo che cenna, fu la relazione che fece del caso successo al signor Caetano, quale per obbedienza tornando a copiare, le fece alcune poche aggiunte, e la dimora a raccontarlo non fu senza parte disposizione di Dio, che oltre alle altre occorrenze che concorsero alla dimora, l'ultima fu certa infermità di dolore successo al Confessore, che lo trattenne a letto per alcuni giorni; dopo li quali per un foglietto di detto Confessore riceve l'ordine suor Maria Crocefissa di raccontare ciò che l'havesse di nuovo successo, ed ella in risposta fece il presente accoppiandoci con esso la relazione di ciò che successegli di straordinario per la liberazione di detto signor D. Ignazio Caetano.

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1677 04 02 AMBP ms. 25 / 77 copia

Alla Signora Duchessa di Poli, Romana.

Jesus † Maria

elice dì, beato giorno, fortunato tempo nel quale oggi arrivò a me il Paradiso, al di cui incontro sono uscite le mie lacrime, che ne rimasero bagnate le sacre reliquie, quale ricevo con l'Agnus Dei e sante figure della sua carità inviatemi. Signora Duchessa mia, io come pesce nel mare mi butto ai suoi piedi, quale sempre sono state il nido del mio cuore, lasci la prego "subter fuggere"(1) qui la sua vilissima serva che pare si affoghi in questo mare oceano di sì innumerabili benefici.
Oh! Dio quanto vado immersa in questo placido mare del suo patrocinio, dove navigo con prospero vento verso il Cielo, rendendomi volubile verso colà li tanti singolari benefici, in corrispondenza di che farà, che dirà la povera Crocefissa, non altro in vero che dire con rossore "Domina non sum digna, Domina non sum digna".(2)
Vada altrove tanto bene che il mio tetto è sì basso, e tanto profondo il mio suolo che non capisce la inestimabiltà di tal dono, ove per entrarvi bisogna passare per cupe sotterranee, sin qui ella ha subentrato carica di celeste ricchezze per arricchire con esse la mia povertà. Benvenuta mia signora, riposi ormai la sua stracchezza, nella sedia del mio cuore, e sappia che questi passi di accessi, queste umilissime fatiche la condurranno all'eterna quiete. Oh! cose grandi sono queste, ma assai poche per Dio, qual guiderdone per un piccolo sospiro una inondazione celeste, ora che aspetta lei per aversi ad esempio di Dio, così esinanito abbassandosi in sino a favorire la mia persona, la di cui carità è stata a me ricchezza, e a Dio calamita; e quindi carissima sorella che lui precipitoso si butta nelle braccia del suo cuore, slanciandosi con braccia aperte per ritrattare in esso la vera effigie del Crocifisso Amore, delinea l'amato con pinzello di angustie, e colori di patimenti, impresse nel drappo del suo cuore, quale per li travagli mi [ac]cenna riuscirà un vero ritratto di Gesù Cristo.
Rallegrasi amica cara, canti mia sorella, "vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus",(3) io in esso la lascio per trovarla in Paradiso, dove faremo se piace a Dio un tripudio d'Amore con la felice compagnia di codeste sante reliquie, quale chiamo teste di ciò che ho giurato ai piedi del Signore, che tutto ciò che farò benché invalidissimo etiam un sospiro il tutto sarà per la mia signora Duchessa di Poli, sorella dell'anima mia, ambedue generata nelle piaghe del Signore, e ciò saria niente se non vi fosse l'ingiunta di tutto il nostro Monastero, quale tutto giolivo per la inestimabiltà di tal dono sarà incessantemente assiduo nella orazione in bene della nostra benefattrice Madre e Padrona, la Madre SS.ma sia nostra comune guida al diritto sentiero del Cielo, nelle cui mani la lascio con profondissimo inchino come fanno mia madre e sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. S., Palma a di 02 aprile 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "prontamente fuggire";
(2) "Signora non sono degna, Signora non sono degna";
(3) Gal. 2, 20 "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me";

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1677 04 02 AMBP ms. 26 / 77 copia

Alla Signora Marchesa di Castelgirardi.

Jesus † Maria

icevo la sua lettera, e li suoi santi pensieri mi sono di sprone al bene, come di molta confusione, vedendomi tanta oltre avanzata di un'anima sì devota, come è quella di V. S., che vive nel secolo così distaccata come nel Monastero; ove io abbondo di sì ottimi aiuti, che sarei più dura che marmo se non mi mollificassi in Dio, di cui ricevo più che arena del mare innumerabili benefici, che dovrei qual pazza andar gridando "quid retribuam Domino pro omnibus quae retribuit mihi?",(1) poiché la grazia della religione è un Paradiso in terra, che rende beati li suoi abitatori.
Felice V. S. che [an]noiata dal mondo, si ha eletto la sorte di questi Angioli terrestri, godendo pure il merito della carità nella educazione dei suoi signori figli, e sarà la sua clausura la dolce caverna della piaga del Signore, ove qual pura colomba nidificherà in essa parti di amare, con l'assistenza però della Madre SS.ma, quale è sale di ogni divino sapore. Per fine mi rallegro conoscendola per abito mia carissima sorella, come già prima mi fu e sarà sempre padrona, la riverisco ubbidendo ai suoi comandi, come pure fanno mia madre e sorelle, quale pure riveriscono con me tutte le Signore, sue figlie e signora sua sorella, offrendosi tutte loro servitrici.
di V. S., Palma a di 02 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "che cosa renderò al Signore, per tutte le cose che mi ha dato?";

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1677 04 09 AMBP ms. 129 / 77 autog.

Al Padre D. Fortunato Maria Alotti, Confessore ordinario del monastero di Palma.

Jesus † Maria

' proprio del sospetto, somministrare oscurità e offuscazione. Io dunque sto in esso tanta piena di caligine, che non mi da tregua il penoso duello del si e del no; è o non è; fu o non fu; così in me sempre si contrasta.
Ohimè quanto mi crucia questo crudelissimo forse, che se mi certifica lo spirito della certezza, quantunque sia in mio disfavore, mi da più meno martirio nella determinazione, quale sarebbe di tacere e lacrimare, e mi quieterebbe in questo amaro fine. Ma tanta amarezza non mi lascia godere lo spirito del sospetto, stante che appena sedata, mi figura il dubbio per limarmi il cuore con la durazione di tale martirio.
Sicché buttata nel mare dell'incertezza, ora mi affoga il no, ora il si; ne so dove ho da smontare. Io vedo ombre, ma tocco vento e niente piglio; ohimè grandi ordigni mi si ordiscono, ed io ne resto dormendo, "cadent in reticulo eius peccatores",(1) e per essere io tale vi sono incorsa, singolarmente però vi sono caduta, poiché "donec transeam"(2) [in questa vita] sino alla morte, che sarà un transito di male, in male peggiore.
Basta io scrivo come fuor di senno cattivata sotto l'ombre del mio sospetto, che non so che dico, mi benedica.
[dal nostro monastero a di 09 aprile 1677]

[sua umilissima suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]

(1) "i peccatori cadono nella sua rete";
(2) "mentre sono di passaggio";

Nota del Confessore: Si domanda dal Confessore la relazione di un successo, come abbia saputo Crocefissa che il Padre D. Girolamo Vitale abbia mandato copia di sua lettera al detto Padre Confessore, ed ella le fa questa risposta retroscritta.

Indice delle lettere

 

1677 04 16 AMBP ms. 27 / 77 copia

Al molto rev/do Padre D. Antonino Ventimiglia, Chierico Regolare.

Jesus † Maria

ncora non è giorno Padre carissimo, la luce non compare e noi stiamo all'ombre di questa sua tribolazione; oh! Dio quanto mi affligge, ed oh! quanto ne ha pianto tutto il nostro Monastero, di cui nostro Signore è stato incessantemente pregato, e pur si segue per ottenerne la meritata liberazione, cotanto dovuta alli poveri innocenti, come io credo siano li signori suoi parenti, che il dirmi che sempre sono vissute da santi, a me non è cosa nuova; poiché mio Padre di s. m. era si come suo servo così divulgatore della santità di codesta sua nobilissima Casa, ma altro contrassegno non bisogna per affermarlo che la croce che portano, quale è il signacolo che in fronte tengono li eletti per il Paradiso. Oh! degno tesoro dei grandi del Cielo, questa è la chiave d'oro che introduce a chi la porta alla "provatura"(1) del Re sovrano, disserandogli per una eternità la porta del Cielo, "beati qui lugent",(2) io in questa beatitudine saluto coloro che piangono, in compagnia di cui io mesta sospiro, piangendo le mie colpe causa del suo pianto e delle piaghe di Gesù Cristo, ove lascio V. R. offerendomi incessante, supplichevole per il nostro intento, con che umilmente la riverisco come fanno mia madre e sorelle raccomandandoci tutte ai suoi SS.mi sacrifici.
di V. R., Palma a di 16 aprile 1677

umilissima servitrice
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "familiarità";
(2) Mt. 5, 5 "beati coloro che piangono";

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1677 04 16 AMBP ms. 28 / 77 copia

Al molto rev/do Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

icevo la sua lettera e il sacro volto, e vedo a quanto gran pianto mi chiama rappresentandomi questa mestissima fi[g]ura, ohimè "quis mihi et ut moriar"(1) insieme col mio Gesù così spirato, Padre se a lui l'uccise il peccato, a me il dolore di averlo commesso, che farei sempre una voce dicendo "peccavi, peccavi miserere". (2)
V. R. non poté fare meglio di mandarlo a me, poiché solo lo può sanare chi l'uccise, così è la verità mentre nessun rimedio giova alla ferita della sua dispiacenza, fuorché la medicina contraria del pentimento di colui che la ferì; sicché per medicarla giova più la mano di un peccatore, che quella del più eccelso Serafino. Oh! Dio quanto siete affabile, anzitutto buono poiché alle piaghe nostre volete più unguenti di cuori umani, che estratti dolcissimi di celesti medicine; io misera me sarò per lui quella vipera mordace, che siccome ho avuto veleno per ammazzarlo, così farò triache per risanarlo, piangerò ai piedi suoi quelle morsicature che furono a lui (come sono a me) crudeli, quale se lo resero morto, io pure voglio morire.
Onde questa mattina ho chiamato l'anima mia e fissandola a quel sacro volto così l'ho detto "inspice et fac secundum exemplar",(3) sì, ella mi ha risposto "eamus et nos, ut moriamur cum eo",(4) così farò poiché non posso soffrire disparità con lui, e giacché egli non vive in me in modo sensibile, io mi farò come lui morta insensibile, serrerò gl'occhi ad ogni attacco terreno, vada il tutto che ciò che non è Dio per me non è, mi agghiaccerò ad ogni peccaminoso incendio, squallida mi farò perdendo il vermiglio di ogni concupiscibile desiderio, inflessibile pure e senza piega ad ogni disordinata condiscendenza, rimarrò con bocca aperta in una continua aspirazione in Dio, cacciandomi l'ultimo fiato a colpi di tormenti.
Per fine mi chiuderò nel duro marmo del suo decreto, involta nelle tenebre della mia mestizia, chiusa e suggellata con la lapide della sua determinata lontananza, ed oh! morte felice che ritratta in me la figura di Gesù, mia vita. "Sicut vita mortis ita"(5) questa morte avventurata duella con la vita "mors et vita duello",(6) e credo sarà sua la vittoria poiché conquisterà la vita, e vita eterna, come ben dice, V. R. che "mortui estis cum Christo et vita vestra abscondita est cum illo".(7)
Dunque così ella va, che prima di vivere bisogna morire, oh! belle stravaganze di amore tutte adorabili e divine; resta oh! Padre che V. R. canti il requiem aeternam a questa povera defunta, pregando Dio che le dia pace e quiete nelle morsicature dei suoi insolentissimi vermi, che tanto la rodono nella sua pelle, cioè nella parte estrinseca e inferiore, quale io vorrei in una totale annichilazione, ed oh! mia fortuna signor mio se io potessi dire col santo Davide "concedisti saccum meum et circumdedisti me letitia".(8)
Oh! quando sarà quella ora che io lascerò questo sudicio vestimento, questo fetido sepolcro; ohimè spoglia mortale quanto di mesto ammanto mi vestì il cuore, pazienza anima mia questa per ora è la nostra prigione, così angusta e tenebrosa che nemmeno per fessura si gode l'aria di Dio, non che sua luce vera; qui lui ci ha decretato, qui mi mobiliterò col suo volere, così faremo, preghi di più V. R. che io non sia incostante in questo mio proponimento, poiché è una mala cosa assai dire e niente fare, e Dio mi libera incorrere nel numero di coloro che sono vacue di opere e piene di parole, per una delle quali così disse il Signore:

Il tuo pianto poco giova
Se non prendi vita nova
Che se dici e niente fai
L'ira mia conciterai
Che qual leon ruggendo
Fischierò con sono orrendo
Trabalzandoti all'ingiù
Con un grido che mai fù

