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CAPITOLO VIII.

Libri dati alle Stampe dal P. D. Giuseppe Maria
de Tomasi, e succinto contenuto di essi.

l comporre Libri, e trattar dottrine è cosa hormai così da tutti, che nissuno hoggidì stimandosi scientifico, se non insegna ad altri la sua Scienza, nissuno in conseguenza si figura di sapere qualche cosa, se non fa sapere il suo sapere ad altri. Quindi adinviene, che essendo cresciuta in immenso la multiplicità degli Autori, molti per lo più non devono numerarsi se non per uno, mentre bene spesso molti credono in uno, e quasi tutti ricopiano da uno. Non così successe al nostro Tomasi, né nella intenzione, né nella produzione delle sue Opere: Conciosiacosache la di lui intenzione non fu giammai, come si dirrà, maculata, o corrotta dal commun prurito di far volar celebre con la penna il suo nome pe’l Mondo, né la stampa de’ suoi Libri fu impressione nuova di cose vecchie, ma molti di essi nuova idea, nuova fatica, e tutta sua, di materie ardue, laboriose, e non resuscitate, ma nate. Onde le di lui applicazioni da Noi fin’hora commemorate, furono più tosto trattenimenti, che esercizj letterarj, se si riguarda a quei, a’ quali egli si pose nella sua florida età, che richiesero da lui tutto lui, se pur tutt’esso poté essere sufficiente a se stesso senza quella distinta assistenza di Dio, da cui prende robustezza, e forza l’humana.
Haveva egli in tutta la sua decorsa età studiata la Sacra Scrittura, e i Testi de’ Santi Padri, non per curiosità, ma per divozione, e per frutto proprio: ond’era pieno di uno zelo ardentissimo di vedere negli Ecclesiastici propagato un simile studio sostanziale, privo di vanità, e di ostentazione: essendo solito dire, che la lettura de’ Padri lo instruiva, e gli faceva battere il petto, il che non gli riusciva leggendo altri Libri contenzxiosi; e soggiungeva, che attendendosi dagli Ecclesiastici a somiglianti studj, ne seguirebbono minori impegni, e contrasti. Onde avvenne, che tutti i Libri, da lui, come soggiungeremo, composti, furono diretti alla instruzione del Clero, quale haverebbe egli voluto impressionato delle Massime, e Riti antichi della primitiva Chiesa, che sol dedurre si potevano dalla continuata ponderazione della Sacra Scrittura, e de’ Testi originali de’ Santi Padri, e perciò provava singolar contento in sentir talvolta, che vi fossero in Roma persone applicate a questo studio.
Avanti dunque di entrare nell’impegno de’ suoi premeditati Libri, volle prima il nostro Tomasi ricorrere alla Madre della Sapienza per ricevere da lei lume, e lena proporzionata al suo intento. A tal’effetto con divoto Pellegrinaggio intraprese il viaggio alla Santa Casa di Loreto, e nella visita di quel gran Santuario tale fu l’esultazione del suo animo, e tali le divine grazie, che soprabbondarono nella di lui Anima, che esso medesimo notò di proprio pugno il giorno dell’arrivo colà nel suo Thomas a Kempis, che fino alla morte fu l’ordinario pascolo de’ suoi più utili trattenimenti, mentre rinveniva in esso un sugo sostanzioso di spirito senza verun condimento, e vano ornamento, onde con ragione quell’aureo Libretto eziandio da huomini sapientissimi, ha ottenuto fama, e ammirazione, simile alla quale malagevolmente giungerà mai la dottrina, e l’eloquenza mondana.
Il Santo, "Principe della Liturgia Romana"Habbiamo altrove accennato, qualmente il di lui genio religiosamente ritirato, santamente solitario, e per conseguenza amatore di que’ primi beati secoli del Christianesimo, havevalo portato alla lezione delle antiche Historie, nel cui ampio mare annotando le recondite notizie, e la prima norma dell’Ecclesiastica disciplina, e sempre più crescendogli con gli anni la considerazione, di quanta grande utilità ridondarebbe alla Chiesa di Dio, se specchiandosi l’età presente con l’antica, venisse ella sempre più a conformarsi con l’esemplare proposto, risolvè nell’animo il gran disegno di riporre alla luce dalle tenebre dell’oblivione que’ belli, e primi Riti della Chiesa circa la celebrazione delle Messe, la distribuzione de’ Libri Scritturali, gli Antifonarj, e Detti de’ Santi Padri, e Canto, e Versione del Salterio di David, collazionando, glossando, e le difficoltà spiegando de’ passi oscuri col confronto pronto de’ chiari; onde a Noi riducesse non meno il costume, che la venerazione, e la pietà de’ nostri Maggiori. A tal’effetto con laboriosissima diligenza rinvenuti, e osservati antichissimi Manoscritti, Codici, e Rituali nella Libraria Vaticana, in quelle della Vallicella, e della erudita Christina Regina di Svezia, alcuni ne tradusse dal Greco in Latino, e di tutti ne espose il contenuto, e’l valore con annotazioni distinte, e con la bella gloria di haver’esso il primo illustrato in simiglianti materie tutto il corso dell’età passate. Né vennegli a costar poco questa sua molta fatica, conciosiacosache le indispensabili occupazioni agli Offizj del Choro, e delle private Orazioni togliendogli il meglio, e il più del tempo atto allo studio, gli conveniva involarlo alla necessaria quiete del corpo, e perciò con licenza de’ suoi Maggiori teneva nella Cella acceso il lume tutta la notte, che era a lui operosa altrettanto, che il giorno, con quel susseguente debilitamento di forze, che sempre poi affacciossi visibile nella emaciazione del volto. Oltre alla sua fatica, fu ancora tutta de’ suoi Signori Parenti la spesa, onde, come si dirà, havendo egli dedicato un suo Libro alla Regina Christina di Svezia, che gli haveva offerto non solamente il commodo de’ più reconditi Volumi della sua insigne Bibliotheca, ma esibito eziandio il denaro per la impressione di esso, egli gradì, ma modestamente ricusò la generosa offerta, poiché, benché non mai ricusasse alcun sussidio da’ suoi Congiunti, pur tuttavia dispose Iddio, che non mai gli mancasse quel provvedimento, che abbondantemente eglino gli somministrarono sì per il dispendio delle stampe, come per ogni altro suo religioso bisogno: applicando egli questa heroica magnanimità de’ suoi Parenti, non solamente al loro affetto, ma principalmente alla Providenza di quel Signore, che de’ beni temporali a quei è solito più dare, che meno ne chieggono.
Entrò però egli nel mare di questi reconditi, e ampi studj, dibattuto sempre da’ venti di sì contrarie risoluzioni, che rimaner può in dubbio, quale in lui prevalesse, o quella di attendere a sé, e alla beata vita della sua interna, e secreta contemplazione, o all’altra di operar per il Prossimo, e alla fruttuosa cooperazione del beneficio commune. La prima assicurava più quietamente l’anima sua, la seconda quella degli altri, e da’ diversi, e tutti possenti motivi era egli fra le onde dibattuto di continue contradizioni. Onde hora intraprendeva, hora tralasciava il lavorio delle stampe, e non proseguille, fin tanto che scoperto il suo interno alla Venerabile Sorella Suor Maria Crocifissa, non ne ricevesse da lei stimoli al proseguimento, e attestati del divino gradimento. Io vo ruminando meco stesso, così egli le espose in questa ingenua lettera, di abbandonare que’ studj, e applicazioni, che se bene per la grazia di Dio sono in se stesse buone, pure distruggono, e dissipano il cuore. Io ho havuto sempre gusto di applicarmi allo studio di materie Ecclesiastiche, delle dottrine, e discipline Canoniche, e di altre notizie di cose sacre, ma hora io vò riflettendo, che ciò a Dio Benedetto non piaccia, o perché ad altro mi vuole intento, o perché si genera in me, o si nutrisce qualche occulta superbia, e presunzione di voler fare il Maestro, e l’Architetto di quello, che potrebbesi fare in servizio di Dio, e utile, ed edificazione del suo Popolo Christiano, le quali idee tutto che buone, pure possono essere viziate dalla mala disposizione di chi le concepisce, e dalle circostanze. Io fò questo conto: Che importa a me quello degl’altri, havendomi Iddio chiamato ad uno stato di privato Chierico? E poi se io morissi doppo haver spesi tanti anni in questi studj, a che mi giovarebbono, se non gli havessi fatti secondo la volontà di Dio? Non è egli meglio passarsela con gli esercizj ordinarj, e applicare il resto del tempo, o in qualche preghiera, o in legger Libri di profitto proprio spirituale? Io sto in questo punto quasi risoluto. Pregatene il Signore, accioche mi dia lume, e forza di conoscere, ed effettuare il suo santo beneplacito. Già un pezzo fa è che sto su questo pensiere, ma vorrei venirne a stabilire la risoluzione. Hora io mi trovo senza queste applicazioni, anzi poco tempo fa havevo cominciata una fatica di certa Parafrasi, o spiegazione volgare sopra i Salmi, con varie Orazioni volgari per tutto l’anno, secondo i tempi, ma poi l’ho tralasciata, e veramente ci voleva grand’applicazione di mente, e per consequenza gran distrazione di cuore. Voi dunque, carissima Sorella, pregate caldamente il Signore per me, e ditegli, che Triginta octo annos habeo infirmitate, et hominem non habeo, qui me salvum faciat: e che perciò habbia egli misericordia dell’anima mia. Del resto il sopradetto punto degli studj non è quello, per lo quale vi ho richiesta di particolari orazioni alcune settimane fa: seguitate a

Panoramica di Palma di Montechiaro

raccommandarmi al Signore, perché possa conoscere il suo santo volere. Così egli; a cui la Venerabile Sorella ammaestrata nella scuola di Dio, da gran Maestra rispose, Prima Charitas incipit a semetipso: ma soggiunge, che considerando ancora, che Charitas non quaerit, quae sua sunt, divinamente conchiude, e a favor del di lui ritiro, e del di lui studio, Omnia possum in eo, qui me confortat, e afferma laudabile il di lui pensiero di attender primieramente alla propria perfezzione, e secondariamente allo studio delle scienze, in conformità di quanto asserisce lo Spirito Santo: Initium sapientiae timor Domini. Così ella. A tal’impulso il Servo di Dio alacremente poi corse, e proseguì l’incominciata carriera con tanto merito suo, con tanta acclamazione del mondo, e ciò, che egualmente rilieva, con tanto vantaggio, ed utilità della Repubblica Letteraria. Già si disse della inclinazione a lui innata verso la Ecclesiastica erudizione fin da’ primi anni della sua Adolescenza, che coltivata in età Giovanile, da inclinazione divenne studio, da studio Professione, e da Professione così profonda maestria in ciò, che riguarda l’antica disciplina de’ Sacri Canoni, e de’ Santi Padri, che non mai altri certamente nei Secoli trascorsi hanno maggiormente insistito di copiarne in carta gli esempj, de’ cui egli ne’ suoi portamenti rappresentò così bene sempre l’originale. Poiché il Tomasi non già per genio lodevolmente curioso di semplice erudizione, ma ad unico oggetto di ammaestrare, e migliorar se stesso, tal nobile studio intraprese, né giammai lasciò di operare, a costo di ogni fatica, per ridurre in prattica la scienza, e fedelmente esercitarla nella sua propria Persona. Ond’egli di sé poté ben dire ciò, che di sé ben disse quel gran Savio, Sapientiam, quam fine fictione didici, et fine invidia communico. A ciò aggiunse stimolo maraviglioso la stretta confidenza, ch’egli sempre mantenne, come si dirrà, con i più celebri Letterati di quella sua età, da’ quali ricevé eccitamento alle stampe, impulso alle fatiche, e ciò che maggiormente invigorisce un animo dabbene, pronti augurj di avvantaggio alla gloria di Dio. Non men’egli dunque dalla sua inclinazione, che dalla lunga communicazione con accreditati Soggetti, rimanendo pienamente persuaso, che dall’esser ei corso fin’a quel tempo per la via trita, e volgare delle solite Scuole, altro di utile non haveva riportato, che una superficialissima cognizione, e tintura della soda, e massiccia Theologia, e ciò a riguardo di non haver’esso messo fondo nell’autorità insuperabile delle Divine Scritture, e nella Tradizione, e disciplina della Chiesa, il cui sacro Deposito conservasi principalmente ne’ Venerandi Scritti de’ Sommi Pontefici, de’ Concilj, e de’ Padri: perciò tutta la sua attenzione riponendo nel profondarsi in essi, di altro maggiormente non curossi, che di seguire i dettami del Concilio di Trento, e del Catechismo publicato d’ordine del medesimo, ove sopra tutt’altro s’inculca, ed esalta la dottrina, ed autorità di essi, con quel maggior’utile, che ridonda a Chi si compiace di estinguer la sete, ed accostar le labbra al fonte, onde più pura scaturisce l’acqua, che alli rivi, i quali rare volte vanno esenti da qualche torbidume di terra.
