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D E L L A V I T A

Del Ven. Cardinale
D. GIUSEPPE MARIA
D E T O M A S I
 
CAPITOLO PRIMO

Parenti, Nascita, Educazione, e Studj di D. Giuseppe
Maria de Tomasi, fino all’età di quindici anni.

vviene a Noi ciò, che avvenir suole a chi colà pesca perle nel mar d’Oriente, ove il rinvenirne una è tal’indizio di molte, che rare volte va esente dall’esser sommamente dovizioso, chi sol comincia ad esser ricco. Piacque a Noi negli anni decorsi, cioè un mese doppo la morte del Venerabile Servo di Dio il Cardinal de Tomasi, di scrivere in breve, e succinto racconto di questo santo Personaggio la Vita, e con la cognizione di poche notizie, atte più tosto ad indicare al mondo le sue heroiche Virtù, che a palesarle, riportar fortunatamente in su, come dal fondo di profondo Pelago, qualche preziosa contezza del di lui Apostolico vivere, quando appena ricchi di poco, siamo divenuti così smoderatamente abbondanti di molto, che il già detto può più tosto dirsi argomento dell’Opera, che Opera, in riguardo di ciò, che siamo pur’hora per riferire: onde a Chi leggerà questo nostro Libro, sembrar possa di leggere un’Historia di meraviglie, che forse sarà una meraviglia fra le Historie. Tanto risplenderanno esimie le di lui azioni nel Principato della paterna Casa, nel convitto della Religiosa osservanza, e nella sublimazione, a cui Dio sollevollo, della Cardinalizia grandezza. Dunque se gran fortuna degli Scrittori si è il descriver cose nobili, e grandi, dalla cui narrazione alla loro Historia provenga quella gloria, che per altro son solite dar le Historie alle altrui imprese, Noi certamente nel descriver la Vita del gran Servo di Dio il Venerabile Cardinal D. Giuseppe Maria de Tomasi, prima di prender la penna in mano, innalziamo al Cielo le mani, e genuflessi ringraziamo il Dio delle Virtù, che ci propone un Soggetto, che per rappresentarlo ammirabile nelle Virtù, basta farne perorare il solo nome nel Frontispizio del Libro. Tanto n’è nota la fama della bontà, sorprendente l’esempio della condotta, e degno più tosto di essere invidiato, che compianto il felice, benché intempestivo passaggio, che da questa vita temporale egli a’ giorni nostri ha fatto all’eterna.
La riferiremo dunque con quella medesima schiettezza, con cui egli la visse, senza contaminazione d’ingrandimento, onde commutar giustamente si possa. Chi prende l’assunto di scriverla, in vergogna la gloria, con certezza d’infamia, e senza speranza di fede. Conciosiacosache ritrovandosi Noi tanto alieni dall’adulazione, quanto lontani dalla necessità di adulare, consequentemente ci reputiamo lungi da ogni pericolo, che o l’appetito di lusingare chi già è defunto, ed è fuori del nostro Mondo, c’induca ad alterare il vero, o il timore di non offendere, a tacerlo: Estremi egualmente viziosi, e all’Autore che scrive, e al Soggetto di cui si scrive.
E primieramente per soddisfare all’humana curiosità, la quale sempre è cupida di sapere le cagioni de’ grandi effetti, e i fonti de’ maggiori fiumi, avanti di entrare nella materia proposta, convien riferire, quali fossero li Parenti del nostro D. Giuseppe, et a quanto eccellente grado di Christiana Virtù montasse lo splendor de’ loro Natali, onde nelle vene de’ Posteri si propagasse poi uno spirito di così consumata perfezione, che rare altre Famiglie certamente, a cui si congiunga la grandezza del Principato, e l’affluenza delle ricchezze, pari ad essa rinvenir si possano ne’ secoli trascorsi, o contarsi ne’ presenti, o dalla sola benedizione di Dio sperarsi ne’ futuri: in modo tale che a lei convengono con distinta appropriazione gli elogj dello Spirito Santo Filii Sanctorum sumus, e, Beata gens, cujus est Dominus Deus ejus, Populus, quem elegit haereditatem sibi.
Carta della Sicilia all'epoca della nascita di S. Giuseppe Tomasi