L'orazione di suor Teresa e la protezione di V. R. non mi faranno incorrere in questo fulmine, così mi giova sperare, così io spero. Padre V. R. torna a persuadermi che non ponga sott[ot]erra i miei talenti, ed io torno a piangere protestandomi innanzi a Dio che non li conosco, non che li posseggo, che se Dio per sua pietà tal ora ha posto del suo oro nel mio fango, io non so ora trovarlo, tanto sta involto in questo luogo. Io non mi ricordo d'altro che della croce di Gesù Cristo, ma dato che io avessi di che compiacere V. R. come ciò può sortire, mentre io sono avvezza ad una estrema mutolenza etiam con il mio Padre confessore, che nel comunicarle le cose dell'anima mia ho passato il possibile, ne mi ha potuto sortire con altro che per mezzo di alcuni scritti, quali dopo averli consegnato mai mi ha(ve) uscito parola sopra di essi, ne io a lui, ne lui a me, fuorché credo io due o tre volte, nelle quali con ogni brevità mi ha domandato di alcuna parola forse oscura o poco intesa, benché per sicurtà alle pochissime volte mi ha detto che le cose mie prima di [con]servarsi vanno ad esame di qualificate persone, quali io non conosco, ne loro conoscono me. Sicché vivo quieta sotto velame di questa in conoscenza, così io me la passo con molta sicurtà e poche parole, a segno che fuorché un quarto di ora la settimana, io non conosco il mio Padre confessore, che di bocca a bocca non mi è necessaria più lunga udienza, così lui per sua carità mi ha avvezzato, da che io ero piccola figliuola.
Sicché sono cresciuta più con la penna, che con la lingua, e in vero questo è gran dispaccio per un santo distaccamento, poiché con tutto che fosse un filo d'oro tiene impedito l'uccellino dal suo volo. Compatisca oh! Padre questo sì lungo racconto, che io ho voluto darmi per scusata in questo mio costume; quale benché sia volontario non è senza mia gran fatica, poiché alla fine il mio misero stato naturalmente aspira a molti aiuti, ad una gran cosa il patire differente, e l'aiuto comune; oh! Dio io voglio il mio istituto, ma lo patisco, che a dire il vero muoio ad ogni fiato, vivo non è dubbio.
Oh! Padre di continue violenze che mi bisogna sempre stare con la spada in mano per debellare questi moti contrari, e pur voglio seguire sino a morte esibendomi mille tormenti per ogni moto, si come ho offeso Iddio per ogni fiato; felice tormento, felice mia clausura che così mi chiude nel recinto di un santo abbandonamento, ove trovo ogni dispaccio terreno ogni contento.
Distorni Padre mio dalla sua richiesta, poiché il giumento non è padrone del suo carico, ne meno discerne se carica gemme o loto, anzi più carico va più abbassa il capo, così io bestia stolidissima sono andata, carica delle grazie di Dio che quanto più sono state, tante più mi sono curvata umilmente ai piedi della santa obbedienza, consegnando il tutto ai miei Superiori, di che sgravata mi sono data al riposo di un totale spensieramento dormendo per esse nel letto della oblivione, ne di ciò ho potuto far di meno da che mi fu detto "ut iumentum te cupio quod nunquam recogitar qualitatem ponderis de quo gravatum ambulat, tu ergo sic pro umilitate curva in orreum obedientie festina curre ad illam, curre iuvencula Cristi ";(9) io adoro queste voci, e seguo io suoi comandi fuori di ogni pensiero in un perfetto abbandono.
Circa poi la comunione non ho che avvisarle, poiché in questa Quaresima si sono da tutte straordinariamente usati li SS.mi Sacramenti, sicché io nel suo comando non ho pregiudicato la comunità, ne ho contravvenuto la santa obbedienza, benché le suddette ragioni le serviranno in dissuasione contraria; Padre la vita comune con la particolare sono come il bianco e il nero, ora come si possono uguagliare, io sono destinata più alla croce che alla mensa, ne voglio altro sapore che la sua amarezza.
Mi dice poi che tiene speranza di farmi vedere a suor Teresa, ma io Padre da che l'ho inteso mi posi a tremare, Gesù che grande aggiunta vuole essere questa, V. R. in far questo vuole dipingere il quadro di S. Michele Arcangelo con lucifero ai suoi piedi, che tale io sono con lo spirito di suor Teresa tutto angelico, se questo sarà io godrò la sua carità e la mia fortuna.
Di più mi dispiace in sino al cuore che V. R. ancora si duole della mia rustichezza, che non volle farle agiatamente vedere la Madre Santa che tengo nel mio petto; onde io sbigottita della penitenza mi impone, e della pena che ancora l'affligge l'invio questa santa immagine, acciò se la goda senza mio rossore a suo bel aggio, non rifiuta di più certi pochi Agnus Dei mandatemi della signora Duchessa di Poli, sorella dell'anima mia, che quantunque lei abita in Roma ambedue viviamo chiuse nelle piaghe del Signore. Il simile donarello invio a suor Teresa, riverendo ambedue di pari e santo affetto, Padre scusi il mio ardire e mi perdoni e sappia che la sua carità non è più, della mia gratitudine, sicché la povera Crocefissa si prostra ai suoi piedi ringraziandolo di tanti benefici, e precise del santo volto che sarà il guanciale del mio cuore, ove con esso dormirò sopra le spine; la lettera è stata assai lunga, ma scusabile volendo rispondere alle sue proposte, mi perdoni per carità e mi benedica.
Palma a di 16 aprile 1677

sua umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Io mi sono servita della sua offerta, in modo che la carta non mi basta, e mi bisogna servire di questa, dove le dico che già la Quaresima è passata, e la perplessità di V. R. è finita, circa la sua astinenza, quale sarebbe più di Dio che di V. R., se per non volersi cibare di carne, astenersi Iddio del futuro della sua predica, in pabulo dell'anime, per le quali il Signore le disse "pasce oves meas"(10) e sarebbe una gran pazzia se per non voler mangiar il Pastore affamicasse pure il gregge del suo ovile, buttandosi deiettato in un cantone con perdita irreparabile delle sue pecorelle. Orsù egli ha inteso io non posso dire altro, poiché sempre così ha perdurato il mio sentimento quale ho esatto nelle mie povere orazione. Mi dice poi che il giubilo sia aperto, e si chiuderà quanto prima, io rispondo a questa enigma, che per lui non vi è chiave per chiuderlo, poiché tale intuito non è umano, ma divino, ma se lui mi reietta io ricorrerò a colui che "aperit et nemo claudit in saecula saeculorum",(11) o introduzione felice che conduce all'eterna.
(1) "possa io morire per chi si da per me";
(2) "ho peccato, ho peccato abbi pietà";
(3) Es. 25,40 "Contempla e fai quanto ti è stato mostrato";
(4) Gv. 11,16 "andiamo anche noi e moriamo con lui";
(5) "Come la vita, così la morte";
(6) "la morte e la vita in lotta";
(7) "siete morti con Cristo, e la vostra vita è nascosta con lui";
(8) "mi hai dato il sacco, e mi hai rivestito di letizia";
(9) "come il giumento che cammina e non mai pensa alla qualità del peso di cui è caricato, così tu dunque, piegato per umiltà sotto il peso dell'obbedienza, corri verso quella, corri o giovanetta di Cristo";
(10) "pasci le mie pecore";
(11) "apre e nessuno chiude, nei secoli dei secoli";

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1677 04 16 AMBP ms. 29 / 77 copia

Alla Signora Principessa di Rocca fiorita.

.Jesus † Maria

a solennità Pasquale sia compita in lei mia signora carissima, godendo di quei beni che diedero a noi copiose le piaghe del Signore, di cui io le prego ogni felicità spirituale e temporale come lei desidera, pregando pure V. E. a scusarmi se con questa brevità le rispondo stante la strettezza di tempo mi porgono le funzioni lunghissime della settimana santa, dove siamo, ma ciò poco importa, poiché tra di noi signora non vi vuole carta per arrivare le nostre istanze, quale sono strettissime nelle piaghe del Signore, ove giornalmente l'abbraccio con le mie indegne orazioni. Qui dunque la lascio, ove sempre la trovo, mentre sotto la SS.ma destra della Madre Santa l'abbraccio con umilissimo inchino, come pure mia madre e sorelle umilmente la riveriscono.
di V. E., Palma a di 16 aprile 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

 

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1677 04 17 AMBP ms. 30 / 77 copia

A suor Teresa Crocifissa Bruno, religiosa domenicana, Sciacca.

Jesus † Maria

aec dies, quam fecit Dominus exultemus, et letemur in ea",(1) Alleluia. Così oggi si rallegra santa Chiesa, così pure noi Alleluia, alleluia carissima sorella "iam hiems transiit, imber abiit et recessit".(2) Rasciughi gl'occhi, già il diluvio è passato delle pene di Gesù Cristo, la sua vermiglia pioggia già innaffiò la terra nostra, e nacque a noi la primavera fiorita "flores apparuerunt in terra nostra".(3) Venite carissima, rallegratevi il cuore per quanto vi hanno lacrimato gl'occhi, odorate le sue rose, che produssero le sue spine, e gustate li frutti, che produsse la sua morte nella nostra redenzione.
Oh che amenità! Oh che campo ameno! piantò nella sua croce Gesù Cristo, dove nacquero le rose dei Martiri, le viole degli Anocoreti, e confessore, li gigli delle vergini, e altro genere di fragranze tutte divine; oh che soavità! oh che contento! "Gentes Redemptae plaudite",(4) io in questo tripudio di Amore la chiamo con Maddalena all'orto, non di Getsemani, che per me lo serbo; ma a quello amenissimo, dove andrà a diporto con il suo divino Ortolano, che così l'invita "surge propera amica mea".(5)
Vada, vada con esso alla buonora, che forse lui le dirà in tante sue delizie "vox turturis audita est in terra nostra",(6) non sdegnando in tante loro amenità la voce mia, che a guisa di mesta tortorella piange, e sospira la sua lontananza.
Fate a me pietà dando al vostro diletto buon consiglio, inviandolo per più piacere, un poco a caccia, poiché, chi sa! predasse con l'altre questa meschina tortorella, quale con amare voci lo chiama, ancor che per ucciderla.
Caschi ella nelle sue mani, ne curi divenire un penoso arrosto, purché sia suo convito, li tringiamenti suoi sono miei contenti. Io per tale mio interesse di nuovo la chiamo, "descende in hortum mecum ut videam poma convallium",(7) questo è un orto di noci, che pomi produce, oh Dio come ella va! Nacquero mai pomi nelle piante di noci; sicché tale produzione coltiva questo divino giardiniere.
Sicché nelle piante di noci, di tutto ciò che nuoce al senso si producono quei pomi, che domanda la sposa per delizio di amore "fulcite me floribus, stipate me malis, quia amore langueo".(8) Oh! Dio quanto fiorisce gioliva la mia Teresa tra queste fiori! ma più lontanamente conviva tra tale pomi, buon pro, buon pro, per una eternità carissima.
Io qual cagna vilissima vado leccando le miche della sua mensa, rimanendo di più sempre famelica. Non si scordi della mia mendicità nella sua abbondanza, dove io pregherò Iddio che la conservi, desiderandogli felicissime queste sante feste, la di cui allegrezza ha dato adito al mio ardire di molestare la sua quiete, con queste mie noie. Mi perdoni sorella che oggi il giubilo è dovuto ai peccatori, dei quali io sono la più perversa; si che canto ai piedi vostri alleluia alleluia al nostro Redentore. Risponda ella per me, cantando alla Madre SS.ma la Regina Coeli, sotto la di cui destra l'abbraccio con umilissimo affetto, come fanno mia madre e sorelle, e tutte del nostro Monastero di Palma.
Palma a di 17 aprile 1677

sua indegna serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Carissima sorella io così fossi buona come sono ricordevole dei suoi benefici, quali mi confondono alla corrispondenza, benché non saprei giudicare qual sia più fortuna, se io in essere soccorsa di una ricca, o pur lei in sovvenire una povera, in persona di cui così parla Gesù Cristo "quod uni ex minimis meis fecistis mihi fecistis".(9) Basta qui si decide che per lei va meglio, ma la mia Madre SS.ma vuol che io sia grata; onde io gliela invio acciò lei per me dia li dovuti ringraziamenti, la riceva ella non come dono mio, ma come Madre del suo diletto, che se ella mi inviò lo specchio del suo cuore, io l'invio lo scudo del mio petto, poiché per istituto questa sacra immagine portiamo nell'abito, la riceva per suo amore con altri pochi Agnus Dei, uno dei quali è composto di sangue e ossa di Martiri, capitatici da Roma, sono stata lunga mi perdoni.
La lettera per Monsignore la scrissi a petizione del signor Canonico, che me la domandò per il suo ritorno, ma io pensava che lui sarebbe partito sino a Mercoledì; sicché per inavvertenza gliela feci secondo il tempo presente, che infatti questa mattina la scrissi ad alcune altre, se V. R. giudica non essere conveniente per il tempo che avrà di arrivare me la rimandi che la farò più a proposito, ma se stima altrimenti la potrà dare al signor Canonico, poiché è già copiata, e se le pare necessario le farà la scusa del suddetto proposito, che fu per volere andare con la corrente, dove mi portò il mio sentimento senza pensare ad altro, V. R. mi benedica.
(1) "Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso";
(2) "Già l'inverno è passato, la pioggia è cessata e se n'è andata ed è cessata";
(3) "i fiori sono apparsi nella nostra campagna";
(4) "popoli redenti applaudite";
(5) "alzati, avvicinati amica mia";
(6) "si è udita la voce della tortora nella nostra campagna";
(7) "scendi in mia compagnia nel giardino, affinché veda i frutti delle vallate";
(8) "riempite me di fiori, saziatemi di mele, perché muoio di amore";
(9) "ciò che avete fatto a uno dei più piccoli, l'avete fatto a me";

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1677 04 18 AMBP ms. 31 / 77 copia

A Mons. [ Fra Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

lleluia, allelluia ill/mo Signore è passato l'inverno, fiorì [la] primavera, giubila il mondo, santa Chiesa canta, "haec dies quam fecit Dominus exultemus et laetemur in ea",(1) pure io vengo con questa ciurma di giubilante ai piedi del mio Pastore, acciò mi dia compito il giubilo Pasquale con la sua santa benedizione, come tutte desideriamo di questo suo Monastero, quale resta sommamente approfittato della predicazione del signor Canonico D. Geronimo Farchica soggetto in vero degno di sublime residenza, essendo fedele negoziante dei suoi talenti, quale rende centuplicate a Dio nella salute dell'anime.
Non può essere di meno mentre conviene alla sua Cattedrale, come sarà ottimo operaio nella sua Diocesi, nelle mani di V. S. ill/ma non possono ritrovare, sicché persone tali, io in buone mano la lascio, e qui l'ascrivo con il sangue di Gesù Cristo raccomandandogliela tanto, per quanto me l'ha comandato il suo fattore, per amor di cui V. S. ill/ma esaudirà questi miei affetti, che per essere di pura carità diverranno nelle sue mani vaghe rose, nate però da quelle spine che al capo di Gesù fecero piaghe, le di cui meriti produssero a noi fiori di virtù, e frutti di amore, nella di cui dolcezza oggi conviva il genere umano già libero e redento, cantando alla sua mensa "fructus eius dulcis est gutturi meo bon pro".(2) Buon pro Monsignore ill/mo, io qui la lascio con umilissimo inchino. Palma a di 18 aprile 1677

umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "questo è il giorno che ha fatto il Signore, esultiamo e rallegriamoci in esso";
(2) "il suo frutto è dolce alla mia gola, (ti faccia) buon pro";

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1677 04 19 AMBP ms. 32 / 77 copia

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.