Hor noi per ridurre in poco il molto, che il Tomasi operò, per ordine di tempo registraremo quelle Opere, ch’egli diede alla luce, con qualche accurata osservazione per meglio concepirne la sostanza, e il valore. La prima dunque, che dalla sua saggia penna, benché senza suo nome, si facesse pubblica nelle stampe nell’anno 1679 fu Speculum Divi Augustini, del quale dice Possidio nel capo 28 della Vita del Santo, Prodesse omnibus volens, et volentibus multa Librorum legere, et non valentibus, ex utroque divino Testamento, veteri, et novo, praemissa Praefatione, praecepta divina, seu vetita ad vitae regulam pertinentia, excerpsit, atque ex his unum Codicem fecit, ut qui vellet legere, atque in eo, vel quam obediens Deo, inobediensque esset, agnosceret, et hoc opus voluit Speculum appellare. Questo Libro non mai in alcun tempo fu stampato in forma picciola separatamente dalle opere voluminose di quel Santo, come ha fatto il Tomasi, il quale non solo copiollo, ed eccitato dal zelo del Prossimo volle col danaro somministratogli da’ suoi Parenti in forma piccola darlo di nuovo alle stampe, ma eziandio illustrollo con distinzione di caratteri, e di punti, e con Prefazione adatta alla dilucidazione di esso. Il Titolo, che vi si prefigge, si è, D. Augustini Episcopi Hipponensis Speculum, ut in eo quam obediens Deo, inobediensque sit, facilius quisque agnoscat, hac minori forma primum editum. Accessit ejusdem S. Doctoris Psalterium, quod matri suae composuit. Romae ex Typographia Iosephi Vannacci 1679. Nella Prefazione chiama egli questo suo primogenito parto Morum breviarium, e dice haverlo fatto stampare in forma commoda, Ut quam saepissime conversationem quisque suam ad hujusmodi divinam normam componere valeat, sitque velut interrogatorius Indiculus propriae conscientiae. Così egli.
La S. Vergine custode del Monastero di PalmaNell’anno seguente 1680 per illustrazione, e irrefragabile giustificazione della nostra Cattolica Liturgia risolvé il nostro Tomasi pubblicar con le stampe il secondo Libro col Titolo Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores, nimirum Libri tres Sacramentorum Romanae Ecclesiae, Misssale Gothicum, sive Gallicanum vetus, Missale Francorum, Missale Gallicanum vetus primum cura, et studio Ioseph Mariae Thomasii Congregationis Clericorum Regularium Presbyteri. Romae, ex Typographia Angeli Bernabò 1689. Haveva egli con indefesso, et ammirabile studio esaminati gli antichissimi Codici della Regina di Svezia, preziosi avanzi dell’Abadia Floriacense, a quella Maestà venduti da Alessandro Figliuolo di Paolo Petavio Senator di Parigi, e da’ medesimi Codici haveva estratti tre Messali d’inestimabil valore, ed un altro da un Codice Palatino della Libraria Vaticana, uscito pure dalla Biblioteca Floriacense, quand’ella fu barbaramente saccheggiata nell’anno 1562 dagli Hugonotti sotto la scorta del Commendatario di essa Odetto di Chastillon, prima Cardinale di S. Chiesa, e poi infelicissimo Apostata della Fede. Tali venerande raccolte contengonsi in questo Libro, che provenendo quasi tutto dalli Codici della Regina di Svezia, stimò il Tomasi cosa convenevole il dedicarlo, come seguì, a sì famosa Principessa, che ordinò incontanente, che si pagasse tutta la spesa della stampa, benché il Tomasi ne ricusasse costantemente l’offerta. È il Volume distinto in tre Libri, il primo de’ quali è De anni circulo, il secondo De Natalitiis Sanctorum, il terzo De Dominicis diebus. Il Mabillon nella Prefazione della Liturgia Gallicana rapporta, e ristampa alcuna parte di questi Sacramentarj Tomasiani, e chiama l’Autore Rerum Sacrarum studiosissimus, e altrove Virum de Ecclesia benemeritum. Il P. Edmondo Mattene nel Tomo primo della sua eccellente Opera De antiquis Ecclesiae Ritibus inserisce anch’esso alcuni Estratti de’ Sacramentarj Tomasiani, e altrove nel Libro De antiqua Ecclesiae disciplina in divinis celebrandis Officiis, spesse volte li cita, e in decoro dell’Autore ne allega li Testi. Bastiano Tillemont ne’ Tomi primo, secondo, sesto, e settimo delle sue Memorie per la Historia Ecclesiastica, Daniello Papebrocchio nella parte prima del suo Propileo, Lorenzo Zacagna, già Custode della Libraria Vaticana, nella Prefazione a’ suoi monumenti della Chiesa Greca, e l’istesso Heretico Guglielmo Cave nella sua Historia Letterale, ove parla di Papa Gelasio, compendia, quanto ne ha scritto il Tomasi, a cui dà nome di Doctissimus: Laude inestimabile, perché uscita dalla bocca d’un Inimico della Chiesa Romana.
Siegue in ordine de’ tempi l’altro celebre Libro, a cui è prefisso il Titolo Psalterium juxta duplicem editionem Romanam, et Gallicam, una cum Canticis ex duplici item editione, et Hymnarium, atque Orationale. Editio ad veterem Ecclesiasticam formam ex antiquis MSS. Exemplaribus digesta per I. Carum Presbyterum. Implemini Spiritu Sancto loquentes vobismetipsis in Psalmis, et Hymnis, et Canticis spiritualibus cantantes, et psallentes in cordibus vestris Domino. Obsecro primum omnium fieri Obsecrationes, Orationes, Postulationes, Gratiarum actiones pro omnibus hominibus, uscito alla luce in Roma dalle stampe del Tinassi nell’anno 1683. Queste due accennate Edizioni Romana, e Gallicana sono ambedue parto di S. Girolamo, la prima fatta da lui in Roma per comandamento del S. Pontefice Damaso, la seconda in Betlemme a compiacimento delle pie Dame Romane Paola, ed Eustachia, nella quale ultima il Santo purgò l’Edizione Romana viziata in qualche parte da’ Copisti: La prima dicesi Romana, perché ella fu composta in Roma, la seconda Gallicana, (che compone la nostra Vulgata) per l’uso, ch’ella hebbe nella Francia. La Romana fu sempre in osservanza per tutto l’Occidente, e conservossi in Roma fin’al tempo di S. Pio V il quale nella Riforma della Psalmodia Ecclesiastica rendendo commune la Gallicana, lasciò la sudetta prima Romana alla sola Basilica Vaticana: benché tuttavia pur si ritenga in alcune Chiese della Spagna di rito Mozarabico, in quella Ambrosiana di Milano, e nell’altra di S. Marco di Venezia. In questo doppio Psalterio Tomasiano unito insieme a Colonnette, apparisce una somma diligenza non solamente ne’ Testi delle sudette Edizioni, ma molto più ne’ punti, accenti, obeli, ed asterisci, notati con somma accuratezza per ammaestrare, ed accendere gli Ecclesiastici allo studio delle divine Laudi, al qual fine doppo ogni Salmo vi si scorge apposta una, e talora due Orazioni. La medesima diligenza si riscontra nell’Hinnario doppo il Psalterio, il quale abbraccia gl’Hinni de’ Santi, e ancora i quotidiani, già composti da varj Scrittori Ecclesiastici, e specialmente da S. Ambrogio. Nella Prefazione egli a lungo si stende sopra gli encomj, che hanno fatto del Psalterio li Santi Padri Secolo per Secolo, e conchiude, Tanto ergo Patrum erga Psalterium studio incitati, aliquid de nostro labore contulimus, quo nova pararetur Psalmorum editio, ad veterum Codicum exemplaria apte disposita, qua nimirum, et legentium, tum apertiori intelligentiae, tum ferventioribus affectibus consuleretur. Quod operis in tres potissimum partes digessimus, ut Prima Praefationes non minus ad eruditionem, quam ad Lectorum instructionem: Secunda Psalterium ipsum: Tertia tandem Cantica consuetudinaria (ut veteres nuncupabant) alioque hujusmodi instituto contineret. Così egli. Giovanni Marzianeo ne’ suoi Prolegomeni: il Mabillon ne’ suoi Viaggi d’Italia e Museo Italico: il Ruinart nella Vita del Mabillon, fanno egregia commemorazione Chi di questo Libro, Chi dell’Autore di esso; niuno però con tanto attestato di honore, quanto procacciossene innocentemente il Tomasi con occultarne il nome del Compositore. Conciosiacosache l’humilissimo Servo di Dio altrettanto zelante del pubblico bene, quanto timoroso della sua lode, cercò di nasconder sé in sé, con involucro di sì santa finzione, che non altrimente nel Frontispizio notonne l’Autore che con un nome suo, ma non di lui, onde né mentisse al Pubblico, né fosse esso riconosciuto dal Pubblico: e però espose il Titolo con queste parole Editio digesta per I. Carum Presbyterum. Ma di questa sua degna humiltà in altro luogo farassi più proporzionata menzione.L'Addolorata
Nell’anno seguente dalle Stampe del Vannacci egli pubblicò senza suo nome il divotissimo Libretto Exercitium Fidei, Spei, et Charitatis, ove si registra in primo luogo la bella sentenza di S. Agostino nell’Enchiridio Fides credit, Spes, et Charitas orant: sed sine fide esse non possunt, ac per hoc et Fides orat. Quindi vi si soggiunge uno scorcio delle Constituzioni Ascetiche di S. Basilio Magno, in cui s’insegna il modo di ben, e profittevolmente orare, e quindi sieguono Glorificazioni a Dio, e Versetti di Salmi proporzionati agli affetti di Chi ben’ora.
L’altro Libro, che indi a poc’oltre a due anni nobilitò le Stampe di Roma, fu quello, che porta prefisso il Titolo di Responsalia, et Antiphonaria Romanae Ecclesiae a S. Gregorio Magno disposita, Opera, et studio Ioseph M. Cari Presbyteri Theologi. Romae Typis Iosephi Vannacii 1686. Per dar principio a quest’Opera, in cui il Tomasi intendeva, e bramava di esaminare, e trascrivere gli antichissimi Responsali, et Antifonarj della Chiesa Romana, affacciossi sul bel principio una forte opposizione, non superabile certamente, se non da quella sopranaturale assistenza, in cui poter non men consiste l’inasprir le vie piane, che appianar le disastrose, e aspre. Conciosiacosache, bench’egli havesse facile l’ingresso in tutte le più famose Librarie di Roma, e l’istessa Cristina Regina di Svezia con atto proprio del suo grand’animo inclinato alle Scienze havesse ordinato a Gio. Pietro Bellori suo Bibliothecario, che ad ogni richiesta, e piacimento di lui gli tramandasse i Codici in sua propria stanza, nulladimeno li Responsali, e gli Antifonarj suddetti disposti da S. Gregorio Magno, riservandosi nell’Archivio della Basilica Vaticana, dove per la distanza del cammino non havrebbe egli potuto far le necessarie ricerche senza proprio grand’incommodo, ed altrui disagio, davangli per disperato il successo, tanto più, quanto che l’estraerli quindi non si concedeva ad alcuno senza il consentimento de’ Canonici adunati in Capitolo, che non mai, o rarissime volte, o in urgentissime necessità soglion permetterne l’estrazione. Ma Francesco Barberino Cardinal Decano del Sacro Collegio, e Vice Cancelliere di S. Chiesa, non men Amico, che Veneratore del Tomasi, penetrata la di lui idea, e la difficoltà di eseguirla, operò in modo, che improvisamente, comparso egli un giorno in S. Silvestro, e fatto chiamare il Tomasi, consegnò tutti li desiderati Codici affinché, come seguì, con ogni suo agio li esaminasse, distinguesse, e collazionasse con altri, per trarne il più puro testo originale, e il più separato, e men viziato dalle interpolazioni frapostevi ne’ tempi posteriori. Animato egli dunque da questo prospero principio, diè mano all’opera, che riuscì perfettissima in ogni sua parte. Illustrolla con una dotta Prefazione, in cui esamina il sistema degli Ofizj divini, e nel principio del Libro ripone il Responsale, e l’Antifonario della Basilica Vaticana, communicatigli, come si disse, dal Cardinal Barberini, e nel fine di essi distese alcune annotazioni, piene di recondite notizie, ritessendo nel fine varj scorci non mai per l’addietro stampati, e a lui pervenuti dalle famose Librarie Vaticana, Vallicellana, e Sangallense. Dedicollo a Girolamo Cardinal Casanatta, Ecclesiastico di eterna fama, e che fu uno di quegli, i quali ebbero sempre in egregia, e distinta considerazione il Tomasi, e che negli affari più rilevanti della Chiesa tenne in gran pregio i di lui consigli, e voti. Quest’Opera fu molto lodata in più luoghi del suo Museo Italico dal Mabillon, che chiama l’Autore Amicus noster, pius, ac doctus, e, Vir modestissimus, e, Ecclesiasticarum rerum peritissimus.