Jesus † Maria

ossa di pietà, dico a V. R. che le pene di quell'anima, che fu [la] causa della prigione del signor D. Ignazio, vanno strettissime più che mai nel torchio del Purgatorio; in modo che la meschina manda scintille di fuoco per lacrime, gridando con amari singhiozzi "Peccavi, peccavi miserere",(1) che un cuore di pietra si commuoverebbe alle sue fiamme, di che sta tutta penetrata la sua sostanza spirituale quale carbone, tanto sono atroci queste sono invisibili, che rose sarebbero li nostri materiali, basta sono cose non confacevoli al nostro udito, di che si commuove etiam il cuore di Dio. Oh! cuore di Padre invero è quello di Dio, era egli poco adirato contro costei questi giorni addietro, eppure oggi anela a darle aiuto con la ricevuta di alcuno bene in suo suffragio; sicché due volte il mio S. Angelo Custode così da parte sua mi ha ricordato (ricordatevi mi ha detto all'orecchio), di quell'anima meschina che piange in Purgatorio.
Essa era devota di santa Maria La Bona, alla quale Signora, io sono andata per domandarle il modo di suffragarla, che prontamente così mi ispirò, cioè, che ricorressi al signor D. Ignazio e signor D. Vincenzo, ai quali chiedessi per elemosina questo suffragio; consistente in 15 messe, fatte celebrare in tre giorni all'altare di nostra Signora del Rosario nella solennità presente, quali saranno 15 rose che refrigeranno quelle sante pene, che questa anima patisce maggiormente, dove avrà da stare lungo tempo in di sconto dei suoi peccati; atto ci carità sarà questo che acceso di codesto fuoco per cagione di che si opera ergerà verso il Cielo 15 virgolette di fumo, per profumare il cuore a Dio e sua SS.ma Madre, la quale acco[mu]nerà tale opera con la fragranza delle sue rose, colmando di meriti codesti signori, che tanto miti sono stati con i suoi nemici, come piacevole fu il suo Gesù con i suoi crocifissori.
Io per me tra tante rose mi scelgo le spine, che tale sono le mie affannate orazioni, stante lo stato ove mi trovo, con che andrò sempre pungendo il cuore a Dio, acciò li colmi di veri beni e di benedizioni, e ciò non fo posticcio ma di vero cuore, che dal loro travaglio in qua, più sono state per loro che per me le mie indegne orazioni, così sempre seguirò portandomi sì santo affetto in santa confidenza, con che per ordine divino le domando il suddetto sovvenimento nel modo predetto.
Orsù la Madre SS.ma, siccome ci ha liberato dal male immaginabile, quale sarebbe occorso prima della Domenica delle Palme, dandoci con la liberazione le feste felicissime, così vuole dal signor Ignazio le buone lavoranti, poiché per Mercoledì vuole nel suo altare li santi sacrifici seguendo l'altre come sopra ho detto, ma la elemosina la vuole in questo modo, che l'ordine della celebrazione la dia il signor D. Vincenzo, bastandovi solo il consenso del signor D. Ignazio; Ella sta più che sicura della loro prontezza, ma non vuole altro per ora, poiché altro refrigerio non le viene concesso a quella anima meschina, che deve per altro saldare il conto tirato nel libro della giustizia divina. Padre V. R. non tardi a fare manifesto questo avviso, quale darà in suo nome e come a lui piace, purché non specifichi altro nome, che di averlo tratto di una sua penitente, che sarebbe un male fondarlo e mio gran rossore se mi nominasse manifestamente, io per fine lo consegno alle sue mani, egli farà come si contenta.
[dal nostro monastero a di 19 aprile 1677]

[sua umilissima suddita]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) "Ho peccato, ho peccato abbi pietà di me";

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1677 04 26 AMBP ms. 33 / 77 copia

Al Padre Don Geronimo Ribera, sacerdote.

Jesus † Maria

e sempre l'ho stimato da padrone e parente, ora più che mai lo stimerò, così conoscendolo più propinquo nella consanguineità di Gesù Cristo, ove per la lettera lo trovo. Oh! quanto invaghito del conoscimento proprio, punto in vero e questo quanto vale, vuole tanto necessario per il spirituale edificio, beato chi si pone sotterra in questa base della santa umiltà, per ergersi in Dio in altissimo rampollo, "nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit ipsum solum manet", (1) qui germina il nostro cuore frutti di Paradiso gratissimi al Signore; benché "mortuum fuerit" (2) bisogna prima morire a noi stessi, e poi rinascere alla vita che conduce alla eterna gloriosa e beata.
Il frumento non germoglia se non rompe la sua corteccia, ne il nostro cuore produce virtù se non frange con mille fratture di violenze la parte inferiore e sensuale; in questa distruzione consiste la vera raccolta dell'anima, quale in questo raccolto gusterà la sazietà eterna, pazienza per ora che è tempo di seme, poiché chi "seminant in lacrimis in exultatione metent",(3) poca fatica in vero è la presente, in comparazione della retribuzione eterna, la vita è un sonno, la vanità e un vento che passano in volo, altra importanza non vi è, che un male o un bene eterno. V. S. pensi qui, che in breve diverrà vero dispregiatore del temporale che è tutto loto, la Madre SS.ma coltiverà il giardino del suo cuore, che mediante la terra del conoscimento proprio germoglierà il vero giglio d'amore Gesù Cristo, ai piedi di cui la lascio riverendolo con umilissimo affetto, come fanno mia madre e sorelle. Mentre per fine la ringrazio dei belli fiori procuratemi, di che gliene darà gran merito il Signore, che serviranno per sua grata fragranza sull'altare, la dove V. S. pregherà per me nei suoi santi sacrifici, come farò io benché indegnissima nelle mie povere orazioni, quali avvalorerò con quelle fervorose delle mie sorelle tutte, però con li meriti del nostro Redentore.
Palma a di 26 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "se il chicco di frumento cadendo in terra non sarà morto, rimane solo se stesso";
(2) "sarà morto";
(3) Sal. 125, 5 "chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo";

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1677 04 26 AMBP ms. 34 / 77 copia

Al Padre Don Giovanni Birelli, della Compagnia di Gesù.

Jesus † Maria

icevo la sua lettera, e conosco la sua benignità prima della sua persona, la di cui carità odora più che li fiori [che] mi invia, che ha reso qual fiorita primavera l'anima mia, mercé li suoi santi ricordi e documenti. Sicché Padre carissimo, io in queste fragranze odoro il candido giglio Gesù Cristo, nato qui fra noi tra le spine di tanti patimenti, fiorito già nel campo ameno del monte Calvario, ove si odorano le rose immarcescibili delle sue sacratissime ferite.
Io qui lo chiamo per succhiare qual apicella il miele dolcissimo di questo vermiglio fiore, quale si trae a forza di patimenti ad imitazione del medesimo giardiniere Cristo nostro Signore; orsù chiamiamo colei a cui possiamo dire "ut apis favum mellis verbum suxisti",(1) acciò ci impetri forza nell'acerbo di questa vita per condurci alla soavità dell'altra, essa Maria Signora nostra pure inghiottì questo miele a sorsi di amarissime lacrime, e dal nomarsi Mater dolorosa, pervenne al grado della Regina Coeli, essa sia il nostro "speculum sine macula",(2) ove lascio fisso V. R. per divenire un vero simulacro dell'oggetto opposto.
Mentre per fine le rendo le dovute grazie dei fiori, medaglie e figure del SS.mo piede di Maria nostra Signora, quale saranno le corone dei capi nostri, come ella è lo scopo del nostro cuore; V. R. riceva questi umilissimi affetti mentre prostrata sino a terra la riverisco e domando la santa benedizione, come pure fa suor Maria Gioseppa, restandogli obbligatissima della santa medaglia, quale saranno a noi continui sproni, per raccomandarlo a Dio nelle nostre pigre orazioni, come V. R. ci comanda a cui supplichiamo a farci partecipi dei suoi santi sacrifici.
Palma a di 26 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Riverisco la signora D. Isabella di Palermo, a cui noi aspettiamo con braccia aperte attendendo alla sua venuta, se piacerà al Signore, in cui l'arruolo nel numero di carissima sorella.
(1) "hai succhiato la parola, come l'ape [succhia] il favo del miele";
(2) "specchio senza macchia";

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1677 04 26 AMBP ms. 35 / 77 copia

Alla Signora D. Laurea Zumbardo, religiosa di Cuniglione.

Jesus † Maria

arissima mia sorella, "quam bonus Israel Deus his qui recti sunt corde".(1) Così mi fa esclamare la sua lettera piena di pusillanimità e timore, cessi ormai carissima di tante mestizie e sbigottimenti, che il nostro Iddio non è giudice di severità, ma Padre di amore; benché "his qui recti sunt corde",(2) un cuore rettamente in Dio è calamita del suo amore, qual rettitudine sorvola l'anima al suo Creatore.
Ma tale agilità richiede leggerezza e distacco da ogni affetto terreno, che un cuore oppresso di questo peso non sale in Dio, ma corre nel profondo. Oh! quanto va differente lo sposalizio di Dio con l'anima, di quello [che] si usa al mondo, quale nella dote si conferma, che quanto più ricca sarà più si contenta, non fa così il nostro Dio anzi il contrario, poiché vuole la sposa sua nuda e spogliata, affatto disciolta da ogni attacco umano.
Carissima sorella, e cui ebbi tal ventura e si divina sorte, lasciare il fango e ritrovare il Cielo, così ricompensa cento per uno il Datore divino, una povera Creatura non ha di che fermare i capitoli sponsali per il suo sposo divino, quale si contenta di un foglio bianco senza altro notamento, cioè un cuore puro senza nero carattere di umano valsente; si gloria colei che può dire "vox mea in candore"(3) a cui risponde lo sposo "sponsabo te in fide",(4) cioè nella fedeltà di tale promessa, ove si fermano i capitoli di sì divini sponsali.
Alla buon ora, alla buon ora carissima se tal casamento sortì nel vostro cuore, io famelica ne sto aspettando le nozze, mediante le vostre sante orazioni, quali vorrei per mano di Maria, la nostra Madre, che me li darà dolcissime nella grazia del suo SS.mo Figlio, ed io bacerei quelle beneficentissime mani che sono la dolcezza del mio cuore. Carissima sorella, felici noi se lei ci desse la sua santa benedizione, sicché ambedue prostrate gridiamo ad alta voce: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
di V. S., Palma a di 26 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Gradisco a sommo, il devoto reliquiario [che] mi manda, quale serberò nel mio cuore pregando il Signore, che lui corrisponda per me, dandogli tanto bene quanto lei desia, mentre di nuovo la saluto nelle piaghe del Signore.
(1) "quanto è buono il Dio di Israele, per quelli che sono retti di cuore";
(2) "a quelli che sono retti di cuore";
(3) "la mia voce è nella purezza;
(4) "ti sposerò nella fedeltà";

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1677 04 26 AMBP ms. 36 / 77 copia

Alla Signora D. Nicoletta Gupiero, spagnola.

Jesus † Maria

icevo la favorita di V. S., che mi ferisce il c uore notificandomi per essa la sua infermità e continua tribolazione, per causa della poca gratitudine che trova il Signore, suo consorte, in tante sue diligenze usate nell'officio di Presidente.
Carissima mia signora, che cosa vuole dare il mondo mentre egli è uno spinaio che trafigge, chi lo tocca non che a chi lo maneggia; sicché li suoi abitatori altra voce non mandano che un ohimè continuo, che al solo sentirla vi lastimano il cuore, beato chi lo spregia per più nobile partito quale è l'amor di Dio, il quale mai seppe ingratitudine verso coloro che lo servono, anzi centuplicatamente li da il dovuto premio, felice ventura di coloro che lo seguono. Benché la sua bandiera inalbera la santa Croce, sotto la di cui insegna militano li suoi seguaci, di cui sarà la vittoria lassù nel Cielo, ed è una ricca usura dare per godimenti eterni fatiche transitorie; oh! quanto di buon mercato si da il nostro Dio, di cui V. S. ne tiene ottimo pegno nella Croce, che lui l'ha dato quale è la moneta che compra il Paradiso, non dimeno io pregherò benché indegnissima per la sua bramata grazia, e spero che la Madre SS.ma gradirà la sua devozione, con che non ha sdegnato ricorrere a me gran peccatrice. Io ai suoi piedi la lascio riverendola umilmente con caldissimo affetto.
di V. S., Palma a di 26 aprile 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

 

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1677 04 28 AMBP ms. 37 / 77 copia

Al Padre Eusebio della Licata, Cappuccino.

Jesus † Maria

he luce può dare una cieca, che a passi di gran cascate cammina, così all'oscuro mi sono ridotta, per la caligine dei miei peccati; eppure V. P. viene a queste tenebre per riportarne luce, quale io traggo di quella che "descendens a Patre luminum"(1) riceve egli tale splendore non dalla peccatrice ma di colui che si dichiara più con gl'esempi che con parole. Onde questa mattina avendo fatto la santa comunione per V. P., esponendo al Signore le sue richieste, che mi [ac]cennò di presenza, lui accettò volentieri il tutto per cui altro risposi "cum dilexisset suos qui erant in mundo in finem dilexit eos".(2)
Padre, "in finem dilexit eos";(3) oh! grande esempio di colui che nella sua età sta verso il fine, "qui perseveraverit usque in finem hic salvus erit",(4) nostro Signore ubbidì sino alla morte, e vuole che lui lo segua sino alla fine, nella salute dei prossimi, che se non potrà totalmente alla cura delle loro infermità spirituale le giovi almeno nella composizione della medicina, atta a guarire le sue piaghe, quale sono le religiosi che devono essere unguenti a tale malore.
Sicché nella loro fragranza devono tirare a Dio tutti li mondani, in modo che tratte dai loro esempi, predicazione ed opere possono dire "in odorem unguentorum tuorum currimus",(5) ma se la medicina è putrida più corrompe che sana per bene dei suoi; cioè, delle sue famiglie qual deve amare più stando nel fine, potrà ripigliarsi la voce attiva e passiva, con che giovando alla sua religione gioverà pure a tutte l'anime, quali saranno guarite da queste medicine e preziosi unguenti. Non ricusi per carità tale curagione, poiché il mondo oggi puzza per abbondanza di ferite mortali, abbia pietà del nostro Dio che par si abbia fatto rauca la voce chiamando operaie alla salute dell'anime, ma ai suoi intenti ognun volta le spalle, dove nessuno vuole caricare la sua Croce, e pure in essa lui sopraffatto morì per salute nostra, queste non sono mie querele.
Ma pianti di colui che sospirando dice "vos fugam capietis et ego vadam immolari pro vobis", (6) lagnandosi di tutti li religiosi in persona dei suoi Discepoli, che così indifeso lo lasciano crocifiggere, nella Croce del peccato; oh! miseri tempi nostri che così si dorme per Dio, ed è tempo questo di dormire, quando tutto l'inferno per tradire il Signore procurando di levarle il suo Regno che sta nel nostro cuore, "Regnum Dei intra vos est", (7) quale lui tanto stima che lasciò il Paradiso per riacquistarlo. Ohimè lui dice il vero "omnes amici mei dereliquerunt me, et prevalerunt insidiantes mihi",(8) ove parla Dio non vi vogliono parole di peccatrice, V. P. l'ha inteso io già mi taccio, chiedendole perdono non del contenuto che non fu mio, ma se malamente l'ho tradotto dal divino al linguaggio umano, con che ingenuamente ho riferito e non inventato.
Per fine prostrata ai suoi piedi per tanti capi la ringrazio, delle tante carità usatemi che per me compenserà il Signore, ne posso offrirle l'efficacia delle mie orazioni, stante la loro inabilità è tenue valore; tanto più che lui tiene per se due angeli terrestri, quali sono li signori suoi nipoti, di cui io confesso di aver ricevuto inesplicabile e remotissimo bene, di quella forma come sa il Signore. Io Padre ammutolisco, poiché mi confondo al grave peso di una tanta obbligazione, V. P. esiga il debito mio dalle piaghe del Signore, e con la sua Madre SS.ma mi dia la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 28 aprile 1677

umilissima serva in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "discendendo dal Padre dei lumi";
(2) "avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine";
(3) "li amò sino alla fine";
(4) "chi avrà perseverato sino alla fine, questo sarà salvato";
(5) "noi corriamo al profumo dei tuoi unguenti";
(6) "voi prenderete la fuga, mentre io vado ad immolarmi per voi";
(7) Lc. 17, 21 "il regno di Dio è in mezzo a voi";
(8) "tutti i miei amici mi hanno abbandonato, e sono prevalsi quelli che mi tormentano";

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1677 05 05 AMBP ms. 39 / 77 copia

Alla Signora Principessa di Cutò, Panormitana.

Jesus † Maria

ppena posso rispondere alla sua afflittissima lettera, tanto mi trafisse la sua pena, che per mio castigo ancora persiste in suo tormento. Carissima mia signora, l'orazioni non cessano questa è la verità, ma per li miei peccati continuano.
Onde sono d'impedimento alla grazia, che forse ci vuole fare il Signore, sicché io avveduta di questo sono ricorsa all'orazioni del nostro Monastero, il quale con tanta carità ha continuato con vari esercizi e più devozioni, per impetrare da Dio la libertà del signor Principe; e con tutto che il negozio vada peggiorando noi non ci straccheremo, ma con li travagli pure aumenteranno le suppliche, che dimostreranno alla fine quanto il nostro Iddio è riparatore dei casi disperati.
V. E. si dia animo e plachi Iddio con la santa sofferenza, poiché ella vince di cortesia, ed è calamita della divina grazia, tempo verrà che essa conoscerà quanto gran bene ci causa questa tribolazione, quale nostro Signore ci diede in miglioramento delli loro costumi. Per fine, come per forza, finisco stante la mia infermità che mi costringe al fine, per la quale mi scuserà V. E. se all'altra sua non risposi stante questo impedimento, la Madre SS.ma le sia consolatrice e Madre, dove io la lascio con umile riverenza come fanno mia madre e sorelle. di V. E., Palma a di 05 maggio 1677

umilissima serva peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione

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1677 05 06 AMBP ms. 40 / 77 copia

A suor Francesca Serafina Buglio, religiosa, Alicata.

Jesus † Maria

arissima mia sorella, oh! quanto meglio sarebbe se lei venisse da me per insegnarmi, che per consigliarsi, io sono una povera cieca che cammina all'oscuro, ne altro bastone mi da appoggio che la Croce di Gesù Cristo; e siccome io non ho altra luce, così non ho altra consolazione per consolarla che le sue sacre ferite, qui V. S. ricorra non per risanarsi, ma per inanimarsi a più patire, come appunto esempio le da quello spalancato cuore che per nostro amore morì con ardente desiderio di maggior patire, V. S. è la vera sposa del Signore, mentre li fa compagna sulla Croce.
Vero è carissima sorella, che non è accettabile ogni sorte di patire, poiché vi è sorte di tentazione che si devono fuggire, come l'inferno per il pericolo dove ci conducono, non dimeno il grano quanto più è pieno di loto più si crivella, e non per questo si butta, così l'istigazioni del demonio quanto più sono nella parte inferiore che è tutta fango, più si purifica con il crivello della continua attenzione, separando il buono dal cattivo; cioè, scegliendo per noi la materia del patimento, e rigettando via l'occasione del peccato, quale quanto più è gagliarda tanto più si resiste dandosi delli forti colpi con la spada della resistenza; V. S. non si debiliti in essa, che tempo verrà che ella sarà la sua corona, poiché "non coronabitur nisi qui legitime cestaverit".(1)
Io benché in degnissima, pregherò la SS.ma Madre che con la sua mano vittrice le dia la vittoria per coronarla regina in Paradiso, deve ella può operare alcun umano medicamento, per guarirsi dell'umor malinconico, da dove questa sua afflizione in gran parte deriva, essendo questo umore di gran nocumento dell'anima e del corpo, per il che è di gran giovamento il deviarsi con fatiche manuali, ma la miglior medicina è la conferma alla volontà del Signore dove si guarisce ogni nostro male.
V. S. qui attenda maggiormente, persuadendosi che senza la Croce non si può trovare Dio, per amor di cui niente sarà ogni patimento, alla fine noi siamo figli di Adamo e siccome non l'abbiamo degenerato nella colpa, così ne anche le saremo dissimili nella pena, buono è che ella ci conduce in Paradiso, che è il maggior guiderdone che ci può dare il nostro Iddio, dove io la lascio ai piedi del Crocifisso; tragga ella da quelle sue piaghe unguenti per le sue ferite, mentre per fine mi dolgo di vederla sì desolata con le signore sue sorelle mie padrone, alle quali umilmente riverisco, e con V. S. di cuore abbraccio come fanno mia madre e sorelle tutte sue umilissime serve, ma con più caldezza abbraccio la mia Rosuzza piccolina innocente, alla quale V. S. darà l'acclusa coroncina con che la lego alle mani della Madre SS.ma, acciò così Angiolina la conservi.
di V. S., Palma a di 06 maggio 1677

umilissima serva peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Invio a V. S. una orazione della SS.ma Madre, che è stata di santa esperienza indifesa delle tenebre notturne e tentazione diabolica, la quale sarà opportuna per la sua afflizione; ma V. S. non la reciti se prima non le viene data licenza del suo Padre Confessore, che se sarà ancora il Padre Giacopinello,(2) io umilmente lo riverisco, a cui per cupe condotte sono infinitamente obbligata, poiché nessuno come lui mi conosce. Benché desio che i suoi sensi si riducono in opere, cotanto dovute ai miei peccati, almeno dia mano alla cieca con li suoi santi sacrifici, come io benché indegnissima ogni giorno prego per lui, da che il Signore mi manifestò come sia verso di me il suo cuore, che non lo voglio meglio "sit nomen Domini benedictum".(3)
O' Mater Dei, dum ego dormio vigilet cor tuum super me ne forsitan offendam ad lapidem diabolice illusionis et fraudis pedem meum: clama pro me ante tronum Dei, dicens serva famulam tuam ab omni malo, sanctus Deus, sanctus fortis, sanctus immortalis. Amen. (4)
(1) "non sarà incoronato se non chi legittimamente avrà portato";
(2) Cognome attuale esistente in Licata: Jacopinelli;
(3) "sia benedetto il nome del Signore";
(4) "O Madre di Dio, mentre io dormo vigila il tuo cuore su di me, affinché io non inciampi il mio piede nella pietra della diabolica illusione e inganno: prega per me dinanzi al trono di Dio, dicendo così: salva la tua serva da ogni male, o Santo Dio, o Santo forte, o Santo immortale. Amen";

Indice delle lettere

 

1677 05 10 AMBP ms. 42 / 77 autog.

Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

envenuto, benvenuto oh! Padre, non in Naro o in Palma, ma nella volontà del Signore, così prontamente seguita nel comando della santa obbedienza; oh! sicurtà condottiera, oh! cara guida, ella ci fa esclamare "si ascendero in caelum tu illic es, si descendero in infernum ades",(1) poiché per dovunque ella ci mena ci conduce a Dio, sia come si voglia il nostro stato, sia inferno di tormenti o Paradiso di delizie, quando è determinato da Dio non può essere più eccellente. Io per me bramo divenire cieca, per sperimentare ciecamente questa divina condotta, senza ingerirmi ad altro che a seguirla, cieca pure mi desio per non vedere il contrario, poiché oggi al mondo come per forza si segue questa celeste scorta, il che pure mi costringe ad accecarmi la luce in un mare di lacrime, vedendo il nostro Dio posposto ad un animale; poiché un povero cieco talora va dietro alla guida di un cane, e le creature non si contentano della direzione divina, che per fuggirla "laxati sunt in via iniquitatis"(2) seguendo la loro animalità sensuale in fuga dalla chiamata del Signore, loro scelte lo confessano e così inutilmente lo piangono, "ambulavimus vias difficiles viam auten Domini ignoravimus".(3)
Io piango con essi coloro che camminano, "sed extra via",(4) una sola è la strada più sicura insegnata di Colui che disse "Ego sum via",(5) egli è il nostro furiere che senza umani attacchi ci porge la mano col suo volere divino, chi cammina per qui, vada sicuro che come in carrozza entrerà nel Cielo. Oh! Padre fosse così la mia ventura, che ascendesse colà "inter brachia Redemptoris",(6) poiché egli con esso affissa mi destina in Croce, sicché io con esso slargo le mie braccia per con ogni prontezza eseguire il suo volere, il quale prima mi inchioda e poi mi batte, acciò cammini; onde per ogni moto che fo per incamminarmi alla perfezione mi si commuovono in sangue le pie piaghe, tanto mi costano le buone apiere, quali sono passi per la perfezione.
Ohimè cui vidi mai ceppi e bastoni, e pure io l'esperimento in queste stravaganze divine, egli è assalito in me batta, flagella che io sempre bacerò il flagello e le sue mani dovutamente; oh! Padre io le bacio piene di flagelli, come un tempo fa l'accolse piene di delizie, volò per me quel tempo che l'ebbe piene di giacinti, tutte beltà e fragranza, è tempo ormai, e che le trovo piene di mirra prima, poiché ogni mia amarezza sta come in principio senza mai declinare il sole della sua giustizia.
Si, si "anima mia si bona suscepimus de manu Domini mala autem quare non sustineamus; sit nomen Domini benedictum",(7) V. R. preghi Dio che io canti non con la lingua ma con l'esecuzione; la sua venuta poi fu per provvidenza divina, acciò con la vicinanza più desse mano alla cieca con li suoi santi sacrifici, poiché stando da presso mi terrà più alla memoria, il che io scrivo nel processo dei singolari benefici; abbia pazienza per ora suor Teresa Crocefissa, poiché il Padre tocca per adesso alla prodiga figliola, rifatta che sarà la sua miseria, tornerà alla sua cara primogenita.
Padre non mi abbandonate, poiché io senza aiuto sono più invalida assai di una piccola bambina; ma V. R. crede che io dica questo con integrità di cuore; no, no Padre mio che io ho pianto per la compassione [che] porto a suor Teresa, la quale per la sua lontananza sta tanto accorata, e parmi stesse per me sempre in morire, la di cui morte va fondata nella mia vita, quale io mantengo nelle orazione di V. R., senza la quale io sempre starebbe sull'ultimo spirare.
Ohimè dunque "vivere erubesco mortem timeo",(8) mi vergogno di vincere sull'affanno altrui, temo di morire in abbandonamento "quid faciam Domine, quid faciam Domine",(9) ponete fine Signor mio questa contesa "et fiat, et fiat voluntas Domini"(10) mi dice, poiché io la consoli, ed io lo farei col proprio sangue; sicché da qui avanti pregherò, benché indegna per la residenza di V. R. in Sciacca, eleggendomi la sua che è la mia consolazione, vada io le dirò se piace a Dio, poiché pure a me piace la qualità di quell'amor di Dio che: "tanquam scintilla in arundine discurret"(11) ristretta ma furiosa verso il Cielo, senza diffondersi in divagazione umana.
Oh! cara e forte scintilla che penetra il Cielo alla gagliarda la canna, oh! Padre della fievolezza umana non può resistere alle fiamme esterne, forza li è che si (ab)bruci in questi terreni incendi, anzi di più patisce gran pericolo quando etiam la fiamma interna quantunque di Dio dimora nella sua strettezza, senza che da un subito non voli basso verso il Cielo. In arundine questo è il più fino ristretto nell'interno senza partecipazione aliena, discurret volubile a Dio senza residenza nell'amor proprio, che è la calamita di ogni affetto terreno; oh! piccola cannuccia, oh! cuore umano, serra le fessure con la mistura di un totale distacco, acciò non svampi questo divino carbone, che quanto ristretto tanto violento sale in alto, sicché io questo mi scelgo privandomi etiam da ogni necessario soccorso.
Nostro Signore sempre per qui mi ha portato, poiché il mio povero cuore sempre è stato quanto gonfio di angustie, tanto stretto di aiuti, che per dovuta circospezione ne anche ottiene esali di sospiri, muoia, muoia egli così soffocato acciò in quelli spazi infiniti voli interminato, dico in quanto al mio sollievo, poiché voglio la sua protezione più che il mio respiro, quale mi potrà dare etiam di lontano; vada da suor Teresa che il suo cuore non è canna, ma oro finissimo che la raffina ogni fuoco, e la rende di maggior carato, il suo amore verso Dio è affatto vorace converte ogni nero carbone al suo incendio divino, oh! anima benedetta "transfige vulnere amoris tui medullas animae meae: ut vere ardeat langueat et liquefiat".(12)
Rispondo dopo alla petizione del suo presente Padre spirituale, ma con le lacrime agl'occhi, compatendo in estremo la sua afflizione, oh! Padre lui vuol rifiutare l'eredità di Adamo, quale ci lasciò in un succido testamento, impresa fu questa che non poté sortire a S. Paolo; poté lui bensì salire sino al terzo Cielo, ma non poté essere liberato di questa misera successione, tre Cieli vide, e tre negative soffrì, poiché quanti gradi si ascendono tante croci si acquistano, quali patendosi per Dio sono più pregiabili del Cielo empireo, la sudicezza talvolta impingua la terra e rende più copioso il frutto, così alcuni motivi di pena fruttificano il cuore dell'uomo, e benché germinano spine più che grano, non dimeno la zappa della resistenza deve mai cessare in coltivare il buono e svellere il cattivo.
Io parlo ma non so come, e non so che dico, faccia Dio che io dica a proposito per sprone di cui così improvvisamente ho detto, parlate meglio voi S. Paolo mio e dite come passò questo negozio "datus est mihi dice egli: stimulus carnis meae Angelus satanae qui me colafizet propter quod ter Dominum rogavi ut discederet à me: et dixit mihi sufficit tibi gratia mea nam virtus in infirmitate perficitur",(13) in questo loto vi cresce questo giglio, che quasi rosa "in spina nascens benché inter Mariae manus inventum",(14) poiché essa è la giardiniera di ogni fragranza del Cielo, a cui pregherò che ci dia la grazia in gusto del suo SS.mo Figlio.
Per li indegni sacerdoti io non risposi a V. R., perché il caso non richiede parole ma lacrime, con che io ne ho trattato con il mio afflittissimo cuore, e lo creda, a me Padre carissimo che nell'opportunità non farò silenzio col nostro Prelato, che per tre volte l'ho scritto (da lui stesso comandata) sempre mi ho frenato questo impeto per non essere più della richiesta temeraria, ma ora lo farò volentieri per cenno di V. R. e gloria di Dio. Per la persona esiliata temo che perda la vita per recuperare la Patria, meglio è che vada in esilio, che in sepoltura, io parlo ingenuamente ne posso dir altro, poiché volendo parlare più oscura sono stata sorpresa di un gagliardo tremito che non mi lascio simulare, sicché l'ho detto assai chiaro e senza scrupolo; pregherò per fine benché assai indegna per tutte coloro che lui mi comanda, ma con più caldezza per il Padre della compagnia, acciò nostro Signore le dia salute nel capo per dopo darle corona nella salute dell'anime.
Ricevo la proibizione dello scrivere, che mi sembrò un'allegrezza in sonno stante l'ordine che seguì, io aspetto V. R. per ubbidirla in ciò che determina, con tutto che lui oggi mi volle amareggiare il cuore con farmi vedere Gesù Cristo ai piedi di Giuda traditore, che tale mostra fece quel dirmi che l'anima sua si prostrava ai piedi miei. Or vedete cristiane se queste sono parole d'udire, Gesù, come io chiusi la lettera quando intesi tali parole, ne mai poté seguirla per gran rossore; V. R. Padre mio si umilia tanto che io non ho dove sprofondarmi, che se così segue a dire io per esso butterò la penna e il calamaio, poiché non mi da l'animo sentire più queste sue abiezioni; lasci per me queste bassezze che sono immersa "in limo profundi",(15) da dove umilmente lo riverisco e domando la santa benedizione, riverisco parimenti il Padre Vitale come pure fanno mia madre e sorelle raccomandandoci tutte alle loro sante orazioni.
di V. S., Palma a di 10 maggio 1677