Habbiamo fatta menzione in altro luogo dell’Opuscolo intitolato Vera norma di glorificare Dio, composto, e mandato dal nostro dotto, e santo Autore alle sue dilette Monache di Palma. Hor’in questo Catalogo, ove tutti i suoi Libri esponiamo, convien far di lui più distinta commemorazione. Uscì egli dalle Stampe del Vannacci in Roma nell’anno 1687 e porta prefisso il Titolo di Vera norma di glorificare Dio, e di fare Orazione secondo la dottrina delle divine Scritture, e de’ Santi Padri, esposta da G. M. Caro Prete Theologo. Contiene questo degno Opuscolo un vero, e sicuro estratto del modo, con cui debba farsi l’Orazione, proficuo non meno a i Provetti, che a i Perfetti in essa. Conciosiacosache ivi s’insegna a lodare, e a pregare Dio, come, e con quelle medesime parole, con cui egli ha preteso di esser lodato, e pregato, il che l’Autore con diligente studio ha ricavato dalla Vecchia, e Nuova Scrittura Sacra, cioè dal fonte della vera Orazione, onde ciascun’in abbondanza possa bere, e satollarsi di sì necessario elemento. A tal’effetto ripose nel Frontispizio di esso le due auree sentenze di S. Agostino, e di Cassiodoro, il primo de’ quali dice sopra il Salmo 56 Christus ad hoc oravit, ut doceret orare: e il secondo sopra il medesimo Salmo, Christus oravit, ut regulam nobis sanctae Orationis ostenderet. E soprattutto è notabile ciò, che in questo piccolo Libro il Tomasi insegna, mostrando con la dottrina di Christo, che l’accompagnamento della voce, non impedisce l’orazione della mente, che dicesi mentale.
L'Arca di NoèDalle Stampe degli Heredi del Corbelletti nell’anno 1688 il Tomasi diede poi alla luce il Libro diviso in due parti, nella cui prima tratta del Testamento Vecchio, nella seconda del Nuovo, e ambedue portano prefisso il Titolo, in cui brevemente si contiene ciò, che a lungo ivi si tratta, in questo tenore: Sacrorum Bibliorum juxta editionem, seu 70 Interpretum, seu Beati Hieronymi Veteres Tituli, sive Capitula, Sectiones, et Stichometriae ex majore parte ante annos mille, in Occidente usitata, una cum antiquis Prologis, Argumentis etc. et m.ss. Codicibus prompta, nuncque primum edita, studio, curaque Ios. M. Cari Presbyteri Theologi, ex Typographia Haeredum Corbelletti 1688. Contiene il Volume gli antichi Titoli, e Capitoli de’ Libri scritturali, le antiche lezioni del Sacro Testo, e le sommarie numerazioni de’ versi di ciascun Libro con gli antichi Prologhi, e Argomenti, ch’erano in uso presso li nostri Maggiori, e vi è prefissa la Dedicatoria al Cardinal Leandro Colloredo, Personaggio eminente in Dignità, bontà di vita, e dottrina, e meritatamente venerato per la somiglianza delle doti dal Tomasi. Fatica egualmente proficua a’ Studiosi delle Sacre Lettere, e gloriosa per l’Autore, che risuscitando, come a nuova vita le memorie antichissime de’ tempi andati, volle in esse quasi seppellire il suo nome per tenersi lungi da quell’applauso, che ben prevedeva connesso con il merito dell’Opera.
La Dedicatoria, Relazione, e Prefazione alle Constituzioni delle Monache Benedettine di Palma, sono composizioni di lui, nelle quali egualmente risplendono la pietà, dolcezza, e erudizione, ma le Constituzioni furono ideate dal P. D. Carlo, compilate, e stabilite dal P. Maggio, ed il Libro uscì dalle Stampe di Giuseppe Vannacci nell’anno 1690 col solito Monogramma É di Christo Nostro Signore, che ad ogni sua Opera prefisse nel Titolo il nostro Autore, imitando in ciò li Christiani antichi, che di esso communemente servivansene in ogni Iscrizione.
Né fu di minor erudizione, se si riguarda l’Ecclesiastica antichità, né di minor lavorio, se la fatica, l’altro Volume uscito dalle Stampe del Vannacci in Roma nell’anno 1691 col Titolo Antiqui Libri Missarum Romanae Ecclesiae, idest Antiphonarius S. Gregorii Papae, Comes, ab Albino emendatus, una cum aliis Lectionariis, et Capitulare Evangeliorum ex m. ss. Codicibus, sive primum edita, sive emendata, studio, curaque Ios. M. Cari Presbyteri Theologi. S. Leone nell’Homilia Quarta de Cura Pastorali, ordina, che Unaquaeque Ecclesia habeat Missale plenarium, et Lectionarium, et Antiphonarium: nella qual sorte di Libri conteneansi secondo l’Apostolica Dottrina Obsecrationes, Orationes, Postulationes, Gratiarum actiones, Psalmi, Hymni, et Cantica spiritualia, lectio scripturarum, propheticus fermo, Doctrina Apostolorum, Evangelium: Questi Libri essendo dall’antichità trapassati a Noi alquanto variati per gli accrescimenti, e diminuzioni accadute di tempo in tempo, prima Giacomo Pamelio ne’ suoi Liturgici Latini, e poi il Tomasi in questo suo Libro, di cui parliamo, procurarono di rimettere in luce questi sacri Instituti in modo tale, che nella sincerità loro si accostassero, più che fosse possibile, a rappresentarci la purità de’ Secoli antichi nella conformità loro con gli autori originali. Per lo che il Tomasi in primo luogo ci diede l’Antifonario della Messa, il quale dagli Scrittori, e anche ne’ Codici a penna, viene attribuito a S. Gregorio Magno, e quivi rinviensi preposta una esatta disquisizione sopra gli Antichi Riti de’ Canti della Messa, e in simil soggetto nulla ci lascia a desiderare. Doppo l’Antifonario vi è il Gradale, o Graduale di S. Gregorio, e poscia il confronto dell’Antifonario di S. Gregorio, e il Lezionario della Messa Romana intitolato, Comes, già emendato da Albino. Questo Libro fu dal Tomasi dedicato all’erudito Prelato Giacomo Ciampini per i motivi, che siam pur’hora per soggiungere.
Haveva il Tomasi, o per suo lodevole genio, o per richiesta altrui formate due erudite Scritture de Fermento, cioè una intitolata Prisci fermenti nova expositio, seu de Fermento Hebdomadario, l’altra de Fermento Paschali. Nella prima dichiarasi la vera significazione della misteriosa voce Fermentum, usata fin dal secondo Secolo nella Chiesa Romana, per denotare il Santissimo Corpo di Christo, il quale ogni Domenica spedivasi per mezzo degli Accoliti da’ Sommi Pontefici a i Preti de’ Titoli, che erano le Parocchie de’ sette Rioni di Roma, acciocché li Preti non intervenendo nelle Domeniche alla solennità della Messa Pontificia, per l’obligo ch’essi havevano in tali giorni festivi di assistere a i Fedeli delle loro Chiese, communicassero in quei giorni stessi col Sommo Pontefice, ricevendo il Corpo di Giesù Christo da lui consacrato. La DeposizioneEssendo poi costume de’ nostri Maggiori di osservare in alcuni misterj l’Arcano non communicabile agl’Infedeli, e Catecumeni co’ vocaboli proprj, fu surrogata, e trovata la voce Fermentum, molto atta a significare ciò, che si voleva, cioè l’unione, e la fermentazione tra il Capo, e le Membra, tra il Sommo Pontefice, e i Preti Titolari. La seconda Scrittura non era molto diversa dalla prima: se non in ciò, che nella prima, che dicevasi Fermento Hebdomadario, ogni Domenica mandavasi a i Preti dal Papa: nella seconda che dicevasi Fermento Paschale, nel Sabato delle Palme davasi agli Accoliti de’ Vescovi Suburbicarj soggetti immediatamente al Papa, affinché il Papa communicasse con i detti Vescovi almeno una volta l’anno nella Pasqua col Fermento Eucharistico, che si tramandava ad essi per mezzo, come si disse, de’ loro Accoliti. Hor queste due eruditissime Dissertazioni del Tomasi pervenute nelle mani, e sotto gli occhi del Ciampini, approfittandosi il Ciampini di tal nobile motivo, concepì, e compose il Libro Conjecturae de perpetuo Azimorum usu in Ecclesia Latina, vel saltem Romana, che poi divulgossi in Roma con le stampe del Komarek nell’anno 1688 confessando schiettamente l’Autore nella Prefazione, che il Tomasi gli haveva dato impulso per comporlo. Cogitanti mihi, dic’egli, saepe numero de voce Fermenti, ac de usu Azimorum aliqua fortasse digna, quae publicam lucem aspicerent, in medium proferre, admodum R. P. Iosephus Maria Tomasius de Repub. Litteraria ob veteres Ecclesiasticorum Ritus egregie illustratos, ac Typis vulgatos, optime meritus, mihique familiaritate conjunctissimus, significavit etc. Quindi avvenne, che il Ciampini nel Cap. 5 del suo Libro inserì tutta intera questa Dissertazione del Tomasi, ch’egli loda, come Huomo in Ecclesiasticis Ritibus, et praesertim antiquis exercitatissimum, deque Litteraria Republica praeclare meritum, ob graves, eruditosque labores in eruendis, et eripiendis e tenebris oblivionum egregiis Libris, quos Typis mandavit. Così egli, che ne replica gli encomj nel Capitolo nono, dov’egli cita la seconda Scrittura con questo titolo, Tomasii de Fermento, quod dabatur Sabato ante Palmas in Consistorio Lateranensi. Palesò anche il Ciampini nuovi segni di affetto verso l’erudito Tomasi, dedicando a lui l’Opuscolo Sacro – Historica disquisitio de duobus Emblematibus, in cui aggiunse alle vecchie nuove lodi, dicendo che il Tomasi non cessava ex reconditis Bibliothecarum Cimeliis abstrusos, et in oblivionis tenebris delitescentes sacros Codices perquirere, notisque illustrare, ac publici juris nullo ad labores, expensasque habito respectu, facere, e conchiude, essere stato animato da lui alla pubblicazione di questa, e di altre sue Opere. Hor supposte queste notizie, veggendosi il Tomasi honorato con tanta dimostrazione di favori dal Ciampini, dedicogli anch’esso questo suo Libro, di cui habbiam di fresco di sopra fatta menzione, esponendogli con raro esempio di humiltà, non conoscere esso in sé, perché cotanto da lui fosse amato, Etenim, dic’egli, cum in me praeter ardentius discendi studium, nihil praeterea videam, quod mihi tuum conciliare possit amorem, promptitudinem animi tui collaudem, oportet, qua cura maxima eniteris, de immerentibus etiam benemereri. Così di sé l’humile Servo di Dio.
Per dar un cenno di quanto pregio sia questo Libro del Tomasi, basterà addurre l’approvazione, che il P. Biagio della Purificazione Carmelitano Scalzo, Teologo, ed Historico Generale della sua Religione, fece, quando, prima di darsi alla luce, a lui ne fu commessa la revisione dal Cardinal Ferrari, in quel tempo Maestro del Sacro Palazzo; Dice dunque il P. Biagio: Opus cui titulus Antiqui Libri Missarum Romanae Ecclesiae etc. editum ex m. ss. Codicibus a Rev. adm. D. Iosepho Maria Caro Presbytero Theologo, et mihi a Reverendiss. P. Thoma Maria Ferrario Sacri Apostolici Palatii Magistro commissum; virga censoria non indiget, sed laudes promeretur quamplurimas cum plurimum delectare, ac juvare possit sacrarum rerum studiis additos. Inter hos adnumerandus ipsemet in sacra eruditione excellentissimus Auctor, qui calamum saepe exercuit in ejusmodi tractatibus e vetustatis tenebris in publicam lucem, et venerabilis eruditionis emolumentum eruendis. Sacrosanctis autem Fidei Catholicae dogmatibus, probisque moribus, ita adamussim respondet, sicut sacra, quae continet, omnino consonant. Quapropter et dignum typis, et dignissimum lectione, ac studio perenni censeo, ne dum enim profectui, sed et solatio habemus sanctos libros 1. Machab. 12. Ex Conventu nostro S. Mariae de Victoria Romae 12 Decembris 1690.
La PietàNé egli mostrossi versato nella sola disciplina della Chiesa Romana, ma egualmente eziandio della Greca, d’onde scelse, e tradusse in Latino l’Ofizio della Passione del Signore, che da’ Greci vien recitato nel Venerdì Santo, e come un illustre monumento del rito Greco, sì in quanto alle Vigilie, ed all’Hore, come in quanto all’ordine e al rito delle sacre adunanze, diello alle stampe sotto il Titolo, che siegue, ornate anche di Figure rappresentanti la Passione di Giesù Christo: Officium Dominicae Passionis Feria sexta Parasceve majoris Hebdomadae, secundum ritum Graecorum, nunc primum latine editum, cura, et studio I. M. C. Presbyteri. Romae Typis Vannacci 1695. Fu questo il primo Ufizio de’ Greci, che intiero si vedesse in lingua Latina, e circa la locuzione dichiarossi il Tomasi di haver quella prescelta, Quae sacras quam maxime, et religiosas actiones deceat, quae nimirum stilo simplici ab Ecclesia usitato, remotaque asperitate, tota omnibus apta sit excitandae pietati, commovendisque blanditer affectibus, intra humilitatis, venerationis, ac sancti cujusdam tremoris cancellos prae reverentia divinae majestatis. Così egli.