sua indegna serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Desio sapere dal Padre Vitale, se il Padre Ferdinando di Siracusa ancora vive, e dove sia di stato, poiché esso come lui mi fu benefattore. Per carità V. R. dica a suor Teresa che io vivo delle sue grazie, sicché umilmente la ringrazio dei suoi pochi caratteri che spiegano quanto la mia lingua è ciarlatrice, e precisamente con nostro Padre, che come adesso si vede non bastano le carte.
Oh! mia confusione e poi senza ritengo, poiché io quando scrivo vado come una corrente e senza ravvedimento, sicché più scrivo tra mezza ora che non parlo in una settimana, orsù io fo lo stesso, e però mi taccio, la ringrazi da mia parte delle risposte mandatemi, e per non tediarla non duplico più lettere, poiché ne anche credo sia partita la mia lettera per essa inviata, mi dispiace che fu assai lunga, onde non soggiungo più lunghezza.
(1) "se salirò in Cielo tu sei la, se discenderò nell'inferno tu sei presente"
(2) "abbandonati sono nella via dell'iniquità";
(3) "abbiamo percorso le vie difficili, e invece abbiamo ignorato la via del Signore";
(4) "ma fuori strada"
(5) Gv. 14, 6 "Io sono la via";
(6) "tra le braccia del Redentore";
(7) "è vero, è vero anima mia, se dalla mano del Signore abbiamo ricevuto i beni, perché non sopportiamo anche i mali, sia benedetto il nome del Signore";
(8) "mi vergogno di vivere e temo la morte";
(9) "che cosa farò oh Signore, che cosa farò oh Signore?";
(10) "e sia, e sia fatta la volontà del Signore";
(11) "come una scintilla ondeggia sulla canna";
(12) "trafiggi con la freccia del tuo amore il profondo dell'anima mia, affinché arda, languisca e si liquefaccia";
(13) "è stato dato a me, dice egli, il pungolo della mia carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggia, tre volte ho pregato il Signore, affinché lo allontanasse da me, ed egli mi disse: ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella tribolazione";
(14) "come una rosa che nasce dalla spina, benché trovata tra le mani di Maria";
(15) " in fondo al fango";

Indice delle lettere

 

1677 05 12 AMBP ms. 131 / 77 autog.

Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

. R. preghi e faccia pregare per carità per un afflittissimo cuore, che "non est in eo sanitas",(1) e in tanta sua infermità "non habet unde reclinares caput",(2) poiché invece di riposo viene distesa in un crudelissimo tormento, per causa di tre indissolubili catene che stanno attaccate alle tre estremità di questo sventurato cuore, quali tirano con barbarica forza ciascuna alla sua parte, stando tutte tre molte divise; ma oh! gran sanguinolenza patisce nella parte più bassa, poiché tiene questo tormento come due braccia, con uno inchioda, e con l'altro lo tira inchioda[to], perché è irremovibile questa pena, tira, per sottrarlo dalle parti contrarie, cioè le due estremità più alte, dalle quali in specie è di contrario martirio, poiché questo è affatto amaro, e quelle dolci.
Sicché quelle tirano allettando, e questo inchioda amareggiando, e pure questo pervade e qui risiede, in quelle patisce l'inclinazione che non può andare, e qui la residenza che non può fuggire, nelle due inclina, poiché oltre al gusto proprio vi è quiete di coscienza essendo ambedue poste di spirito; dell'altro fugge, poiché lo trova un Bas[ci]à infernale che le tiranneggia il corpo e l'anima, ambisce la fuga a coloro che l'allettano, e si inchioda in quelle mani che alla barbarica la tormentano.
Oh! gran sventura affatto involontaria, dove grida alla muta questa povera Creatura, poiché per occulti motivi, ne anche può dire una parola, Iddio ci libera di carnefice spontaneo, poiché quanto più si lamenta l'afflitta esso più si inanima; così esperimentò questa Creatura, questi giorni addietro, e domandando aiuto ebbe peggioramento. Sicché si accorse essere il suo carnefice vero volontario, mentre le diede negativa di cosa che lui poteva con ogni gusto farla; oh! povera cristiana, io non so come vive in tante torture e rompi cuore, la quale ruggisce senza voce come un leone, preghi, preghi per amor di Dio che almeno non si dia in disperazione; di che oggi ne è stata una pessima giornata, e pure seguì ne si sa dove andrà a terminare, sia benedetto il Signore.
[Palma a di 12 maggio 1677]

[sua indegna serva e figlia]
[Maria Crocefissa della Concezione]

(1) "non è in lui una parte sana";
(2) "non ha dove riposare il capo";

Indice delle lettere

 

1677 05 16 AMBP ms. 43 / 77 copia

All'illustr/mo Mons. Fra Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll/mo Signore, sarei io più che ingrata se conoscendomi tanta di spirito decaduta, non mi valessi del valore del mio Prelato, con che prendo pure io vigore per il mio cammino cotanto erto e spinoso in questo bosco mondano; onde prostrata le chiedo la sua santa benedizione, che assai forza mi da questo benedetto dono, alzi sopra di me la benedetta mano, e sia per benedirmi o per sferzarmi. Si, si Monsignore mio, che altro non merita l'indegna peccatrice, credalo a me per amor del Signore, che non parlo invano vorrei tutto il mondo in mio flaggello, come tutto lo tengo in castigo, purtroppo chiaro si vede nel suo mesto gridare, poiché quale uomo mai può dire io sono felice, io per me sono sento che un ohimè continuo, e ciò è dovuto; poiché forza li è che pianga il corpo quando il capo è infermo, langue il nostro capo, il nostro Dio già spira, danneggiato a morte dai nostri peccati, di cui egli sarebbe morto se la impassibiltà non le facesse scudo, ritornando ai suoi destrieri, li suoi colpi, come purtroppo ne vediamo nelli continui castighi. Ohimè popolo ingrato, egli si compra la morte col suo peccato, "incidit in foveam quam fecit",(1) quale si va sull'altare concavando, oh! miseri sacerdoti, oh! sacrifici, che sono divenuti beveraggi infernali, fiele amarissimo al gusto del Signore; questi sono la causa della sua ferita, che perdura incurabile nella divina dispiacenza, oh! pietà, e che giovano tante lacrime che quasi unguenti si versano per guarirla, quanto appena sedata viene di nuovo sull'altare smacellato il sacro Agnello, oh! Dio, un cane infermo si cura, e un Dio ferito si impiaga, curando con veleno le sue ferite, oh! atto fiorissimo in vero, non che umano.
Monsignore, io non posso dire altro che l'infortuni sono comuni, ma la causa è particolare, si suole dire piange il giusto per il peccatore, ma io dico per l'indegni sacerdoti piangono i poveri secolari; io grido invece della sua Diocesi ma per parte di Dio "si vis potes me mundare"(2) cura egli questa lebbra e si goderà salute spirituale e temporale, in somma l'armiggieri contro la nostra guerra, congiure, e sedizioni altro non sono che l'indegni ecclesiastici, questi irritano a Dio a calamitarci. Si informi V. S. ill/ma di persone qualificate quale sia la sua Diocesi, e poi veda se io dico il vero; io parlo con un cuore assai verace all'orecchio di mio Padre, che se io erro mi pento, se lui mi corregge lo lodo, se mi batte l'amo, e se mi castiga esclamo, "plura plura Domine",(3) che più e più meritano li miei peccati dei quali gravata ai suoi piedi, mi curvo domandandogli la santa benedizione, come fanno mie sorelle e madre, e tutte del nostro Monastero.
di V. S. ill/ma, Palma a di 16 maggio 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Li comandi di V. S. ill/ma non si possono raffreddare nel mio cuore, sicché le persone da lui raccomandatemi sempre mi sono state memorabili, spero che il Signore e sua Madre SS.ma udranno la mia pigra orazione, ma il valore della santa obbedienza; in virtù della quale tutte stiamo pregando per il bene del Re nostro Signore, e piaccia alla pietà divina esserle propizia, benché di ogni altro mezzo ella è la più tarda invocata, "Dominum non invocaverunt illic trepidaverunt timore ubi non erat timor",(4) si teme la forza umana che tutta frale, e si trascura l'ira divina da dove ci viene ogni sciagura.
(1) "cadde nella fossa che si costruì";
(2) "se tu vuoi puoi guarirmi";
(3) "di più, di più Signore";
(4) "non invocarono il Signore, e trepidarono per il timore, la dove non c'era timore"

Indice delle lettere

 

1677 05 18 AMBP ms. 45 / 77 copia

Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

h! Padre "magnum negotium est mori",(1) questa non è importanza di spedirsi in poche parole, eppure V. R. vuole che io la restringa in piccolo foglio, quando per esso non basta gran volume; oh! gran negozio è la decisione del nostro fine, la vita di un uomo non basta per litigare questa pretendenza tra Dio e il demonio, poiché ambedue l'anima nostra procurano. Oh! forti litiganti, oh! gran ragione, Iddio l'adduce originale, e il demonio attuale, l'uno li tiene nella grazia, e l'altro nella disgrazia, dove si incorre per opera del peccato; oh! signor mio quante sentenze contrarie vi sono date in questo misero tribunale, qui sempre vince il demonio e perde Dio, misero quel litigante che dorme senza sollecitare e senza avvocati, le ragioni che si adducono al fine non sono intese, quando prima l'ha addotto la parte contraria.
V. R. vuole sapere che farò per un buon fine in quel punto estremo, io le rispondo, che niente fuorché dire, a Dio e spirare, l'ultimo fiato non è capace d'altro, infelice chi si riduce al fine, io per me non passa giorno che non piango all'ordine alcun caricaggio per l'altro mondo, tanti anni sono che dissi a Dio con gl'amici, facendo divorzio con tutte le Creature, presi l'ultimo vale ai contenti, il mondo non mi piacque, mi annoiarono l'oggi, mi sdegnarono gl'onori e mi resero in fuga le ricchezze.
Sicché per ognuno di questi io mi appresso al fine, la casa mia sta vacua non ho più che mandare, la partenza aspetto con un solo spirare; oh! santo Paradiso "a longe te video ab hoc mari te invoco, ab hoc valle ad te suspiro",(2) io sto alla spiaggia delle mie lacrime che in torbido mare mi affondano, per osservare forse navicella [che] venisse per notificarmi il fine, sopra di cui montata pervenisse in porto, e tu lo sai anima mia come contiamo le ore, poiché in una continua residenza di piangere e penare cantiamo con singhiozzi "super flumina babilonis illic sedimus et flevimus cum recordaverunt tui Sion".(3)
Io Padre sto seduta aspettando al lido questo imbarco, e con roba inviata e da tutte licenziata, sicché non manca che per l'avviso per andare in Patria, e questa è la mia preparazione per ben morire, una totale aliena azione da dove sono "oculi mei semper ad Dominum",(4) ne un inciampo nel cammino, poiché "ipse evellet de laqueo pedes meos",(5) ma oh! misera me che mi ha tradito la penna, perché ha raccontato bugiarda.
Lasciate dire, oh! Padre che non è la mia strada così spianata, in modo che vada così correndo all'altra vita, ella è la verità che sono uscita da ogni imbroglio umano, e affetto terreno; e che la casa mia sia così spacciata, ma che mi giova poiché sono così ben vestita, ed il proprio interesse è di amore di me stessa che per la sudicezza puzzo, e per il peso casco, e più non arrivo; e benché io non abbia introduzione nell'affetto terreno, non dimeno questa mia veste è sì lunga che trascinando per esso contrae gran loto, a segno che tutta fango non posso più portarla, e forza mi è che caschi e mi immerga nella fetida palude di questa immonda terra.
Oh! quanto importa poca polvicella, oggi un po' di loto, domani un po' di fango, e post domani immersa in putrida semina, "sint lumbi vestri precinti"(6) dice il Signore; su, su quanto più alte si può io voglio alzarle, questo mondo è fangoso e però bisogna sempre andare con veste in mano, così bisogna fare anima mia, così faremo, "in manibus portabo te ne forte offendas ad lapidem pedem tuum".(7)
V. R. preghi per queste mie fangose vesti, che tanto mi gravano per la via del Cielo, in modo che più casco che cammino, e la prontezza suddetta la vorrei, ma non la posseggo, anzi mi è lontana, sicché temo la morte con gran spavento e alla sua vicinanza tremo, e perciò io vi penso 15 volte il giorno per ciascheduna volta domando la buona morte alla Madre SS.ma, per il merito di un mistero del SS.mo Rosario, in onore di cui dico un orazione breve per ogni volta, oltre che ogni giorno recito due orazioni al Signore, una alla Madre SS.ma, e un'altra al santo Angelo Custode per tal fine, nelle quali si prega per un santo fine.
Io volentieri le invierei, giacché V. R. me li richiede, ma perché l'ho scritte con inchiostro che non può comparire, spero poi inviarle, perché adesso non ho tempo, io aspetto le sue per correggere queste mie.
Ricevo il piccolo notamento dei giorni che non devo scrivere alle lettere inviatemi, il quale mi fu confermato dalla madre Abbadessa e dal Padre Confessore, io da per tutto seguirò non la mia volontà, ma la santa obbedienza; benché volendo obbedire al suo ordine che mi dice astenermi da scrivere, li giorni dei miei SS.mi Avvocati e protettori, non potei nemmeno per la prima volta sortire, poiché il giorno del mio cuore, che tale mi è S. Feliciuzzo mi viene richiesta da Monsignore che prima di partirsi per Palermo voleva una mia lettera in tutti modi, e fingendo io la sorda fui come biscuglia per tutto il Monastero cercata, poiché io Padre per paura mi nascosi, e pure tra questa dimora arrivò nuova replica che Monsignore stava di partire e non voleva [andare] senza la mia lettera, così mi dissero; sicché mi bisognò scrivere con ogni fretta, che per gran sollecitudine scrisse tra un quarto ora, mezza alzata.
Ora vedete Padre da dove mi piove questa sciagura, se io sono stracca di comparire agl'occhi dei Prelati, almeno sapessi la cagione non andrei sempre voltandomi il cervello pensando, perché l'altre, come me non scrivono, benché loro mi dicono che tutte vogliono scrivere, come me al nostro Prelato, ma poi quando veramente le costringo portandogli etiam la penna e il calamaio, esse mi trovano mille ostacoli, chi mi dice una scusa, e chi un impedimento, e poi se ne ridono, solo le mie scuse non valgono, che per fuggire una volta mi condussero come Gesù legato; oh! Padre io non voglio far più questa vita, così dice il senso, ma la ragione pure grida: fiat, fiat voluntas Domini.
Io poi con tutti i guai nonostante tanta fretta scrisse a Monsignore, la rea miseria dei sacerdoti indegni, benché non so che cosa le dissi, nostro Signore faccia che noi possiamo dire "ex ore infantium, et lactentium perfecisti laudem",(8) acciò dalla mia bocca, che tiene malizia di vecchia e ignoranza di bambina, esca frutto di lode per sua gloria; la ringrazio poi delle tante fatiche, e spirituali e temporali, che per me soffre, aiutandomi tanto con l'orazione e con la penna, che parmi affoghi in tanti suoi benefici. Sicché ne anche basta il mio sangue per compensarle, Iddio che vede il tutto sa quanto io mi sforzo per non esserle ingrata, e quanto tutto il mio le offro per V. R. con il sangue suo, egli sia il suo guiderdone e la sua gloria.
L'invio la lettera per mio fratello,(9) che mi trovo non averla inviata per mancanza di posta, V. R. abbia pazienza in sentire in essa alcune verità, che saranno ferite al suo cuore, stante che ai cuori umili sono acuti coltelli le proprie lodi; io non vorrei darle questa dispiacenza (che Dio sa con quanto sentimento fo questa volontà del Signore) ma lui così vuole, poiché quantunque mi provassi farne altra di suo gusto, non è stato possibile. Sicché mi bisogna inviarla, che forse questa è stata la causa della tardanza delle posta, volendo il Signore che la invii per le sue mani. V. R. esca per oggi un poco a ricreazione, e lasci, per quanto basta a leggerla la consueta stanza della cognizione propria, vada a diporto nelle contrade della verità, che tale è il contenuto di quella mia, dove passeggia la volontà di Dio, per amor di cui io umilmente la prego a dir di me senza riposo, quanto più male potrà all'orecchio di mio fratello, e benché lui sappia che io sia non dimeno, prevale molto questa sua conferma.
Si, si Padre oggi ambedue andiamo a diporto nella fiorita pianura della verità. Io colà l'aspetto ai piedi del divino Villano, che in questa villa grida "Ego sum via, et veritas, et vita".(10) Mi dice poi, che dubita non io le scriva con cerimonie, e stranezze, e quando mai, Padre, io seppi che fosse tale cosa? Non solo con lei (che da Padre la stimo) ma in tutte le mie lettere vado tanto alla buona, che neanche so con chi parlo, ne a chi scrivo, e la miglior parte sono non conoscenti. La mia carta è la semplicità, e l'inchiostro è il sangue di Gesù Cristo, delineato con la penna della sua direzione, senza di cui io resto con la bocca aperta, senza poter finire parola.
No, no Padre mio, si distolga da tale dubbio, che quanto scrivo, lo posso giurare, senza fallire; se io scrivo con gusto, l'esperienza lo giura, che non bastano le carte, se pur V. R. mi vuole fare la carità, segua a documentarmi, come Dio l'ispira, e mi contento.
Oh! Padre, la madre Abbadessa ancora non ha scritto, sicché io credevo valermi di questo tempo, per copiargli le orazione suddette, ma per molto, che le ho cercate, non l'ho potuto trovare.
Io non so come queste cose sempre così mi si involano, sicché mi ha passato il tempo in cercarle, ne anche posso copiarle da altro libretto che io tengo per mio giornale, dove sono notate le mie orazioni vocali, poiché il Corriere vuole ritornare. Onde così come sta lo invio a V. R., acciò veda e corregga quello che io recito per la buona morte. Ne curo di lasciare queste mie devozioni nel tempo, che mi manca questo libretto, poiché posporrò l'orazione alla santa obbedienza, V. R. mi perdoni, se per tanti modi l'infastidisco, e mi dia la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 18 maggio 1677

umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Oh! Padre, noi andiamo alla peggio, poiché nell'ultima sua, mi chiama sorella, e mi da titolo di V. R. e poi mi dice, che io fo cerimonie, quando lei non fa altro con una sua vilissima serva. Sia per amor di Dio, io sto a vedere.
(1) "l'affare fondamentale di ogni uomo è la morte";
(2) "da lontano io ti vedo, da questo mare io ti invoco, e da questa valle a te sospiro";
(3) Sal. 88, 2 "sui fiumi di Babilonia la sedevano piangendo al ricordo di Sion";
(4) "tengo i miei occhi rivolti al Signore";
(5) "egli libera dal laccio i miei piedi";
(6) "siano cinti i vostri lombi";
(7) "io ti porterò nelle [mie] mani, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra";
(8) "dalla bocca dei bambini e dei lattanti, hai innalzato la lode";
(9) Parla della lettera diretta al Fratello Giuseppe Maria Tomasi, del 18 Maggio 1677; Giuseppe Mangiavillano - Lettere ad un Santo - Casa Generalizia dei Chierici Regolari, Roma 2005, pagg. 114 - 116;
(10) Gv. 14, 6 "Io sono la via, la verità e la vita";

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1677 05 22 XXXXVIII 46 / 77 copia

Al rev/do Sacerdote Don Carlo Labiso, Vicario Foraneo di Palma.

Jesus † Maria

en fa V. S. in darmi motivo di pianto, poiché fuor che sospiri, altro non merita il mio cuore. Sicché la sua lettera ha fatto viatico alle mie lacrime, pungendomi quella cordiale Apostema, che tanto mi duole, la quale è ripiena della corruzione, che genera la trascuratezza nelle lodi divine, poiché siccome il cibo ben digesto nutrisce, così corrotto nuoce. Gli Angeli lodando Dio si glorificano, ma gli uomini facendo il medesimo si dannano. Basta per far ciò, che il cuore non accompagni la lingua, ma che lasciandola sola, vada con Giuda fuori dal Cenacolo.
Oh! miseri tempi nostri, nei quali Iddio più si dileggia, che si loda! Il coro di una radunanza trascurata è culla del demonio, dove egli gustosamente dorme alla nenia di quei tiepidi canti. Onde è una gran pietà, che Iddio accompagni queste voci con li suoi pianti. Sicché egli in questa frequenza si ha avvezzato a patire, e li suoi servi a lacrimare, deplorando quei canti, che sono a Dio dispregi, e poi saranno di tali cantori eterni tormenti; ohimè, dice egli: "si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique".(1)
Sarebbe da soffrirsi, se così lo burlassero li suoi nemici, come punto non si querelò con i Giudei delle tante ignominie; ma che mi dispregi colui, ohimè, quel scellerato Amico, quel finto sacerdote, o Religioso, che mi fa del conoscente, e dell'unanime "Tu vere homo unanimis, dux meus, et notus meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos";(2) ah!, che non è da soffrirsi l'ingiuria di questo. Tu meco conversi, mi fai dell'amico, mangi e bevi di me sul sacro Altare, traendo delle mie carni lucro per i tuoi guadagni, procacciandoti con esse etiam il mantenimento temporale, senza di che ne anche forse mi cercheresti, e poi dopo avermi così trinciato nei guadagni, mi burli, dandomi ciarle per lodi, e dispreggi per rendimento di grazie?
Ohimè, piange il Signore, dicendo con singhiozzi "quod facturus es, fac citius",(3) sbrigati da me, finisci ormai presto l'officio, che le lodi mi provocano a sdegno, partiti per ora dalla mia presenza, che giorno verrà, che ti partirai per l'inferno "Veniet mors super illos, et descendent in infernum viventes".(4)
Con Dio non si burla, ma si loda, e siccome si corre con la lingua nel lodarlo, così corre a noi il suo decreto per confinarci nel fuoco eterno.
Misero quel giorno, nel quale si sono versati per noi fonti di lacrime. E poco sarebbe quando con utilità fossero accettate, e non è da ora, che gl'indegni canti sono accompagnati con mesti sospiri, per il che se Dio potesse, manderebbe per essi, torrenti di lacrime; e poi ci lagniamo dei castighi, quali sono un gioco a paragone dei nostri peccati; con che abbiamo costretto Dio a non esaudirci, come già si vede, che avendoci liberato degli andati animaletti in compiacenza dei buoni, ci sopraggiunge duplicato il castigo nella loro lasciata generazione in demerito dei cattivi. Sicché vinti di ragione neanche abbiamo vigore di dirci, liberaci Signore. Misera me, per cui ogni calamità ci viene, che essendo religiosa fo peggio di un barbaro nel tiranneggiare il Signore. V. S. preghi per me, mentre la prego pure io a scusarmi se con libertà ho parlato, e fuor di proposito; poiché la sua lettera fu in particolare, ma la mia è stata in comune. Non ho potuto far di meno, impero che "durum est contra stimulum calcitrare".(5)
Io non ebbi forza di rompere questa durezza, e però sono andata dietro l'impulso, dove mi mena il concorso del Signore. V. S. non rallenti la diligenza, e preghi per la mia trascuratezza, mentre per fine la riverisco, lasciandola sotto la protezione della SS.ma Madre, dalla cui pietà spero la totale riforma del nostro Clero, come pure ella è stata la Madre del nostro Monastero, che l'uno, e l'altro conservi nella pace, che desio, mediante la quale si apre la porta a Dio, nel di cui ingresso ogni inferno si cambia in Paradiso. di V. S., dal nostro Monastero, a di 22 maggio giorno di Sabato 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "se il mio nemico mi maledicesse, io lo accetterei certamente";
(2) "tu uomo veramente unanime, mia guida e mio amico, che mangiavi con me i dolci alimenti";
(3) Gv. 13, 27 "quello che si deve fare, si faccia presto"
(4) "verrà la morte sopra di loro, e i viventi discenderanno nell'inferno";
(5) "è duro reagire contro lo stimolo";
(6) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata tratta dal libro: S. Attardo - op. cit., pag. 122 - 123;

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1677 05 27 AMBP ms. 132 / 77 autog

Al Supremo Monarca del Cielo e della Terra, nel giorno della Ascensione del Signore.