Quindi siegue impresso in Roma dal Vannacci nell’anno 1697 l’aureo Opuscolo de’ Salmi intitolato Psalterium cum Canticis, Versibus, prisco more distinctum, argumentis, et orationibus vetustis, novaque litterali applicatione brevissima dilucidatum, studio, curaque Iosephi Mariae Tomasii Presbyteri ex Congregatione Clericorum Regularium. Così il Titolo del Libro. Hebbe sempre questo Santo, e dotto Servo di Dio una particolarissima propensione, e divota reminiscenza nella frequente recitazione de’ Salmi, onde desideroso di communicare ad altri ciò, che di continuo ruminava in sé, si accinse ad una facile spiegazione del Salterio, Opera veramente di quello, a cui giustamente si dà il Titolo non sol di Profeta fra i Re, ma di Re fra i Profeti. Conciosiacosache Santa Chiesa non usa mai Rito alcuno, non dedica Tempj, non convoca Stazioni, non commemora Santi, non celebra Feste, e per dir breve, non solennizza mistero entro tutto l’anno, in cui non si vaglia delle parole di Davide a confermarlo, tanto egli sin dai suoi dì con distintissime forme gli espresse tutti. Quindi i suoi Salmi sono le Scritture a leggersi più continue tra noi Fedeli sì in pubblico, sì in privato, havendo egli esposta, dove la Generazione Eterna del Verbo, e dove la Temporale, dove la Nascita, dove l’Adorazione de’ Magi, dove la Predicazione, dove la Passione, dove la Morte, dove la Sepoltura, dove la Risurrezione dalla tomba, dove l’Ascensione, e dove quanto più evvi di Christo, e de’ suoi fatti maggiori, in sì chiari termini, che se il Salterio è quasi un epilogo del Testamento vecchio, è poco men che un Evangelio del nuovo: tanto che, non pure S. Pietro, non pure S. Paolo, i due Principi della Chiesa, citarono spesso Davide per autenticator delle verità Christiane, da essi promulgate nelle loro lettere, ma lo citò il medesimo Christo ne’ suoi discorsi sovrani. Hor un tanto Libro il Tomasi dilucidò con facilissima spiegazione, e dedicollo a Giuseppe Cardinal di Aguirre suo distinto Amico, famoso anch’egli per bontà di vita, e di dottrina: Eruditissima si è la Prefazione, che al Libro premette, dinotante la Salmodia, la necessità, ed uso de’ Salmi, copiosi gl’Indici, e qual di essi recitar si debba in qualunque occorrenza, o di affetto, o di petizione, o di avversità, e divota, facile, e pronta la esplicazione di ciascun di loro, con Orazioni antiche adatte o alla preghiera, o alle laude, o alla narrazione, che contiene quel Salmo. Il Ruinart nelle note a Gregorio Turonense di questo Salterio dice, I. Carus, sive Thomasius, vir eruditissimus, in praefatione ad Psalterium ait, versus omnes integros, prout a Cantante dicebantur, ab omni coetu repetitos fuisse in Psalmis responsoriis. Al Pontefice Innocenzo XII desideroso di un’esatta esposizione de’ Salmi, né trovandone alcuna confacevole pienamente alla sua innata pietà, fu esibita questa del Tomasi, di cui glie ne porsero pronta contezza Ulisse Gozzadini, e Giuseppe Vallemani ambedue presentemente Cardinali, della quale allora correva fresca, e gloriosa, siccome la stampa, anche la fama, e talmente piacque, che altamente il Pontefice commendolla prima a Leandro Cardinal Colloredo, e poi al medesimo espose il suo gradimento di volerne ancora conoscer di faccia l’Autore, che fin’ allora haveva di già appreso per grande dalla fama. Il Colloredo, come che a sé erano ben note le degne qualità, e la rara humiltà del Tomasi, non giudicò di palesar a lui la Pontificia intenzione, ma incontanente portossi da Giuseppe Maria Arrigoni Generale allora de’ Chierici Regolari, dal quale il Tomasi fu obligato a portarsi, e prostrarsi in sua compagnia a’ piedi del Papa, non senza fastidiosa displicenza, dicendo egli come in iscusa della sua comparsa, Non esser’esso giammai entrato nel Palazzo del Papa. Ma al comando del Superiore cedendo l’humiltà del Servo di Dio, andovvi, e sentendo dal Papa lodare il suo Libro hebbe a svenire anche con pallidezza nel volto, non senza degna ammirazione del Pontefice, che notò in quell’illustre Soggetto così ben’unita la santità, e l’opere con la dottrina. Ma in questo successo in altro Capitolo di questo Libro riportaremo, come in più opportuno luogo, più ampia, e distinta ancora la notizia.Il Santo con il Papa Clemente XI , il Card. Pignatelli e il generale dei Teatini, P. Correale. In alto il Papa teatino Paolo IV e S. Andrea Avellino
Quindi siegue in ordine di tempo impresso dal Vannacci nel 1699 il prezioso Opuscolo intitolato Breve ristretto de’ Salmi, che comprende i versi d’orazione in quelli contenuti per uso quotidiano di fare orazione, e specialmente ne’ giorni santi di Festa, o di penitenza, e nel tempo dell’agonia della morte. Libretto degno di passar per le mani di ogni virtuoso Christiano, sì per eccitare in lui la divozione, come per accrescerla. In una pagina del Libro leggonsi li versi de’ Salmi, accennati nel Titolo, in lingua Latina, nell’altra la versione di essi in lingua Italiana, compendiosamente, e significativamente fatta dal Tomasi. La distinzione della prima in lingua Latina viene attribuita al Venerabile Beda, di cui dice l’Autore nella lettera al Lettore: Quanto all’Autore di questo Ristretto, se bene in qualche Codice scritto a mano sia attribuito a S. Girolamo per insegnamento avutone da un Angelo: nondimeno più fondatamente credesi esserne stato l’Autore il Venerabile Beda, imitato poi da Enghinardo Secretario di Carlo Magno, il quale raggiustò questa Raccolta, secondo l’Edizione Gallicana, che oggidì trovasi nella Biblia Volgata, havendo il Venerabil Beda fatta la sua (che qui Noi hora ponghiamo presa da alcuni Codici manoscritti) secondo l’Edizione non Hebrea, ma Romana, ch’egli solea adoperare, et hoggidì s’usa nella Basilica Vaticana, e in alcune Chiese di Spagna di Rito Mozarabico, e dalla quale son prese quasi tutte le Antifone, e Responsorj del Messale, e Breviario Romano. Così egli.
Ma ciò, che supera di gran lunga ogni altra idea di sì rinomato Scrittore, e l’utilità, che quindi provenne di ogn’altro Libro da se raccolto, si è quello, che porta seco il titolo di Institutiones Theologicae antiquorum Patrum, quae sparso sermone exponunt breviter Theologiam, sive theoreticam, sive practicam, del quale convien da più alte cagioni ripigliarne il racconto, e’l principio. Il zelantissimo di pari, e sapientissimo Religioso infiammato sempre vie più di desiderio di propagare in quei, che sono addetti al Santuario, l’importantissimo studio delle divine Scritture, e Sacri Scrittori, affinché tutti ardessero di quel fuoco, di cui esso avvampava, meditò di compilare una raccolta di varie Opere de’ Padri, le quali unite insieme componessero un giusto corpo di Theologia Theorica – prattica, o sia positiva morale, da insinuarsi nelle lezioni a’ Giovani studenti ne’ Seminarj, e nelle Scuole, per indi condurre gli animi loro alla piena, e sicura intelligenza ne’ fonti originali della Dottrina Ecclesiastica: persuaso, che per apprendere una sì rilevante scienza fosse d’uopo il fondarne l’edificio su la base incontrovertibile dell’Autorità, più che su divisamenti fallibili dell’ingegno. Et a questo proposito era solito dire, che il voler cercar ragioni dall’ingegno humano per indagare i misterj della Fede divina, era come un gittarsi in alto mare a nuoto, con la speranza di giungere al lido: conciosiacosache superata una difficoltà, ne insorgono mille, come l’onde del mare, che una tira seco l’altra, onde l’intelletto resta naufrago, e vinto. Ma perché a disporre, e ordinare il lavoro da lui meditato, si richiedeva Persona intendente, e versata nella materia, e che eziandio intraprender ne volesse la stampa, opportunamente gli cadde in pensiero di pubblicarne, come seguì, il sistema in pochi fogli, che indrizzò all’erudito Religioso Giovanni Mabillon della congregazione de’ Monaci Benedettini di S. Marco, da lui ben conosciuto fin dal tempo, in cui egli portossi a Roma, dove si compiacque di visitare il Tomasi, e per la fama gradita del di lui nome communicar seco alcune materie letterarie, con speranza, che o egli, o alcuno de’ suoi dotti Compagni haverebbono intrapresa così lodevole, e utile fatica per indurre nella istessa Congregazione, e per mezzo di essa nella Francia tal metodo morale, e dogmatico.
Il Titolo dell’Opuscolo, in cui il Tomasi distese il suo pensiero, fu il seguente, Indiculus Institutionum Theologarum veterum Patrum, quae aperte, et breviter exponunt Theologiam, sive Theoricam vulgo Speculativam, sive practicam, e sotto il Titolo ripose la sentenza del Deuteronomio c. 32 Interroga Patrem tuum, et annuntiabit tibi, majores tuos, et discent tibi, e sotto di essa, quella di S. Agostino, che nel Libro de Quantitate Anime c. 7 dice, Authoritati credere, magnum compendium est, et nullus labor, e quindi siegue l’indicazione della Stampa, Romae Typis Haeredum Corbelletti 1701. Sarebbe pregio dell’Opera riferir tutta in questo luogo la lettera, onde apparisce la grande, e bella idea dell’Autore, che seppe a pubblica utilità sì ben concepirne il sistema. Ma Noi, che sol descriviamo di questo Venerabile Soggetto la Vita, ne rimettiamo volentieri gli Scritti, a Chi gradirà conferir gl’uni con l’altra, e quindi dedurre, quanto bene egli scrisse, come visse, e quanto meglio rappresentasse nelle sue azioni quelle degne massime, ch’egli fè imprimere ne’ suoi fogli.
Appreso il breve discorso di questo Libretto distese il Tomasi l’Indice delle Opere, le quali formar dovevano il Corpo delle Instituzioni Theologiche, che principalmente era in idea di darsi alla luce delle stampe: E qui dovrebbe ragionevolmente trascriversi tutto quest’aureo Indicolo, il quale quantunque sia di piccola mole, tuttavia tal sostanza contiene, che a guisa di carta da navigare, insegna il modo di varcare con la guida de’ Santi Padri il vasto mare della Theologia, senza inciampar ne’ scogli degli errori, e non sommergersi ne’ vortici delle sole inutili speculazioni. Essendo che la Theologia deve servir non solo per giungere alla cognizione, ma al conseguimento di Dio, unico fine di ogni nostra operazione. Questa fu l’Idea del Tomasi, cioè far apprendere con la Dottrina la purità della Fede, la santità de’ costumi, e toglier gli abusi introdotti nella speculativa da lui per altro commendata, e però propose con questo Indicolo il methodo della Somma di S. Tommaso; addattando la dottrina de’ Santi Padri a i Trattati della Theologia con modo non più pratticato nelle Scuole, ma da lui ritrovato per suo uso privato, e da esso per molti anni esperimentato con tal suo profitto, che ben quindi, come per regia scala, salì a quell’alta perfezione, che si propone a tutti gli Ecclesiastici per norma in questo Libro. Papa Clemente XI, grande estimatore ed amico del Santo Mandò al P. Giovanni Mabillon in Francia tal’Indicolo, e distintamente mostrogli l’utilità dell’Opera, acciò col suo zelo ne volesse intraprender la stampa nella forma ideata de’ Santi Padri, e nella lettera, che gli fece in fronte dello stesso Indicolo, gli adduce l’approvazione del Cardinal d’Aguirre, fra’ Theologi tanto celebre, e benemerito, e intrinseco del Tomasi, con queste parole: Memint, me dicere Eminentiss. Cardinali de Aguirre piae memoriae, si repuerascerem, alio me prorsus modo mea studia instituturum; mihique optimum Cardinalem candide respondere, Se quoque rem menti meae consimilem facturum; ma miglior testimonianza è il fatto proprio, che il detto altrui. Conciosiacosache il d’Aguirre in questo sentimento si espresse nel primo Tomo de’ Commentarj alla Theologia di S. Anselmo, all’autorità del quale, e di altri SS. Padri vedesi appoggiata l’opinione di ambedue quest’insigni Porporati sopra l’unione, che s’inculca, della dottrina de’ Santi Padri con la Theologia Scolastica, essendo l’una, e l’altra necessaria in sostentamento della Fede contro i Sofismi degli Heretici, ogni qualunque volta l’ultima sia ben purgata da qualche abuso introdotto da alcuni Scolastici: nella conformità appunto prescritta da Sisto V nella sua Bolla 76 Triumphantis, nel cui numero 10 dà per norma a’ Theologi li due gran lumi della Chiesa Cattolica li Santi Bonaventura, e Tommaso. Quindi rinviensi, che il Tomasi non meno esperto nella cognizione, che fisso nell’osservanza, e difesa de’ Sacri Canoni, e delle Pontificie Bolle habbia regolato il suo Indicolo, e tutta l’idea di esso, come a lungo costa ne’ medesimi Processi secondo il methodo de’ medesimi Santi Padri prescritto dal sudetto Sisto V in materia cotanto preponderante, e gelosa: essendo che ella direttamente conduce alla conservazione della Santa Fede, e alla distruzione dell’Heresie, unico scopo di tutte le fatiche del nostro Venerabile Servo di Dio. A tal fine egli sempre o sul Tavolino, o fra le mani voleva l’aurea Somma di S. Tommaso, l’una in Tomo atto a più posato, e attento studio, l’altra in piccioli Tometti, da servirsene, come per pascolo, ne’ suoi più deliziosi, e rimoti diporti, trahendo il sugo di quegl’insegnamenti, che hebbe in idea produrre al pubblico per beneficio, e soda erudizione degli Ecclesiastici. Sin gli stessi Heretici riconobbero, e attestarono la intenzione del Tomasi a’ danni della loro Setta: Illud unum adjicimus, dicono essi nella narrazione de’ primi Tomi delle Instituzioni Theologiche, che si viddero nelle stampe editorem ejusmodi scripta conjungendo, quibus adversus haereticos urgetur argumentum ab auctoritate Ecclesiae desumptum, haud obscure prodere ab se, eo potissimum consilio tomos hosce edi, ut et Pontificii in fide sua conserventur, et Protestantium quidam hoc artificio ad amplectenda ejus Ecclesiae, quae antiquitatis ultimae speciem praesefert, dogmata promoveantur. Oltre il di più, che si rinviene ne’ medesimi loro Tomi degl’anni 1711 e 1714 pag. 123 dove parlando eglino del terzo Opuscolo, che contiene l’Ancoratus di S. Epifanio, altamente si dolgono delle postille fatte dal Tomasi nel margine di questo Libro, e distintamente allor quando dicendo il Santo nel corpo del suo Ancoratus, Perversa fides infidelitate ipsa deterior est, il Tomasi appone nel margine quest’aurea riflessione Aureum Epiphanii dictum: unde constat Haereticos quibusdam Infidelibus esse deteriores. E le loro doglianze giunsero a tant’alto segno, che fin’invehirono contro la fede del Tomasi, e insolentirono con dire, Cum Auctor hujus notae (cioè il Tomasi) tam miseram agnoscat Haereticorum conditionem, caveat, ne ipse a vera Christi doctrina alienus sit, Così eglino da Lipsia, quantunque in altre occasioni habbino fatto del Tomasi, e delle sue Opere, e Virtù honorevole, e degna commemorazione.