Jesus † Maria

i parti ohimè mio Dio! dunque mi lasci, ohimè che senza Voi esamine muoio. Spira mio cuore, manda dietro Lui l'ultimo respiro. Ah misera me! Ferma, ferma deh alto corsiero, se tu ti parti io resto, se tu voli io spiro, e se tu ti nascondi io muoio, "trahe, trahe me post te, mi bone Jesu",(1) alzami teco, spiccami dal mondo, togli mia vita dammi sepoltura. Deh! per amore vostro alate il cuore mio, dategli Signore mio piume di amore; penne io bramo, e siano o per volare, o per descrivermi più atroce penare, "aut pati aut mori".(2) Dammi ti prego, o la tua presenza, o la tua Croce, sorvolami non nella tua gloria, ma nella candidissima nube della tua dilezione, e sia carica di pioggia di lacrime, o di raggi di luce; basta che per essa io ascenda al Cielo empireo del divino volere.
Ohimè tu voli ed io slargo per seguirti le mani, ma tu ti parti, e così distese in Croce me l'inchiodi, lasciandomi nella tua croce l'ultimo vale; ohimè dunque [Te] ne vai, io stringo per te la tua croce, e tu per essa il mio cuore. A Dio, a Dio sino al mio passaggio, a Dio mio bene.
Resta che io mi parta da questo monte, e mesta me ne vada quasi vedova del mio cuore, a Dio monte felice e fortunato, "amplecto te carissime ubi steterunt pedes eius",(3) scendo alle tue falde carica delle sue spoglie, ritorno ma piangendo, vado sospirando "quem diligam Anima meam udistis";(4) ohimè "ubi es, ubi es, mi bone Jesu",(5) esclamo e non risponde, l'aspetto e più non viene, e se miro in alto mi si contenebrano le luci, piovendo per esse una turbine di caligine, quasi un mare di lacrime.
Ohimè "estenuati sunt oculi mei suspicientes in excelsum",(6) sicché cieca ritorno, all'oscuro mi parto, per le tenebre del mondo, dammi almeno mio Dio alloggio in questo mondo, acciò pianga alle sue falde la mia derelizione, che più per me non sarà monte glorioso, ma monte Calvario, pieno dei tuoi penosi strumenti erto e scabroso, quale esule piangerò le sue pedate, pensando quando per me scorsi fatiche, quanti sudori. Ohimè con quanti affanni Signore mio, qui piangerò le tue stracchezze, le tue lacrime e sospiri, poiché "quaerens (me) sedisti laxus".(7) Si, si mio cuore, egli gode il riposo, a te tocca l'eredità delle sue lacrime, siede qui in questo monte rivolgendo con pianti quelle foglie, dove scrisse per te aspro testamento il divino Testatore; si, mi contento, succederò a voi Signore mio nella eredità del dolore, come di Adamo fu erede del peccato, sicché mi leggo in queste carte universali erede del tuo martirio.
In primis mi lasci sulle spalle la tua Croce, acciò sopraffatta di affanni, mai più mi ergo lassù a rivederti nei gusti e divine consolazioni, ma che curvata per terra porti come umile giumento il peso dei miei e peccati altrui; di più io leggo che mi sono date le tue spine, che altro non mi produce la terra che mi tiene, soffrendo in essa per ogni passo fieri destini, acciò con queste punture inghirlanda il mio cuore assiepandolo così, acciò altro non vi entri che ciò che li ripone il divino volere. Idem Signore mio io trovo, che mi lasci i tuoi flagelli e battiture, acciò con esse mi squarci la sopraveste della parte inferiore, acciò dica all'anima mia "in die te novum nomine"(8) con che vado lassù con la veste nuziale, di più mi lasci li tuoi chiodi, acciò mai dalla croce disgiunta in essa spiri, finalmente mi dai tutte le ignominie, dispregi e disonore con che ti vilipesero i Giudei, che tale sono a me gli spiriti infernali, in mezzo di cui mi lasci la tua veste di Agnello, volendo che tra loro mi porti "sicut Agnus ductus est ad occisionem".(9)
Mi contento, mi contento divino Testatore, venga alle mie spalle la tua croce, alle mie mani li tuoi chiodi, alle mie tempie le tue spine, e tutti li tuoi tormenti nel mio cuore, "Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum"(10) solo abbia pietà alle mie forze assai bambine, dammi la madre tua per mia Tutrice, Madre SS.ma
Voi che sapete nutrire tenaci membra, per essere crocifissi per tal fine nutriste il tuo Bambino, già il suo corso è finito, io sono entrata nella sua successione, mi prenda a cura, abbia pietà di me misera pupilla, il Padre mi lasciò inetta al governo. Sicché in tanto martirio non so come portarmi, ergi me, alzami che sono caduta con questo fascio di pene. "Dilectus fasciculus mirra dilectus meus",(11) questo io stringo, questo io voglio con il vostro aiuto, con che io do libero consenso al testamento.
Si, si anima mia "iacta curam tuam, Domina ad ipsam te entriet",(12) sicché animata mi parto con le care spoglie al Gesù mio cuore, a Dio monte, a Dio Cielo, a Dio mio Amore.

Di quanto mi lasci Signore, questo è il dovere
che tu vi ponga l'aiuto ed io il volere.

Palma a di 27 maggio 1677

della maestà Vostra umilissima schiava peccatrice
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "attira, attirami verso te, o mio buon Gesù";
(2) S. Teresa d'Avila "o patire, o morire";
(3) "io abbraccio te carissimo, dove si sono posati isuoi piedi";
(4) "avete udito quando io ami l'anima mia";
(5) "dove sei, dove sei, o mio buon Gesù";
(6) "si sono stancati i miei occhi guardando in Cielo";
(7) "piangendo ti sei seduto stanco";
(8) "ogni giorno ti [trovo] un uomo nuovo";
(9) "come agnello che viene condotto al macello";
(10) "il mio cuore è preparato, o Dio, è preparato il mio cuore";
(11) "l'amato fascicolo di mirra è mio diletto";
(12) "abbandona la tua preoccupazione, Signora, e rientra in te stessa";

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1677 06 01 AMBP ms. 48 / 77 copia

Ad una persona religiosa, molto tribolata, sua amica e confidente.

Jesus † Maria

enedetto sia il Signore, che mi ha dato l'unione, e conoscenza di una persona, che mi serve per un chiodo al mio petto; sicché per ogni colpo che lei li da col martello della tribolazione, lo conficca più nel mio cuore, sentendo io più vivamente le sue che le mie afflizioni. "Dominus dedit, Dominus abstulit: sit nomen Domini benedictum".(1) Egli me la diede, egli me la tolse, di presenza la tiene da me lontana, e nella memoria me la tiene assai vicino con la rimembranza delle sue angustie "sit nomen Domini benedictum".(2)
Così lui vuole, così voglio io, così dovete pur voi volere; sicché venite pure carissima nel Signore, conficcate acuto chiodo, ferite crudele il mio misero cuore, che mai più aspro le sarete, come quando serbate solo per voi le vostre pene. Voi mi siete congiunta, coadiutore e socio, congiunta di amicizia e di sangue, coadiutore nello spirito, e socio nelle tribolazioni. Sicché "Funiculus triplex difficile rumpitur".(3)
Appena vi sarà taglio si affilato, che possa dividerci, tanto stiamo annodati nella carità di Gesù Cristo, se egli vi destinasse ai diletti, vi potrei credere mio lontano, ma perché vi inchioda in Croce, ben da presso vi godo. Oh! nostra, oh! nostra "conversatio in caelis est",(4) che tale è la nostra Croce, se il nostro individuo è Cristo nostro Redentore; felici noi, se i tre chiodi suoi conficcano nella sua Croce con esso lui l'anime nostre! Il primo è del suo cuore divino, il secondo è del vostro paziente, e il terzo è del mio pur troppo ingrata.
Oh nobile residenza! Oh degno stato! Quale serafino giammai così da presso lo gode come noi che si da vicino lo conversiamo? Ne anche la sua Madre SS.ma siede con esso in un medesimo trono, e pure le anime afflitte dormono con esso lui in un medesimo letto, distese nel patibolo della santa passione.
Oh! a che gara divina corrono l'anime afflitte col suo Cristo amante! Coloro che dimorano in Croce, siedono in una medesima sedia col Crocifisso, nello stato però del suo patimento. Oh! Croce santa, oh! spaziosa sedia, che uguaglia tanti seduli Crocifissi al Creatore! Oh! "sit felicis tibi copula nunc socier in aeternum".(5) Mio Signore qual monarchia stimo mai meglio di questa il pazzo mondo, il quale dietro le onoranze terrene non risparmia fatica, ne costanza per la privazione di un Re terreno? Niente, ogni sudore si stima, che ogni travaglio si scorda, quando viene guiderdonato con la chiave d'oro. E pure ella non disserra, come la Croce mia, la porta del Cielo; portandomi al mio Re, all'udienza privata del suo volere divino, dove lui più mi da, che mi ragiona, dandomi tanto, quanto io possa comprarmi il Regno del Cielo; Oh! mio tesoro, oh! mia ricchezza assai vilipesa, e poco conosciuta! Io non so come i mondani non badano a queste divine pretendenze.
Tanti ambiziosi vi sono, che queste permanenze fuggono, sazi e trasformate. Oh! fughe bene andate, a passi bene spesi! poiché da queste canore voci, da questi celesti musici, si canta il sanctus, sanctus, sanctus in Paradiso.
Orsù voi non vi date in sbigottimento, stimando gran cosa il passare per tante regole della musica celeste, poiché queste non si insegnano, che ai discepoli principianti. Mentre il musico ben pratico canta ben sicuro senza avvertire alle regole suddette, canta più per pratica, che per regola. Egli trasmette le pause, tremula la voce, forma le eccedenze, regola i passaggi, compartendo il tutto col suo bel garbo, senza mai divertirsi in dissonante tuono. Oh! gran ventura dei pratici del Cielo, pronto dopo tante faticose regole, e crudelissime sferzate, che ricevono nella scala della virtù, godono poi scientifici la sapienza increata a faccia a faccia.
Oh! mia carissima, e pur voi mi richiedete di un bel passaggio, il quale è il sommo dell'arte musicale; essendo pure la vostra richiesta il sommo della perfezione, che attinge al dono dei miracoli, che tale cosa vuole dire il ridurre una Creatura allo stato di una totale rassegnazione. Cantate voi per ora nei sospiri, "cum his qui odiant pacem eram pacificus",(6) che dopo canterete il sanctus, nei passaggi, quali a forza di gran fiati si fanno dalla terra al Cielo.
Voi pregate per me, che quando sento calare una nostra sorella, mi copro di rossore, (tanto in me gran passione prevale). Ora non sia mai così nella musica spirituale, la quale io so cantarle con parole, ma non effettuarla coi fatti, che Iddio mi liberi da si vacuo cantare, con che voi mi possiate rispondere dicendo per mio rimprovero "vox, vox et nihil ultra".(7) Fate bensì, che io canti più col cuore, che con la lingua, acciocché piangendo e penando, ambedue cantiamo a Dio lodi d'amore. Voi tirate la lira al vostro pianto, che io vi accordo il mio cuore, con che per una eternità cantiamo: sit nomen Domini benedictum. Fiat voluntas Domini et in essa vi lascio, e caramente saluto.
Palma a di 01 giugno 1677

[umilissima serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) "il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore";
(2) "sia benedetto il nome del Signore";
(3) "la triplice corda difficilmente si rompe";
(4) "la conversazione è in Cielo";
(5) "ti sia felice l'unione, ora e sempre in eterno";
(6) "sarò pacifico, con quelli che odiano la pace";
(7) "parole, parole e niente altro";

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1677 06 05 AMBP ms. 133 / 77 copia

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.

Jesus † Maria

ppena l'anima mia si trova capace più di sofferenza, poiché il mostro che poco fa la sorpresa, appena nacque che passò dall'infanzia all'adolescenza, dove va tanto crescendo che nella gagliardia della sua gioventù confinerà l'anima mia nella morte eterna.
Onde in questo poco [che] mi resta, ho determinato darmi quell'aiuto, che forse Dio mi ha ispirato; sicché a guisa di agonizzante darò gli ultimi segni di morte, che saranno alcune devozioni esterne ad effetto di conseguire quella grazia che tanto mi è necessaria, che se l'ottengo (come devo sperare per alcuni chiari contrassegni) sarà non tanto mia ma più quiete altrui, e però mi è stato avvertito di prima richiederne sua licenza e dopo effettuarle, la quale io me la prometto sicura essendo l'invocazioni delle più ordinarie. Cioè alcune messe, comunioni, orazioni vocali e spirituali elemosine, per le quali spero al Signore e sua SS.ma Madre che daranno ai miei desideri l'ultimo vale; se si contenta domani li porrò in opera, e mi ordina ciò che le piace, poiché io forse più tardi mi porterò a V. R. per riceverne la determinazione; o se avrà occasione di parlare con la madre Abbadessa mi potrà con essa mandare la risposta, che sarà cosa più spedita, mi benedica.
di V. R., [dal nostro Monastero], a di 05 giugno 1677

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

Nota del Confessore: Il mostro che dice appena essere comparso, che dall'infanzia crebbe all'adolescenza, intende essere il desio di morire, come si conosce dalla relazione che fece in ratto il di 21 Giugno 1677, benché allora si stimò dal Confessore essere mostro infernale per le sue gagliarde tentazioni al solito. Esercizi concesseli. Messe sette per tutta la settimana dello Spirito Santo; comunioni sette, per ogni giorno innanzi l'altare di Nostra Signora; elemosine sette, spirituali della medesima maniera, applicata ad anime bisognose; sette rosarij interi, uno ogni giorno di 15 poste, e tutte queste in suffragio di un'anima Purgante, la più bisognosa, secondo il divino beneplacito.

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1677 06 06 AMBP ms. 49 / 77 copia

Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.

Jesus † Maria

rsù voglio mortificarmi, per ciò che lui mi consiglia, purché V. S. si mortifichi in ciò che mi domanda, acciò l'un l'altro ci diamo la mano col buono esempio, accetti però le mie scuse della molta tardanza, poiché la mia vita di nuovo registro viene diversamente ordinata, poiché non come prima potrò scrivere di ogni tempo, ma solo in certi spazi prescrittimi da chi mi regge nel voler divino; stante che vi è stata persona che da poco tempo mi ha portato proibizione del modo suddetto, cosa da me assai bramata, ma niente procurata, benché cordialmente ricevuta gloria sia a Dio, e al santo amore che così mi provvede senza mia intromissione.
Oggi è il suo trionfo di cui restò sazio il sacro Apostolato nella effusione dello Spirito Santo, oh! Dio fosse oggi tromba la mia voce per intonare i vanti del santo amore, egli impera, egli regna, nello corso della perfezione, dove corona Regina l'anima che lo tiene; benché egli non si da senza pari scritto della sua corona, quale altro non è che la croce del patimento, con che impugna coraggioso ogni martirio, egli con questa spada caccia da dove regna ogni suo nemico, che tale sempre lo sarà ogni alieno affetto, "fortis est ut mors dilectio"(1) egli è forte guerriero come la morte, che per meglio combattere come essa si è spogliato ignudo, sgravandosi etiam della propria pelle, cioè non solo di affetti alieni, ma dell'amor proprio.
Sicché il nemico non ha per dove tenerlo per debellarlo, oh! fortissimo Amazzone che tante conquiste fa in pro di Dio, V. S. si scrive alla sua milizia per venire alla sua corona, e pensi che "non coronabitur nisi qui legitime certaverit".(2) In questo appuntamento restiamo, mentre io farò il medesimo, sento poi ciò che mi dice in ordine a quella religiosa, che tra le spine dei suoi difetti dispensa rose miracolose, che Dio sa come sono.
V. S. faccia poco caso di queste rosate apparenze, poiché "flos aegreditur et conteritur",(3) solo il giglio del vero amore immarcescibile permane, il quale nell'umiltà vi cresce come propria radice, la rosa infranta marcisce, ma oppressa giova, benché in amarissima medicina; così l'anima infranta senza factura di oppressione penale marcisce, e poco dura la fragranza della sua odorosa fama, ma franta giova.
Benché in amarissimo estratto della sua pazienza, con che guarisce l'anime inferme con i lattuarij spiacevole delle sue lacrime, che versa di nascosto per la salute dell'anime, senza tante estrinseche dimostrazioni queste sono i veri miracoli, guarire l'anime dal peccato e ravvivarle per la vita eterna, senza darsi a sapere per liberatrice, in modo che ne anche lo sappia la vana gloria per richiederne parte. Oh! Dio questa anima va sicura, e non io che ne meno tengo di che celarmi, la mia povertà è estrema, V. S. la soccorra con suoi santi sacrifici come io farò per lui nelle mie pigre orazioni.
Le nostre buone novizie sono buonissime di salute, e ottime di spirito, benché suor Maria Vittorina, questi giorni ebbe lievissima febbre appena di tre giorni, ma ora grazie a Dio sta del tutto bene, finisco con raccomandarmi all'orazioni dei suoi devoti penitenti, mentre la riverisco con mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 06 giugno 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "forte come la morte è l'amore";
(2) "non sarà incoronato se non chi legittimamente avrà portato";
(3) "il fiore germoglia e viene calpestato";

Indice delle lettere

 

1677 06 07 AMBP ms. 51 / 77 copia

Al Signor Don Geronimo Ribera.