Ma facendo Noi ritorno al disegno del Tomasi circa il Libro delle Instituzioni Theologiche, il Mabillon distratto in altre occupazioni letterarie, cagionevole di forze, e aggravato in anni, giudicossi impotente alla raccolta di una tant’Opera, secondo il divisamento del Tomasi: onde questi non potendo più trattenere il corso al suo zelo, risolvè esso stesso por mano all’impresa, e animato da quello Spirito, che nel medesimo tempo comanda, e eseguisce, soffia, e accende, in età avvanzata diè principio all’ideato Volume, che in termine di pochi anni si vidde impresso in tre Tomi, se non secondo la sua divisata disposizione, almen secondo la disposizione di quel tempo, che prefissegli Iddio per tal fatica, poiché nel terminare il terzo Tomo viddesi inaspettatamente promosso al Cardinalato, Dignità, che richiede applicazioni più di fatti, che di Scritti. Conciosiacosache haveva egli in animo di proseguir più a lungo con nuove raccolte de’ Santi Padri il suo lavorio, per accrescere sempre più nuove armi all’armeria contro gl’Heretici, e nuove instruzioni al coltivamento de’ Cattolici. Non volle egli riporvi cosa alcuna del suo, acciò i Lettori, come spesso succede, non trascurassero la lettura de’ Testi, in cui consisteva il sugo dell’Opera, e si divertissero ne’ commenti, e nelle note, che sono più tosto adornamento del Libro, che il Libro. Solamente in qualche senso difficile con poche, ma sostanziali parole accorse alla dilucidazione del testo, rapportando sentenze autorevoli dell’Antichità; essendo egli solito nelle materie appartenenti in qualunque modo alla Religione, risolverne li dubbj con prove immediatamente estratte, o dalla parola di Dio rivelata, o dalla Tradizione degli Scrittori Ecclesiatici, o dalla Diffinizione della Chiesa, e in simiglianti differenze fu più volte udito dire Piacergli di fabricare sul vecchio.
Il primo Tomo dunque di queste Instituzioni Theologiche uscì in Roma dalle Stampe di Propaganda Fide nell’anno 1709 col Titolo Institutiones Theologicae antiquorum Patrum, quae aperto sermone exponunt breviter Theologiam, sive theoricam, sive practicam. Tomus primus. Contiene questo primo Tomo il Libro di Tertulliano de Praescriptionibus adversus Haereticos, l’Orazione di S. Gregorio Nazianzeno de moderatione in disputationibus servanda, et quod non sit cujusvis hominis, nec cujusvis temporis de Deo disputare, la prima Orazione de Theologia del medesimo Santo, e il Commonitorio di Vincenzo Lirinense.
Il secondo Tomo publicossi dalle medesime Stampe, e col medesimo Titolo nell’anno 1710 e in esso si rapporta il Libro terzo di S. Cipriano Testimoniorum ad Quirinum, e le Opere ascetiche di S. Basilio de Iudicio Dei, de vera, ac pia fide, e le ottanta Regole del medesimo Santo Padre incluse nel Libro Ethica, seu Moralia.Giona esce dalla balena
Il terzo Tomo fu impresso nell’anno 1712 nelle medesime Stampe, e col medesimo Titolo, e contiene li Libri di S. Epifanio Ancoratus, e, Expositio Fidei inserita nel terzo Libro del secondo Tomo del Panario, e l’Anacefaleosis, cioè il Ristretto di quello, che il medesimo S. Epifanio haveva steso nel suo Panario. Questi tre Tomi, come si disse, veggonsi nelle stampe, col solo rammarico degli altri, che mancano, ma che pur si accennano nell’Indice del secondo Tomo, involati alla sagace industria del Tomasi dalla sua promozione al Cardinalato, e molto più dalla morte, che nel breve corso di sette mesi tolse a lui la vita, e a Noi la sorte di veder compiuta sì bell’Opera.
Ma rivolgendo sempre più il nostro Venerabile Servo di Dio ogni sua attenzione al miglioramento, e alla istruzione del Prossimo, mostrossi desiderosissimo di vedere una novella edizione de’ trentacinque Libri de’ Morali di S. Gregorio sopra il Sacro Testo di Giob, in forma, che potessero commodamente gir per le mani di tutti, e particolarmente delle Persone, le quali non sono in istato di leggere altri Libri, che volgari; molti de’ quali talvolta, ancorche trattino di cose Spirituali, come composti privatamente da Autori o poco illuminati, o senza gran fondo di Sacra Dottrina propongono lezioni o poco utili, o non molto sicure. Con questo savio pensiero egli haveva anche in mira, che gli studiosi della lingua Italiana, i quali per apprenderne le finezze, e l’eleganza, vanno a bere con gran pericolo della pietà, e dell’honestà de’ costumi a i fonti impuri de’ Novellieri, e de’ Romanzi, fossero proveduti in questo Libro di un Testo generale, e sicuro del miglior Secolo, che havesse non men buon senso, che buone parole: Onde a un tempo stesso, anche nel dottrinale tenessero un Maestro fondamentale della Morale Christiana, per approfittarsi in tal guisa, e nell’ingegno, e nell’anima. E il Tomasi tanto più rimase invogliato dell’adempimento del suo pio desiderio, quanto che lo vidde tutto conforme a i pensieri del Sacrosanto Concilio di Trento, i cui Padri raunati in Bologna sotto la presidenza de’ Cardinali Marcello Cervini, e Gio. Maria del Monte, di poi ambedue Sommi Pontefici Marcello Secondo e Giulio Terzo, vennero in risoluzione, come seguì, di far volgarizzare per profitto, e salute del Popolo Christiano alcune delle Opere de’ Padri, e Dottori Ecclesiastici, che fossero atte a indurre l’huomo all’amore, e al timore di Dio.
Quindi è, che la fina penetrazione del Servo di Dio considerando, che i Morali di S. Gregorio, oltre a che sono un’Opera intera, e compita, non erano produzione di un Dottore privato, ma di un Papa, e di un Papa della qualità di S. Gregorio, è difficile a spiegarsi con quanto zelo ne sospirasse una nuova edizione, la quale in tempo, in cui sperava doversi effettuare dal Venerabile Cardinal Gregorio Barbarigo nella famosa Stamparia del suo Seminario di Padova, questi se ne volò all’altra vita. Ma nientedimeno in lui non iscemò il primiero desiderio, anzi venne in risoluzione di promoverne egli stesso la stampa, somministrando con permissione de’ suoi Superiori alla spesa quel tanto, che gli permetteva la sua povertà Religiosa, da lui sempre con sommo studio osservata. Laonde communicato il pensiero all’erudito Giusto Fontanini già Bibliothecario di Giuseppe Cardinale Imperiale, e quindi Cameriere d’Honore del Pontefice Clemente XI e ricevuta da esso pronta offerta di cooperazione alla fatica, esibendosi a i disegni dell’Huomo di Dio, e precisamente a purgar la rozzezza esteriore del volgarizzamento de’ Morali per renderli egualmente graditi, e utili al Lettore, come si annota nella Prefazione di detto Libro, e nel Giornale de’ Letterati, ov’egli rende giustizia a tutte le Opere del Tomasi con gli encomj, e notizie, che ivi sparse, e compilate si leggono. Dunque non senza tacita compiacenza del Tomasi, il quale con licenza parimente de’ suoi Superiori diede a tal’effetto il suo proprio esemplare, se ne intraprese la stampa, che letta da lui, e da altri Letterati, ricevé pieno applauso, nella considerazione di quanto ben pompeggiasse l’eloquenza, e lo spirito di S. Gregorio anche nella nostra favella, come appunto s’egli havesse commentato, e scritto in lingua Italiana. Ma nell’avviamento dell’Opera essendo piacciuto alla Providenza divina, che dal Vicario di Christo fosse il Tomasi contro sua voglia esaltato alla Dignità Cardinalizia, non si avvanzò la stampa oltre a i primi quattro Libri, benché il nostro Cardinale altro maggiormente non sollecitasse che il proseguimento di essa, come a suo luogo dirrassi. Passato egli pertanto da questo secolo con quegli attestati di Santità, che in questa Historia si descriveranno, i Morali sarebbono rimasti imperfetti, se con atto magnanimo non ne havesse ordinato il proseguimento un Giovane Personaggio in gran grido di nome, e in grand’espettazione di virtù, Nipote di un morto Papa, e promosso al Cardinalato dal Regnante Innocenzo XIII il quale per la sua natural modestia non volendo esser nominato, contentasi di favorire le cose degne di lode, e dispreggiarne l’applauso, pago solamente di dar al defunto Cardinal Tomasi attestato di quella venerazione, ch’esso a lui haveva professato vivente.
Uscì dunque alla luce il Tomo primo, che abbraccia i primi otto Libri de’ Morali, i quali se adorni non sono con quella magnificenza di Caratteri e di carta, che per altro conviensi alla grandezza dell’Opera, e di Chi ne ha promossa la pubblicazione, savio accorgimento ha indotto a ciò fare, cioè la necessità di seguitare il tenore de’ primi Libri impressi, che dinotano non men la pietà, che la povertà dell’Autore. Ma a queste mancanze supplisce la perfezione, e il pregio d’una prosa sì grave, la quale certamente non può esser più nobil, essendo portata con dettatura sana, propria, semplice, naturale, e senza falsi colori, sì nella scelta, come nell’accozzamento delle voci, nella collazione, e nel giro delle quali non v’ha nulla d’ingrato, ma tutto dilettevole, tutto grave, e significante.
Oltre agli enarrati Libri, che resero per il mondo in alto pregio di dottrina l’Autore, se ne rinvengono altri molto Ascetici, e Morali di rara divozione, fra quali li pubblicati con le stampe sono li seguenti: La Messa della buona Morte da lui formata, e disposta, e dalla Santità di Clemente XI accordata alle replicate pie istanze dell’Altezza Reale del Gran Duca di Toscana: Breve Istruzione del modo di assistere al Santo Sacrificio della Messa, secondo lo spirito, et intenzione della Chiesa per le Persone che non intendono la lingua Latina, impresso in Roma senza suo nome nell’anno 1710. L’Esercizio quotidiano per la Famiglia, da lui in posto di Cardinale fatto imprimere senza suo nome; e la Revisione esattissima del nuovo Messale con distinte annotazioni di virgole, accenti, e punti, che il Collegio de Propaganda Fide ha reso pubblico al mondo dal Torchio delle sue Stampe: Opera in parte posthuma del Tomasi.
Ma Chi riferir giammai potrà i molti studj di questo infaticabile Servo di Dio, fatti o per sua propria instruzione, o in sollievo, e richiesta di Chi, scoperto il fondo di tanta erudizione, anhelava a convertirne a suo vantaggio il valore? Mentre egli era così tenace, e secreto Custode d’ogni sua azione, che cercava di nascondere anche ciò, che di lui divulgava la fama, onde creder si debba, che sotto alto silenzio nascondesse religiosamente sempre ciò, di cui era testimonio il solo Dio, per cui solo indefessamente lavorava, e a cui solo riferiva la lode delle sue fatiche.

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CAPITOLO IX.

Applausi dati al Tomasi per i suoi Libri, e Cariche,
e Honori conferiti a lui dal Sommo Pon-
tefice, e dalla Corte di Roma.

ueste laboriose, e astruse notizie dell’Antichità riportò su li suoi Libri l’indefessa applicazione del Tomasi, a cui deve la Chiesa di Dio il bell’adornamento di sì pregiate erudizioni, e la Religione Teatina la bella gloria, che in lei ridonda, di sì eminente Soggetto. Conciosiacosache da queste stampe surse così universale l’applauso all’Autore, che rari altri certamente in vita hanno riportato grido più distinto, e fondato al loro nome: mercé che due cose rendono l’huomo d’immortal fama nel mondo, o il fare azioni grandi, o lo scriverle: poiché dall’une acquista il merito dell’ammirazione, dall’altre la gloria dell’applauso, e ambedue lo constituiscono tanto superiore a tutti, quanto maggiormente o li fatti proprj l’ingrandiscono, o gli altrui lo rendono in un certo modo, come partecipe della loro grandezza: Quindi è, che il Tomasi essendo degno di distinte laudi e per ciò, che fece, e per ciò, che scrisse, non potendo rimanere occulta così alta virtù, e così rara erudizione, maraviglia non fu, se il di lui nome risonasse ben tosto per Roma con gradimento de’ Grandi, senza invidia degli eguali, e con ammirazione di tutti. Alla di lui virtù applaudì incontanente la Scuola Letteraria dell’Europa, e, come da molte penne guidate tutte da una mano, se ne registrarono encomj in ogni foglio de’ Libri. La Germania da Lipsia chiamò il di lui Salterio Libro divino, e del primo de’ tre delle Instituzioni Theologiche dice, che l’Autore ha havuto intenzione con dar fuori quest’Opera di confermare i Cattolici nella loro Religione, e tirare i Protestanti ad abbracciare li Dogmi della Chiesa Romana. Onde vi è, Chi ne’ Processi attesta Esser soliti gli Heretici di Hollanda dirsi communemente fra loro Cavete Thomasium, riconoscendolo, e temendolo tutti, come il più forte oppugnatore delle loro falsissime Sette. La Francia da Parigi nel suo Giornale de’ Letterati esalta la dottrina del Tomasi, Sebastiano le Nain de Tillemont nell’Indice degli Autori, de’ quali esso si è servito per li ventidue Volumi della sua Ecclesiastica Historia, li Padri Benedettini della Congregazione di S. Mauro, il Mabillon, il Montfaucon, e altri insigni Dottori della medesima rinomata Congregazione in diversi luoghi delli loro Scritti, e nuove Edizioni dell’Impressione Parigina fanno degna commemorazione di lui, e l’eruditissimo Mabillon si pregia nelle sue Opere, d’haver havuto molti lumi, e ajuto ex Codicibus Thomasianis, et ex tribus Missalibus Thomasianis. Li Giornalisti di Trevoux ne’ loro rapporti magnificano in più luoghi la di lui dottrina, e ne’ Processi si attesta che sin molti Dottori della Sorbona nelle scorso Anno Santo richiesero sopra gravi affari il suo parere anche a nome de’ Vescovi della Francia, e distintamente dell’Arcivescovo di Rheims, che per qualità, e Posto era molto considerato in quelle parti. La Fiandra da Anversa ne’ laboriosissimi Volumi dell’Acta Sanctorum cominciati dal Bollando, e seguitati dall’Henschenio, e Papebrochio della Compagnia di Giesù, spesse volte con pregio di somma laude fa menzione de’ Messali antichi, e de’ Libri del nostro Tomasi: e l’Italia ne’ suoi Giornali de’ Letterati impressi in diverse La S. Vergine col Bambino detta "Colomba rosata"Città, Giusto Fontanini nelle sue Vindiciae Diplomatum, il Crescimbene nelle Vite degli Arcadi, e in quella precisamente del Ciampini citano, e lodano e le Composizioni, e l’Autore. Giacomo Ciampini Prelato in alto grido d’erudizione teneva in sì gran pregio le Opere, e la Dottrina del Tomasi, che nella Vita di lui hebbe a scrivere fra le Vite degl’Arcadi la dotta penna di Vincenzo Leonio, Fra i suoi Amici più versati nella materia de’ Sacri Riti si dee senz’alcun dubbio il primo luogo al P. Giuseppe Maria Tomasi de’ Chierici Regolari, onde usando insieme con molta dimestichezza, erano soliti communicarsi tutti li loro studj, e tutte le difficoltà, che in essi incontravano, dandosi scambievolmente amichevole ajuto per superarle. Fecero di ciò eglino stessi un’ingenua, e vicendevole testimonianza, e particolarmente il Ciampini nella Dissertazione De Vocis Correctione, Serm. 7 S. Leonis, ove confessa aver avuta dal Tomasi la notizia dell’errore corso in tutte l’Edizioni del sudetto Sermone, e all’incontro il Tomasi non meno erudito, che modesto dedicando al Ciampini il Libro dato alla luce sotto nome di Giuseppe Maria Caro, col titolo: Antiqui Libri Missarum Romanae Ecclesiae, volle lasciare a’ Posteri perpetua memoria de’ giovamenti litterarj, che da lui haveva conseguiti. Così il Leonio del Ciampini, e del Tomasi. Anche nel Calendario Romano di Milano impresso nell’anno 1713 si fa egregia commemorazione di quest’illustre Soggetto: essendocosache allegandosi ivi un Decreto della Sagra Congregazione de’ Riti, vi si soggiunge, Annotationes ibi positas hunanissimis litteris 6 Febr. et 7 Mart. 1710 approbaverat P. D. Ioseph Maria de Thomasiis Cler. Reg. Teatinus celeberrimus Theologus, notusque Reipublicae Literariae ad sua Opera in S. Script. Commentarior. Ritualia Liturgica, et praesertim Theologica, S. Rit. Congreg. tunc Consultor, nunc ob praeclara merita inter S. R. E. Cardinales, licet reluctans, cooptatus. Così egli. Alessandro Burgos Minore Conventuale nella sua Dissertazione De usu, et necessitate eloquentiae in rebus Sacris tractandis, tra le molte espressioni di stima, dice di lui queste parole: Vir tum pietate, tum eruditione excellentissimus, Popularis meus, genere non minus, quam vitae sanctimonia clarissimus: e quanti in fine hanno in considerazione la virtù, e le lettere. Praeclara morum indole, scrive del Tomasi Antonio Mongitore nel Tomo primo della sua Biblioteca Sicula, impressa in Palermo nell’anno 1708 et ingenii acumine apprime instructus graviores didicit disciplinas, ac doctissimus Philosophus, et Theologus efformatus mirifice inclaruit. Antiquitatis studia complexus in perscrutandis sacrae vetustatis Archiviis uberrima eruditione locupletatus est, et ad eruenda Ecclesiae monumenta, tenebris obsita, operam navavit egregiam; ideoque in eo studiorum genere solertissimus, magnum sibi nomen adeptus in litteras, in orbe longe, lateque refulget. Graecis, latinisque titteris apprime instructus enituit. Litteris virtutum studia addidit, et ad absolutissimum Regularis perfectionis fastigium ascendere curavit, ut Virum religiosissimum decet. Nunc Romae vir sane egregius floret, et inter Sacrae Congregationis Indicis Consultores adscriptus, doctrinae praestantiam in Ecclesiae bonum detegit; ac tum Praesulibus, Dynastis, et S. R. E. Cardinalibus gratissimus, tum etiam a Viris doctissimis veneratur, omnium extimationem insignis promeretur. Ipsum laudant Franciscus Maria Maggius de Sacris Caermoniis tom. 1 opusc. 1 disqu. 6 pag. 38 disquis. 12 pag. 89 et opusc. 4 pag. 332 et tom. 2 disqu. 24 pag. 467 et in Carmelo Mariano Benef. 12 pag. 9 pag. 301 et seg. Ioseph Manzi in Ver. Ecclesiastico ex octava editione lib. 5 c. 5 pag. 692. Philippus Bonannus in Numis. Pontif. Tom. 1 in Alex. VII num. 3 pag. 118. Michael de Iudice in Notis ad descript. Eccles. Montis Regalis, Aloysii Lelli par. 1 pag. 60 et 75. Io. Ciampinus in lib. de perpetuo Azimorum usu, et de Cruce Stationali. Acta eruditorum Lipsiae, et Diaria Literatorum. Così egli. Spesso eziandio avvenne, che ritrovandosi il Tomasi in discorso con alcuni insigni Letterati, sopravenissero ivi a caso anche Heretici di gran nascita, ed essi al vederlo, e molto più a risaperne il nome, che già andava celebre per il mondo, gli dimostrassero un incredibile, e profondo rispetto, dandogli spontaneamente il titolo honorifico di Reverendissimo ad ogni parola, benché lo vedessero vestito da povero Religioso. Effetto solito di Chi più parla con le opere, che con le parole, onde il solo nome gli serva di glorioso merco, e con distinzione gli prepari ogni più attenta venerazione. Il Vaira pubblico Professore dell’Università di Padova, hora Vescovo di Parenza, venuto a Roma, volle subitamente visitarlo, e nell’accomiatarsi da lui, sorpreso esclamò, Oh che bel misto di letteratura e di bontà! e col compiacimento di tal visita riportossi contento alla sua Patria.
Quanto poi applaudisse Roma, che sola equivale a tutto il Mondo, spettatrice più prossima della dottrina del Tomasi, se ne potrebbono qui riporre tante autentiche testimonianze, quanti Virtuosi raccoglie questa Città, e quanti hanno havuto, e hanno in pregio in questo pubblico Liceo del Mondo la Ecclesiastica erudizione. Il Pontefice Innocenzo XII al grido della di lui fama, volle non solamente vederlo, ma goderlo di faccia, e molto si compiacque, come si disse, della Parafrasi da lui fatta del Salterio, e quindi dichiarollo Cupola della Chiesa di S. Andrea della Valle a RomaEsaminatore Apostolico, e ad istanza del Cardinal Gio. Francesco Albani, Consultore de’ Riti, Posti da lui per la sua profonda humiltà, come in altro luogo dirrassi, constantemente ricusati, e perciò messi a conto con maggior usura di gloria al suo merito. Christina Regina di Svezia non cessava di encomiarlo a confronto di ogni altra dotta Persona, e perciò tenevagli aperto a sua disposizione ogni più recondito Archivio della sua famosa Bibliotheca. Prelati, e Cardinali richiedevano in voce, e in iscritto il suo consiglio, e facevano capitale del di lui Voto, come di Oracolo. Girolamo Cardinal Casanatta proposelo ad Innocenzo XII per il Cardinalato, come Soggetto non solamente idoneo, ed habile a meritarlo, ma come attualmente meritevole di tal sublime Dignità, che portava seco annessi li tre gran caratteri della Santità, della Dottrina, e della Nobiltà: e come che niun pregio acquista all’Huomo maggior riputazione fra quei, che sanno, che il sapere, in ogni congiuntura ne mostrava distintissima stima, e dir soleva, che il P. D. Giuseppe Maria Tomasi non era men Santo del Venerabile P. D. Carlo Tomasi, se ben di dottrina più profonda. Nell’istesso sentimento concorreva Leandro Coloredo Cardinale di S. Chiesa noto al Mondo per esemplarità di vita, e per sceltezza di sacra erudizione, il quale da lui spesso consiglio prendeva in materie ardue, e dubbiose, e veneravalo come huomo dato da Dio in pregio egualmente di dottrina, e di pietà. Li Cardinali Bona, e d’Aguirre, due lumi di scienza nel Senato Apostolico, ne ammiravano il sapere, e Leandro Cardinal Colloredo visitavalo ammalato, ed egli, e’l Cardinal d’Aguirre incontrandolo per Roma, facevano fermare i loro Cocchj per ricondurlo a Casa in Carrozza, dove quell’Eminenze parevano gir trionfanti, allor quando portavano seco in lor compagnia un sì accreditato e dotto Servo di Dio. Francesco Cardinal Barberino portogli dentro la sua Camera stessa, come si disse, gli antichi Codici dell’Archivio Vaticano, e in caso raro succeduto nella sua Abbadia di Farfa l’altro Cardinal Francesco Barberini hoggi vivente prepose al consiglio di una intera Congregazione, a tal’effetto intimata, il Voto del Tomasi, come riconosciuto migliore, e più confacevole al servizio di Dio. Di Giuseppe Maria Sauli, Vescovo di Noli ne’ Processi si attesta, che havendo preso consiglio dal Servo di Dio sopra ogni materia di coscienza circa l’indrizzo di alcune Religiose Claustrali di Roma, gli somministrò ammaestramenti cotanto prudenti, che ben’esso diede ad intendere, di posseder profondamente la discrezione dello spirito. Gasparo Cardinal Carpegna Ecclesiastico rinomato per scienza di Canoni, fu solito sempre procedere colla consultazione di lui, e Alessandro de Abbati, Prelato di meritato credito, e di somma espettazione nella Curia di Roma, depone haver’esso esposto rilevantissimi dubbj del Carpegna al Tomasi, e incontanente haver’esso dal Tomasi riportato al Carpegna soluzioni, e dottrine proporzionate, e pronte alla inchiesta. Lungo sarebbe il catalogo, atto più tosto a riporsi in Libro, che in Capitolo, se accennar sol qui volessimo, in qual’alto grido di concetto fosse montato il Tomasi presso i primi Personaggi di Roma, e quanto ben’in lui corrispondessero alla espettazione i successi. Leandro Cardinal Colloredo, Ulisse Gozzadini, e la Congregazione tutta di Propaganda Fide mandavano a lui le Scritture per riceverne o conferma, o emenda, e l’istesso Gio. Francesco Cardinal Albano disdegnò di esser Papa, se non vi fosse concorsa l’approvazione, il consiglio, e’l voto del Tomasi. Conciosiacosache eletto alla suprema Dignità di Vicario di Christo dal commun consenso del Sacro Collegio, e ricusando egli constantemente sempre la grand’offerta delle Apostoliche Chiavi, non fu mai potuto essere smosso ad accettarne la Podestà né dalle preghiere de’ Cardinali, né dalle consultazioni degli Adherenti, né dalla ponderosa persuasiva di quell’appetita Grandezza, ma sol convinto, e vinto si diede al Tomasi, che richiesto da lui, se acconsentir dovesse al consentimento di tutto il Mondo Christiano, con breve, ma profonda Scrittura francamente rispose, Che ; onde l’Albani creato Papa da’ Cardinali, poté dirsi dato Papa al Mondo dal Tomasi, a cui deve la Chiesa la bella gloria di haver fra’ suoi Sommi Pontefici Clemente XI. Per lo che ricordevole questi di tal successo, ingegnosamente, e graziosamente indi a non molto tempo hebbe a dire a Francesco Cardinal Pignattelli, Il P. Tomasi l’ha fatta a Noi, e Noi la vogliamo fare a lui, indicando con queste parole la sua fissa risoluzione di promuoverlo, come seguì, ben tosto al Cardinalato. Ma avanti al Cardinalato volle, non so se dir si debba, o qualificar maggiormente il Tomasi con innalzarlo a riguardevolissimi Posti, o qualificar li Posti con l’innalzamento di lui a molte Cariche. Dichiarollo con distinto Breve Consultore della sua Religione, Theologo nella Congregazione della Disciplina Regolare, e delle Indulgenze, Consultore de’ Riti, e Qualificatore del S. Offizio, nelle quali incumbenze con qual’applauso, e rettitudine egli si diportasse, si renderà palese nel Capitolo, che siegue.