Jesus † Maria

icevo la lettera di V. S. e la carità del Padre Giovanni Birelli, con che ambedue tanto favoriscono la loro indegnissima serva, sicché umilmente gliene rendo molte grazie, gradendo sopra modo le piante e fiori [che] mi offrono, quale saranno a me di molto gusto stante la loro fragranza tanto dovuta ai sacri altari, dove il nostro Iddio odora in esse i nostri cuori; con che offriamo a lui questi piccoli ossequi, "aspiret mihi odor amoris tui",(1) così ci dice il Signore in questi piccoli doni odorando in esse la soavità del nostro amore e non li fiori materiali.
Onde il merito sarà di V. S. di quel tanto di bene [che] si effettuerà in questa occasione, nostro Signore corrisponderà per me a questa loro offerta, mentre io sto aspettando li loro favori, la pianta però del gelsomino di Francia mi è stata sopra tutte gradita, essendo stata da me assai desiderata; V. S. in essa mi ha dimostrato come il suo affetto, così la candidezza dei misteri gaudiosi del SS.mo Rosario, essendo i dolorosi la passione che mi promette, nell'altra pianta, come anche trovo li gloriosi nella terza pianta di rose duplicata che diciamo di cento foglie.
Onde V. S. in darle, ed io in riceverle l'uno e l'altro ci eccitiamo dicendoci "coronemus Mariam rosis",(2) nella cui fragranza la lascio con umile affetto facendo al Padre Giovanni Birelli ed a V. S. umilissima riverenza, come fanno mia madre e sorelle, e tutte coloro da lui salutate, particolarmente però suor Maria Melchiona la riverisce, suor Maria Catarina lo saluta ringraziandolo delle cose mandateci, e con ogni desiderio aspetto la terra di Cipro, come pure l'altra promessa suor Maria Gioseppa essendole assai necessaria, e per fine tutte lo salutiamo desiderandolo santo, pregandolo che si ricorda di noi nei suoi sacrifici.
di V. S., Palma a di 07 giugno 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) "mi attira l'odore del tuo amore";
(2) "incoroniamo di rose Maria";

Indice delle lettere

 

1677 06 09 AMBP ms. 52 / 77 copia

Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.

Jesus † Maria

fulgure et tempestate libera nos Domine, libera nos Domine".(1) Così per gran spavento rimase l'anima mia vociferando, dopo la venuta dello Spirito Santo, il quale oh! Signor mio mandastivo in tuono tremendissimo a segno che le mie potenze "(a voce tonitrui tui formidabunt) terribilis Deus in donis suis, amabilis Deus in donis suis, ammirabilis Deus in donis suis"(2) egli è la manna di più sapore, il braccio di più mani, e la varietà di tutti i cuori, in somma egli è quel Dio che dice "Ego occidam et ego vivere faciam percutiam et ego sanabo", (3) essendo anche pur io quella Creatura che ad ogni suo acquisito rispondo, "(non sicut ego volo sed sicut tu) sit nomen Domini benedictum",(4) ma alla fine oh! Padre io non sono di marmo, che se tale fossi pure sarebbe franta a colpi di sì continui martelli.Ohimè la venuta del divino Consolatore apportò non solo consolazione agli Apostoli, ma etiam ai gentili nelle loro conversioni, solo a me diede formidabili spaventi caricandomi come merito di tempeste mai intese, e di orribile baleni; udite oh! Padre gran pietà, e poi fate congettura qual siano li miei peccati, egli si diede a me come un tuono tremendo scaricando sopra l'anima mia tante penalità, che parmi fossero quanto tiene stille una pioggia. Sicché le spiego nel notamento delle cose inesplicabili, seguì immediatamente un lampo di fuoco senza luce, ma consumante che passando come un baleno nella sostanza dell'anima mi lasciò intera nelle penalità, consumandosi a tutto il resto senza lasciarmi per altro sussistenza nessuna.
Sicché ogni mia facoltà rimase vuota con un ammirabile sopimento, di tutto ciò che bisogna nell'attitudine dell'opera; sicché fuori di patire, parmi vivesse "tamquam non esset",(5) mi lascio di più tutta la mia umanità così sterminata che mi trovo inabile etiam al respiro, e la vacuità interna si diffonde tanto al di fuori, che mi vuota con il mio penoso svenimento la massa corporea, dove ad ogni piccolo sono benché fosse di un sospiro in essa risponde a guisa di eco un ohimè continuo, e questo è il suono della mia abitazione, dove escono a ballo li pianti e li lamenti, che tale mi sarebbero quando per mio esalo le potessi formare, ma la mia immobilità salda mi lega ad ogni privazione di sollievo. Basta sin qui per seguire il suo comando, con che mi richiede come io ricevei lo Spirito Santo, il quale si rinnovellò il suo albergo nel mio cuore, come quello che teneva nella creazione del mondo, che "ferebatur super aquas"(6) così lui venne a me riposando sopra le mie procelle e fiumare di lacrime, che se lui occultamente non mi avesse fatto il pilota la mia navicella si sarebbe sommersa nel profondo dell'ultimo naufragio.
Sicché V. R. si distolga del dubbio perché lo Spirito Santo primo riposava sopra l'acque, e poi discese agli Apostoli in forma di fuoco, poiché la sua potestà è assoluta, onnipotente, egli passa dal fuoco dell'amore, all'acqua della freddezza senza mai scemarsi il suo godimento in coloro a cui l'apporta; stante che li suoi eletti per "ignem et aquam salvi facti sunt",(7) per queste varie condotte li conduce al Cielo, oltre che in ciò si dimostra Autor del tutto con universale concorso, essendo medio di ogni estremo, caldo ad ogni disgelo, e rinfresco ad ogni fuoco, e con esso senza inciampo si va sicuro, impero che "universe vie Domini misericordia et veritas",(8) così io agile volassi come vado sicura dietro la sua guida, Padre io sono contenta, vada io dietro lui e muoia nel tormento.
Rispondo poi per li miei grillacci, che questi non sono più miei, ma di quella iniquità che li trasse qual calamità della giustizia di Dio, sicché le recidive sono nell'inferno di gran pericolo, e mentre io torno a peccare, e Dio duplica i castighi con più furore; sicché questi grillacci sono inespugnabili, che nella sua nerezza mi si dimostrano allievi del demonio, il quale con l'assenso del suo creatore li nutrisce per mal peggiore, ne possono essere di meno mentre furono generate della iniquità in pabulo di futura disperazione; ohimè miseri noi se della Croce di Dio ne facciamo bersaglio infernale, collegando all'angustie più peccati, generando la nostra penalità più iniqui germogli, come colui che "concepit dolorem et peperit iniquitatem".(9)
Ah! che amara generazione, peggio assai di quella ci lasciarono li grilli andati, se non si distrugge la generazione dei peccati Dio non caccerà quella dei grilli, si vis amari ama così si placherà Iddio nel nostro amore effettivamente però nella emendazione dei nostri peccati, la richiesta di V. R. in ordine ai suoi voti non può essere che sommamente lodabile, poiché queste sono le chiavi che serrandoci ogni ingresso terreno, ci aprono quelli spazi eterni racchiusi nel cuore divino, dove l'anima incatenata con la strettezza di questi voti lietamente passeggia in quelle lungaggini contrade della infinita magione.
Oh! giganteschi passi trascorsi in Dio per piccole privazioni, benché questi voti per il principio sono da farsi terminati, come per alcuni mesi o per un anno in riguardo di alcune apprensioni che sogliono occorrere nella privazione che genera appetito, e dopo nella consuetudine confermarle per sempre, ma ciò non bisogna nella sua persona, poiché il suo fuoco è ben consumato, e da per se stesso si coprì di cenere che ardente lo conserva; sicché questo mio parere sarà solo per obbedirlo mentre me lo richiede per suo comando, già sono in quei tre giorni che V. R. mi domanda per aiuto di quella anima che brama strada per la via del Cielo, io le seguirò duplicate, applicando per essa ogni mio esercizio, e ciò farò duplicatamente pari della carità che V. R. ricevo sopra ogni mio merito.
Di che umilmente la ringrazio, che oltre a tanti eccessi di più mi arricchisce con li suoi santi Sacrifici, dove io tanto spero; mi domanda di più della qualità del dono che a suor Teresa nuovamente li diede il Signore, meritatamente ne domanda a me, poiché nessuno sa come sortì la ferita come il coltello che l'incise.
Ohimè tal volta uno uccide il suo pollo per gustarlo, buttando dopo lo strumento con che l'uccise, il quale mai si prende che per effettuarne macelli, cosa da tutte temuta per dannosi tagli, così trangia il Signore l'anime per cibo che i suoi banchetti servendosi per danneggiarle di certe occasioni, che l'occorrono per anime assai miserabili e dall'in tutto mie pari, che altro io non sono ai suoi servi che profilato coltello per nocumentarle il cuore.
Basta egli lo sa quanto io ferisco crudele, io non posso dir altro che se il vuol intendere più chiaro ne domanda a Giacob come sogliono succedere questi stroppicamenti, poiché in una angelica lotta rimase zoppo, benché senza ferita, ma con più dolore si lamenta la nostra inferma "vulnerata sum caritate",(10) poiché per atto di carità riportò cruda ferita, essendo più gagliarda di lei la mano divina, oh! morte viene questa dura contesa, sfodera pur tu la tua spada dando colpo mortale a chi la sfida.
Ohimè io fui la causa, sicché per quietarla è bisogno che muoia, oh! Signor mio levatevi di collera "mitte gladium tuum in vaginam",(11) io sono il duro coltello che ferisco, in fodera Signor mio questo flagello nell'angusta vagina di una sepoltura, coprilo di ruggine, buttalo nel fuoco acciò più non smacella, ohimè morte quanto ti bramo, terra quanto ti desio, vattene mia vita più non mi far guerra, io sono stracca, il mondo non può più "dimitte me aurora est"(12) la mia notte oscura quasi è passata, già spero del mio fine chiaro l'albura; ohimè quando verrà a me la stella mattutina, morte tu del mio Sole sei lucida aurora.
Oh! "oriens splendor lucis aeternae veni et illumina sedentes in tenebris et umbra mortis"(13) poiché la vita mi è peggio che la morte, io in somma mi confesso il fiero coltello di suor Teresa che così crudele li fece aspra ferita, abbia pazienza così si stroppica quel membro che si muove a consolare chi non lo merita, io sono degna di vedere mostri infernali, e non spose del Signore, ad ogni modo Padre mi piange il cuore che parmi assai me ne ha fatto il Signore.
Ohimè per li miei peccati non è, perché per essi non vi sono pari castighi, dunque perché tanto a morte me la tiene, che per dove può non lascia di che dispiacermi, e par distruggerebbe il Cielo se vi corresse pericolo di entrarvi, dico per atto di eccesso mentre sono in vita, o per mia fede che voglio consumarmi in pianto per far che lui non abbia più con che vendicarsi.
Padre non mi consolate che non capisce conforto la mia sciagura, se io avessi lui non avrei che piangere, ma nel suo abbandono fugge pure da me ogni ventura, egli nel partirsi si tolse tutti li panni, lasciandomi di ogni bene arida ed ignuda, che se tal volta mi volto non trovo altro che affanni, fuggendomi come l'inferno ogni creatura, poiché se alcuna si muove a consolarmi egli agramente la minaccia, e come forte guerriero or batte, or ferisce chi si commuove al mio sollievo e infelice chi si accinge alla prova.
Ohimè io torno sempre a dire che se avessi Dio non mi bisognerebbe cosa creata, e mentre egli non viene ne anche voglio altra creatura, anima mia abbia pazienza, vivi tra tanto di lacrime e costanza:



Ohimè Angioli Santi Tutti voi stelle pianete All'apparir' di mia sfortuna
Rasciugate li mei pianti Più in alto su volate Il cielo nero s'imbruna
Dite dove è Gesù Nunciate al mio Gesù Meco piange che Gesù
Si partì e nol vidi più Che nol posso aspett' più A me non verrà più

O' voi cieli che andate Qui ne sto ahi stracca e lassa Lutto vesta di dolore
Si veloce e mai fermate per domandar' chi passa chi conversa col mio Core
Dé dite al mio Gesù forse se al mio Gesù mentre dà me Gesù
Che l'aspetto io qua giù han' visto e verrà più Si partì e nol viddi più

Oh! Padre perdonate questo sfogo per scoppio di gran pianto, e rasciugate le mie lacrime con li vostri santi sacrifici, mentre umilmente le domando la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 09 giugno 1677

umilissima serva nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Litanie dei Santi "dai fulmini e dalle tempeste, liberaci o Signore, liberaci o Signore";
(2) "avranno paura allo scoppio del tuo tuono, è terribile Dio nei suoi doni, è amabile nei suoi doni, è ammirabile nei suoi doni";
(3) "io ucciderò e farò vivere, percuoterò e risanerò [le ferite]";
(4) Mt. 26, 39 "non come voglio io, ma come [vuoi] tu, sia benedetto il nome del Signore";
(5) "come se non esistesse";
(6) "veniva trasportato sulle acque";
(7) "si sono salvati con l'acqua e con il fuoco";
(8) "le vie universali del Signore sono misericordia e verità";
(9) "se vuoi essere amato";
(10) "ferita sono di amore";
(11) Lc. 23, 11 "rimetti la tua spada nel fodero";
(12) "lasciami, è sorta l'aurora";
(13) "o splendore e sorgente di luce eterna, vieni e illumina quelli che abitano nelle tenebre e nell'ombra della morte";

 

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