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CAPITOLO X.

Come si diportasse il Tomasi nelle Cariche di Consul-
tore dell’Indice, della sua Religione, della
Congregazione de’ Riti, di Qualificatore
del S. Offizio, e di Theologo nelle Con-
gregazioni della Disciplina Re-
golare, e dell’Indulgenze.

on li Posti, e le speciose Cariche rendon qualche volta riguardevoli gli Huomini, ma bensì sempre gli Huomini di riguardevole fama rendono venerabili, e cospicui li Posti: essendoche sin dal Volgo, e dalla vil Plebe più si stima Chi ben li sostiene, che Chi mal li possiede. Il nostro Servo di Dio, alienissimo dal procacciarli, e dedito sol’agli Studj, e all’Orazione, non così tosto vi fu spinto, che vedendosi obligato dalla volontà del Signore a sostenerne il peso, vi si pose talmente tutto, che parve nato per essi. Il Pontefice Clemente XI a causa di guerre insorte nell’Italia, onde l’accesso in Roma de’ Religiosi rendevasi difficile, e dispendioso, havendo dichiarato con suo Breve il nuovo Generale, dichiarò parimente con Breve il nostro D. Giuseppe Maria Tomasi uno de’ quattro Consultori della Religione. Non fu egli potuto giammai esser persuaso ad acconsentirvi, se non quando al Breve del Pontefice si aggiunse il comando, al quale si sottopose con altrettanta modestia, con quanta constanza esercitonne poi l’Ufizio: rigoroso, ma con discretezza, cortese, ma con ingenuità, mescolando sempre l’egualità della giustizia nella sostanza, con la inegualità de’ riguardi nelle circonstanze. Per la elezione, e scelta de’ Soggetti da promuoversi alle Dignità Religiose non mai saziavasi d’informarsi de’ loro costumi, genio, e habilità, e fra’ buoni, voleva, che si proponessero i migliori, per farne poi cader la provista negli Ottimi. Se in alcun Candidato prevedeva ripugnanza in accettar Superiorità, e Governo, allora tutto zelo faceva prattiche con gli altri Consultori, e col Generale, acciò eglino non ne ammettessero la rinunzia, stimando quelli più atti a dar legge agli altri, che con la fuga dalle Dignità si dimostravano Superiori in dar legge a se stessi. Se poi o vedeva, o prevedeva o non retta, o non ben’amministrata giustizia, egli tutto rettitudine, e pietà colà accorreva fuor d’ogni affettato riguardo, ove rinveniva o più debbole la parte, o più ragionevole il partito: e caso avvenne, che ben comprovò, di qual tempra fosse il suo cuore. Sopraggiunse Lettera al General Caraffa, in cui un Giovane dolentemente lagnavasi, che la sua indiscreta Madre havevalo privato di una Vigna in Frascati per lasciarla a’ Padri Teatini di quella Città, nella cui Chiesa ella voleva, che fusse seppellito il suo Cadavero. Il Generale fece incontanente chiamare il Tomasi, e come Consultore richieselo del suo consiglio in quest’affare. Liberamente rispose il Servo di Dio, Non doversi spogliare quel Poverello, né bisognar’in alcun conto litigare: Haverebbe Dio per altra parte ajutato: e circa la Sepoltura si facesse quello, ch’era solito farsi in simili casi. Fu venerato, ed eseguito il di lui Oracolo, e siccome dal Mondo, così eziandio dal Cielo, applaudito il suo consiglio.Immagine del Santo
Dalla sua Religione Teatina passarono in lui le Proviste a quelle conferitegli da Chi come Vicario di Christo, regge, e governa la Religione, e la Chiesa Romana. Clemente XI dichiarollo Theologo nella Congregazione della Disciplina Regolare, qual Carica non volle mai il Servo di Dio accettare, se non forzato dal comando del suo Confessore, che riconobbe in lui qualità molto distinte per esercitarla. E nell’esercitarla tal modo tenne, che può servir di esemplare perfetto ad ogni suo Successore. Nell’assistenza in essa egli sempre teneva le mani, e le braccia in forma di Croce sul petto, secondo il suo costume, ricoperte col mantello, onde non si vedeva mai gestire: parchissimo nel parlare, solito dire, che Ciò, che risponder potevasi con una parola, non dover replicarsi con due. Succedeva talvolta, che per far palese il bisogno della Riforma della Disciplina Claustrale, fosse riferita qualche fiacchezza di alcun Religioso, quali dalla gente inesperta si pretendono non solamente Santi, ma Santificati. Il Tomasi non dando mai orecchia a fatti particolari, senz’allegarne altre prove, insisteva maggiormente nel procacciarne il rimedio, che nel descriverne il male: e propose sempre, come adattissimo mezzo, che la Santa Sede invigilasse con vigore, non una sol volta, ma di continuo, affinché non si ammettessero nelle Religioni Novizj, i quali non dassero prove chiare di spirito vero, e sincero della perfezzione Evangelica, che fossero educati da Maestri, non di mediocre, ma di soda, e perfetta Virtù, in rigorosa disciplina, non per un anno solo, ma sin tanto, che fossero ben’esercitati nella osservanza esatta della propria Regola: sul qual punto egli si mantenne sempre cotanto fisso, e constante, che Fr. Francesco Maria Poggi Religioso dell’Ordine de’ Servi di Maria, e Vescovo di S. Miniato, il quale queste cose espone in giurata fede, che per venerazione di un tanto Servo di Dio, volle scrivere inginocchione, attesta, Nell’ultima Congregazione che a mio tempo si fece, avanti la Santità di nostro Signore Clemente XI ne parlò con tanto spirito, e con fervore sì grande, che il suo volto, che per ordinario era pallido, divenne come di fuoco, effetto, cred’io, del gran zelo, che haveva di vedere riformata ne’ Sacri Ordini la rilassata Disciplina. Così egli. Dal successo si scorge, che il vero Servo di Dio, tanto è tutta lingua in difesa del culto di Dio, quanto è tutto muto in offesa, e discapito del Prossimo. Nel tempo, che ho havuto l’honore, riferisce il Cardinal di S. Prisca Fr. Francesco Maria Casini, di trattare con lui avanti la nostra Promozione, singolarmente nell’occasione di convenire frequentemente alla Congregazione per la Riforma de’ Regolari, non ho veduto azzione, né udita parola, che non ispirasse pietà, religione, e spirito Ecclesiastico e Regolare. Era di erudizione profonda; ma non ne faceva altro caso, che quando era necessario per la consecuzione del fine spirituale, né mai fu udito proferir parola, che potesse accreditar la propria dottrina. Modestissimo nel proferire il suo Voto, senza che mai si opponesse all’altrui opinione, se non quando era necessario con l’autorità o de’ Concilj o de’ Padri, al sentimento de’ quali procurava accommodare l’altrui opinioni, con soavità sì ammirabile, che guadagnava gli animi senza muoverli ad amarezza: onde era tra’ Consultori venerato ogni suo sentimento, come d’Huomo dottissimo, ed illuminatissimo, e cagionava maraviglia vedere in esso tanta severità di vita osservante, e tanto compatimento dell’altrui debolezza; onde accoppiava a’ rimedj proposti tanta moderazione, e discretezza, che quanto venisse proposto, potesse riuscire pratticabile, senza rimanere sterile nella sola Idea: In spiritu lenitatis. Ma a persuadere la riforma era argomento più robusto il suo vivere, et il suo parlare: Veduto, edificava, e mostrava la virtù in sembiante sì amabile, che innamorava di lei: Io di me confesso, che la sua composizione mi serviva di un efficace rimprovero, e mi copriva di confusione. Povero, mortificato, humile, austero contro se stesso, compassionevole verso ogn’altro, onde all’udir la narrazione di qualche humanità, che talora la necessità delle Consulte obligava a riferire, se non poteva scolparla, la scusava con maniere discretissime, e li dava un’apparenza di compassione, e non di errore. Opinava con gravità, e con profondità: nel rimanente, e fuori delle occasioni parlava sì poco, e con tal riserva, che chi havesse con lui trattato senza conoscerlo, l’haverebbe creduto idiota. Così il Cardinal Casini. Nel medesimo tenore attesta Giuseppe Cardinal’Imperiale non men Prefetto della Disciplina Regolare, che Perfetto nella Ecclesiastica, e chiunque conobbe, e pratticò il Tomasi in Consultazioni ardue della Chiesa.
Lo stemma dei TomasiDal medesimo Pontefice fu quindi promosso alla Carica di Consultore de’ Sacri Riti, di Qualificatore del S. Offizio, e di Theologo parimente nella Congregazione dell’Indulgenze, dalle cui incumbenze non poté esimersi l’humile Servo di Dio, che conformossi con isforzo di rassegnazione alla volontà di quello, il cui Vicario obbligollo a ricevere questi honori com’egli allora tali Dignità, e Cariche sostenesse, e con quanta humiltà, e libertà di spirito esercitasse, udiamolo da tre insigni Personaggi, che di lui fanno attestazione egregia, e meritevole. Il primo si è Giuseppe Cardinal Vallemani, Soggetto commendabile, e consumato in prattica delle più riguardevoli Congregazioni di Roma, il quale testimonianza fa del Tomasi in questo tenore. Nella lunga amicizia, che ho havuta la fortuna di havere con la chiara mem. del Signor Cardinal Tomasi, dirò candidamente tutto quello, che sopra questa materia mi suggerisce.
Il motivo, che io hebbi di desiderare la di lui amicizia fu l’udire, doppo che fui honorato dalla san. mem. di Papa Alessandro VIII della Carica di Secretario della Sacra Congregazione de’ Riti, che non c’era in Roma Persona più perita, e che havesse fatto maggior studio nella vera cognizione, et intelligenza de’ Riti Sacri, e specialmente di quello, che si pratticava ne’ primi Secoli della Chiesa, del sudetto Signor Cardinale, allora P. Tomasi, ed essendo andato a trovarlo a S. Silvestro di Monte Cavallo de’ Padri Teatini, dove fece sempre la sua dimora, e contratta con esso una speciale amicizia, in molti congressi, che hebbi con il medesimo, fin che continuai nella sudetta Carica, trovai, che la gran fama, che li correva circa l’intelligenza di detta materia, ed ogn’altra appartenente alla Disciplina Ecclesiastica, specialmente circa la prattica della primitiva Chiesa, era molto inferiore alla verità, perché parlava di tutte le cose, spettanti alla Disciplina Ecclesiastica de’ primi quattro Secoli con tanta pienezza di cognizione, con tanta esattezza, e discernimento, come se in essi fusse vissuto.
La Virtù Christiana, e Religiosa, che conobbi nel medesimo in grado molto distinto, nel frequente trattare, che con esso feci da Segretario de’ Riti, mi fece bramare la continuazione della sua amicizia anco dopo fui fatto passare dalla san. mem. d’Innocenzo XII alla Segretaria dell’Immunità, e riscontrata in esso un’humanissima corrispondenza, di quando in quando andavo a trovarlo, e ne i longhi, e familiari discorsi, che seco facevo, oltre la profonda dottrina, e vasta erudizione, che trovai in esso di tutte le materie Ecclesiastiche, riconobbi, che possedeva tutte le Virtù Christiane, e Religiose in un grado molto superiore al comune degli altri Religiosi anco buoni, ed osservanti, benché usasse una somma attenzione in occultarle, e mai nel lungo commercio di tanti anni, che continuò fino alla sua morte, potei nelle sue azioni, o nelle sue parole osservare alcun difetto, benché minimo.Lettera di S. M. Crocifissa al fratello Giuseppe
La Virtù però, che eccitava più l’ammirazione, di chi con esso intimamente trattava, era quella dell’Humiltà. Questa li si riconosceva nello studio, che faceva di ricoprire con inesplicabile attenzione tutte l’altre sue Virtù Christiane, e Religiose, nel non poterli mai conoscere il minimo compiacimento della sua grand’erudizione, e dottrina, e delle sue Opere date alle stampe, che li hanno conciliato non solo le lodi, e applauso di tutti gl’Huomini dotti, et eruditi Cattolici, ma anco de’ Protestanti, che ammirano, et esaltano specialmente la modestia, e humiltà, che anco ne’ suoi Scritti si riconosce, che possedeva, e ch’è così rara almeno nel grado sublime, ch’egli haveva, fra gli huomini dotti, et eruditi. Nel sinciero, e forte abborrimento, che haveva a tutte le Dignità, onde sfugì tutte l’occasioni di farsi conoscere a i Sommi Pontefici, e a’ loro Ministri; sopra del qual proposito mi occorre di riferire il seguente caso. Desiderava sommamente la san. mem. d’Innocenzo XII di leggere qualche Libro, in cui si facesse la spiegazione de i Salmi, e havendogliene portato più di uno il Sig. Cardinal Gozzadini, allora Segretario de’ Memoriali, a cui ne haveva data l’incumbenza di trovarglielo, Sua Santità non rimase sodisfatto di veruno di essi. Communicò a me il Sig. Cardinale il desiderio del Papa, e io li proposi la spiegazione, che n’haveva fatta, e data alle stampe poco avanti il P. Tomasi, e havendola io appresso di me, donatami dall’Autore medesimo, la mandai immediatamente al Sig. Cardinal Gozzadini, col quale essendomi incontrato qualche tempo dopo, mi disse, che haveva subito portato a Sua Santità il detto Libro, e che quanto poco havevano incontrato la sodisfazione di Sua Beatitudine gl’altri Trattati, e Spiegazione de’ Salmi, che li haveva fatti vedere per avanti, altrettanto gli era piaciuta la Spiegazione del P. Tomasi, qual’era riuscita intieramente secondo il genio, e gusto di Sua Santità, specialmente, perché li pareva, che spiegasse con nettezza, e chiarezza il vero, naturale, e germano senso de i sudetti Salmi, e mi aggiunse, ch’era bene, che l’Autore andasse bacciare i piedi al Papa, e farlisi conoscere di persona, e che se havesse desiderato nessuna grazia da Sua Beatitudine, glie la domandasse pure liberamente, perché era certo, che glie l’haverebbe fatta. Io risposi, che circa il persuaderlo di portarsi a’ piedi di Sua Beatitudine gli l’haverei insinuato, e consigliato, ma con poca speranza di poterglielo persuadere, ma quanto all’altro di persuaderlo a domandargli grazie, non haverei ardito né anche a cennarglielo, perché m’era ben noto, quanto era grande l’abborrimento da ogni Dignità, e da ogni impiego, anco della sua Religione, non che dagli altri, che a i Religiosi più dotti suol dare la Sede Apostolica, con impiegargli al servizio della medesima, o per Consultori de’ Riti, o Qualificatori del S. Offizio, o in altre consimili materie Ecclesiastiche. Procurai poco dopo di vedere il P. Tomasi, e havendoli raccontato tutto quello, che mi era successo circa il suo Libro, e havendoli fatto conoscere, che era conveniente, che andasse a baciare i piedi a Sua Santità, che s’era tanto compiaciuto della lettura del medesimo, non fu possibile d’indurcelo.
Nell’Inverno precedente alla sua Promozione, che seguì il Maggio susseguente, essendo capitato da me il detto P. Tomasi, che era stato da Nostro Signore, per la stima singolare, che haveva delle sue Virtù, fatto di proprio motivo molti giorni avanti Consultore de’ Riti, l’interrogai sopra qualche Causa di Canonizzazione, che pendeva nella sudetta Congregazione, alla quale io da più anni non ero potuto intervenire a causa de’ miei mali, che specialmente mi tenevano incommodato nell’hore della mattina, nelle quali si suol sempre fare la detta Congregazione, ed esso mi rispose, che li era convenuto da molto tempo di lasciare affatto detta Congregazione, perché provava una tal debbolezza nelle ginocchia, che non poteva più reggersi in piedi, e temeva di non poter calar più né anco in Chiesa a dir Messa. Ma havendo veduto, e saputo, che essendo stato fatto poco dopo Cardinale, e obligato dal Papa ad accettare tal Dignità, non ostante tutti i noti sforzi, che facesse per ricusarla, interveniva a tutti i Concistori, e Congregazioni, nelle quali fu messo, liberamente, e senza che almeno si conoscesse, che ne provasse molto incomodo, e patimento, io formai giudizio, che il P. Tomasi havesse potuto havere qualche sentore dell’intenzione del Papa di farlo Cardinale, e che per divertirlo da tal pensiere, studiasse di farsi credere molto più incommodato di quello, che era, dalla debolezza delle ginocchia, e incapace a poter servire la Santa Sede nelle Cappelle, ne i Concistori, e nelle Congregazioni, e obligato a passare il restante della sua vita senza poter’uscire dalla sua Camera, e in conseguenza affatto inutile al servizio della Santa Sede.
Così il Cardinal Vallemani.
Gio. Battista Piart Procuratore Generale de’ Canonici Regolari della Congregazione del Salvadore, venuto dalla Lorena a Roma per l’affare della Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Pietro Forerio Riformatore, e Generale della sua Religione, in occasione di trattar col Tomasi, ch’era allora Consultore de’ Riti, dice cose tali in una Relazione, ch’egli lasciò scritta, che il minor Titolo, che gli dà, si è quello di Caelestum Virum, che ad omnium Virtutum Christianarum apicem proxime attingit: Sanctum, cujus fama in Gallia, et Germania percrebuit: Verum exemplar Sanctioris veteris disciplinae, in moribus, et doctrina, cui mundus vere crucifixus erat, et ipse mundo, del cui Voto nella Congregazione de’ Riti soggiunge, Cujus Votum prae omnibus maximi ponderis esse coram Summo Pontifice probe noveram, e in tal congiuntura descrive il suo accesso a lui nella conformità, che siegue. Ipsum igitur adivi, tunc in Monte Quirinali apud Sanctum Sylvestrum commorantem, meque summa cum humanitate, et charitate excepit. At reluxit praecipue mihi in eo usquequaque profunda humilitas, quam ore, gestu, habituque totus spirabat. Et ex ipsa meae erga ipsum sincerae venerationis signa vix attendere voluit, nec iis, nisi repetitis capitis, et corporis summissionibus, respondit, sed sermonem ex industria alio statim vertit, meque diversa interrogavit, quae me ipsum, aut meum Ordinem unice spectarent, ex quibus ut de Venerabili Petro Forerio dissereremus, causam sumpsi; sed ille parce admodum de ipso fatus est, sciscitatus fere solum, Num novae praeter jam ante traditas scripturae essent super Servi Dei Virtutibus, quodque eas diligenter esset lecturus.
Ad id nihil ultra rescriptum fuisse respondi; at sollicitum me solummodo esse, num Reverendissimae ejus Paternitati occurrissent novae difficultates circa haeroicitatem virtutum ejusdem Venerabilis, aut responsum satis fuisse veteribus, ipsi videretur; Et circa utrumque plane siluit, nec nisi post morae paululum adjecit; Legisse se scripturas, lecturumque esse quascumque occurrerent. Ex qua dicendi parcimonia satis haesi timens, ne forte minus foeliciter de dicta haeroicitate sentiret, unde aperte rogavi, ut si quid contra ipsam ei in mentem venisset, dignaretur aperire, sicque locus esset solvendis difficultatibus.
Nihilominus ille iterum inclinato solummodo capite, et vultu satis benigno, siluit, quamvis momenta satis valida, ut mihi videbatur, proferrem, quibus induceretur, ut roganti, vel assertive aliquid, vel negative responderet. Ex quo in me crevit tanto major anxietas, quod nihil spes remanere crederem causae, quam gerebam, si Voto tanti Viri coram Summo Pontifice careret.
Hinc igitur eo excessi audaciae, ut propugnarem, licet modeste, Consultores super hujusmodi dubiis, quantum rebar non modo posse, Causarum postulatoribus exurgentes sibi difficultates declarare, verum ad id etiam teneri; Cui nihil quoque respondit, sed leviter versis ad me occulis, iisque modestissime simul cum capite, et humeris paululum inclinatis, quasi excusare se mihi visus est, si super hac re plura non loqueretur, adeo eorum, quae ad Congregationes spectabant secreti Religiosus, et fere scrupulosus custos erat. Quod in me ipso reputans, ne ultra urgerem, obtinui bene ratus, Virum adeo doctum, et sanctum de alio prorsus sibi simili non nisi foeliciter sentire posse. Quare paucis aliis inter nos dictis aliis de rebus, ei vale dixi, et me urbanissime usque ad viam publicam, quamvis ne id faceret, insisterem, eduxit. Interim vero observavi ipsum veste talari, vulgo
Cimarra indutum non modo valde detrita, ac decolorata, sed prorsus, et quasi de industria lacera, tantus erat ipsius amor humilitatis, paupertatisque Religiosae. Habita itaque aliquanto post Congregatione Generali Rituum coram Summo Pontifice super Virtutibus Ven. Petri Forerii, casu, sed certo didici, totum pro eodem stetisse Reverendissimum P. Thomasium.
Sed cum aliqui alii Consultores ancipiti modo vota sua dixissent, jussissetque idcirco Papa, idem dubium rursus in alia Congregatione referri, scilicet anno 1710 in hac non modo constanter se habuit pro Ven. Petro, sed ut probe scivi, cum aliquos in adversam partem ire, lectis votis, coram Summo Pontifice audivisset, et quidem ex motivis prorsus insufficientibus, ut ex decreto Sanctissimi, brevi, ut speratur, secuturo patebit, Thomasius omnium sane ejusdem Congregationis Consultorum decus maximum, zelo gloriae Dei, ejusque Servorum, necnon intima Sanctitatis Petri Forerii persuasione motus, ita doluit, ut in abundantes lacrymas proruperit, nec ab iis tota Congregatio temperare valuerit.
Così egli. Circa poi la libertà di spirito, con cui senza accettazione di Persone, o distinzioni di materie, proferiva nella Congregazione il suo sincero sentimento, ne sono pieni li Processi di attestazioni, che lunga cosa sarebbe il riferirli. Ulisse Gozzadini allora Canonico di S. Pietro, e esaltato poscia al Cardinalato di Santa Chiesa, rapporta caso raro del Tomasi, il quale richiesto del suo parere, per darlo sincero, non dubbitò darlo disgustoso, non solamente a Chi ricevello, ma eziandio in un certo modo non convenevole verso quel Sovrano Benefattore, che di fresco nobilitato l’haveva con sì illustri Cariche nella Chiesa di Roma: Ecco le parole del Cardinal Gozzadini, che portano seco connesse il racconto, e la lode di questo fatto: Havendo io concepito grandissima stima, e venerazione del P. T. Tomasi, mi prevalsi della bontà, che mostrava per me per consultarlo sopra la prima lezione, che come Canonico Theologo dovevo fare in S. Pietro, e che egli mi fece annotazioni, quali potevano sperarsi dalla sua elevatissima mente, e perché io havevo eletto per argomento l’Epistole di S. Pietro, egli mi somministrò prontamente una puntualissima autorità, o sentenza in prova, quanto convenisse lo spiegare l’Epistole di S. Pietro nella Basilica Vaticana. In prova poi della sua moderazione, e quanto fosse alieno dalle cose del mondo, mi consigliò (e io mi conformai al suo parere) mi consigliò, dico, a levare, quanto io havevo posto in detta Lezione in lode di Nostro Signore Regnante, poiché se bene egli diceva, che Sua Santità era degna di quella, e di maggior commendazione, pure stimava non convenire in una Sacra Lezione mescolare cosa alcuna, che si scostasse dall’argomento, e che, per così dire, sapesse di Corte. Accuso io in contraposto la mia humanità, e debolezza, che l’eseguii mal volentieri, ma pur lo feci ciecamente, perché haverei creduto eccesso il recedere dal suo sentimento. Così egli.
Ma dalle Cariche passiamo alle Virtù del Servo di Dio, le quali maggiormente lo nobilitano, che qualunque grandezza esteriore d’honori.


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