La Famiglia de’ Tomasi per discendenza di sangue, per Signoria di Stati, e per numero di Cavalieri pregiatissimi, degnamente si annumera fra le principali dell’Italia dal Zazzera, dal Sansovino, e dal Compositor dell’Historia Laneburgense. Se ne riferisce l’origine all’antichissima Romana Leopardi passata in Costantinopoli coll’Imperador Costantino, e quindi doppo la morte di Heraclio trasferita in Ancona da Giustino, e Artemio Fratelli gemelli; onde pervenne la mutazione del Casato permutato da Leopardi in quello di Tomasi, che in lingua Greca par, che suoni il medesimo, che Simili, o Gemelli.
Da Ancona propagata in Siena, fu quindi costretta ricovrarsi in Capua sotto la protezione del Re Alfonso, bandita da’ Fiorentini dallo Stato della Toscana per collegazioni fatte con Filippo Maria Visconti Duca di Milano, e con Alfonso Re di Napoli, inimici della loro Republica. Da Capua portossi Mario Tomasi in Sicila con Marc’Antonio Colonna eletto Vicerè di quel Regno dal Re Filippo Secondo di Spagna, ove sposossi con Donna Francesca figlia, e herede di D. Ferdinando Caro, Barone di Monte Chiaro, onde i Discendenti per titolo di grata corrispondenza aggiunsero al proprio Casato Tomasi quello di Caro. Filippo IV Re di Spagna fa distinta menzione del merito di queste due insigni Famiglie in un Privilegio, che spedì in Madrid sotto li dieci di Decembre 1636 a favore di D. Carlo Tomasi, al quale quel Monarca conferì il Titolo di Duca di Palma. Ma queste illustri testimonianze di splendidi Antenati, sono pregj altrui, e non proprj, d’onde al nostro D. Giuseppe provenne più tosto chiarore, che qualità divota di bontà di sangue. Ciò, che più degnamente commendare insieme, e ammirar di deve, si è haver esso per disposizione del Cielo sortito un Padre, una Madre, un Zio, un Fratello, e una Sorella, tutti e cinque di così sublime perfezione Christiana, che di essi ne corre per le mani di ogn’uno stampata la Vita, con quell’applauso che ridondar può ad una Famiglia, in cui giustamente cada la lode dovuta alla Generazione de’ Giusti.
D. Giulio Tomasi Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone di Monte Chiaro, e Cavalier di S. Giacomo, e D. Rosalia Traina furono i Genitori di D. Giuseppe, ambedue di costumi così incorrotti, e Angelici, che a chi ne volesse scrivere l’Heroiche Virtù, sarebbe d’uopo descrivere la Vita di due Santi. Di D. Giulio la scrisse Biagio della Purificazione Carmelitano Scalzo, e Historico Generale del suo Ordine, e di Donna Rosalia Girolamo Turano Canonico della Cathedrale di Girgenti, inserita ne’ primi Capitoli di quella da esso scritta della Venerabile Suor Maria Crocifissa Figlia di lei, della quale converrà spesse volte far degna commemorazione in questo Libro.
Fratello di D. Giulio fu D. Carlo, nato Primogenito, ma che rinunziata a D. Giulio l’ampia Primogenitura, visse, e morì nella Congregazione de’ Chierici Regolari Teatini, Autore di settantatré Libri, cinquantasei dei quali si viddero impressi nelle Stampe, ma molto meglio nel suo animo, con la prattica di quegli aurei divoti insegnamenti, ch’ei divisò con la penna in quei volumi. Conciosiacosache nella gran Corte di Roma, ove dimorò, fu universalmente acclamato per Religioso di consumata perfezione, di cui se ne legge con ammirazione la Vita stampata, e descritta da D. Gio. Bonifacio Bagatta Sacerdote della sua medesima Religione, che con pari eloquenza, e divozione dà, e riceve gloria dal suo Venerabile Compagno.
Fratello del nostro D. Giuseppe, e respettivamente figlio di D. Giulio fu D. Ferdinando de’ Tomasi, a cui D. Giuseppe, come si dirrà, rinunziò anch’esso il Principato, e la Casa, ch’egli amministrò con tanta benignità verso i Vassalli, con tanta humiliazione di se medesimo, e con tanta unione con Dio, che meritò di essere come svelto sa questo Mondo, e traspiantato in Cielo nella sua florida età di ventun’anno, Sposo in terra di poc’oltre a quindici mesi, ma commendato doppo morte con prodigiosi avvenimenti dal Cielo, come si narra nella sua Vita scritta dal medesimo Compositore di quella di D. Giulio suo Padre.
Oltre al laudato Fratello hebbe il nostro D. Giuseppe quattro Sorelle, quali tutte si consagrarono a Dio nel nuovo Monasterio di Palma per esse fondato dal Duca loro Padre, tre delle quali sempre vissute con egregia pietà, hora rilucono per segnalata humiltà fra gli splendori della Paterna Grandezza; E la quarta, che fu la seconda in ordine all’età, e che chiamossi Suor Maria Crocifissa, La sorella Isabella, Suor Maria Crocifissamorta già in alto concetto di Santità, gode presentemente il titolo di Venerabile, e l’universale applauso de’ Popoli, per ciò che di sorprendente di lei si narra nella sua Vita divulgata con le stampe, e prodotta ne’ Processi formati nella Sacra Congregazione de’ Riti per la di lei Beatificazione dal sopranominato Turano.
In questa scuola di santità, Figlio, Nipote, e Fratello di santi Parenti fu educato D. Giuseppe, che nato in Alicata Città della Sicilia, che poi per qualche tempo fu Feudo de’ Tomasi, nel giorno di Domenica 12 di Settembre dell’anno 1649 fu battezzato nella Chiesa Matrice col nome di Giuseppe Maria, ch’egli sempre tuttavia ritenne, eziandio nella variazione dello stato Religioso, per una distinta obbligazione, che sempre professò a quel Patriarca, al quale D. Giulio suo Padre, e Donna Rosalia sua Madre si erano caldamente raccomandati, affinché doppo tre Figlie femmine concedesse loro un maschio in propagazione, e sostegno della Casa. Esaudite dunque le loro preghiere, ne fu inesplicabile il contento, che generosamente dimostrarono con larghe elemosine, e con spargimento di monete fra il Popolo, che innocentemente acclamò allora nel Bambino successione, e Successori al Principato, quando con occulto, e alto disegno era destinato il Fanciullo da Dio ad altre maggiori glorie in ornamento, e decoro della Chiesa. E come che il precipuo frutto dell’Historia si è il notificare alla Posterità non tanto le Persone, e le opere grandi, quanto li principj piccoli, da’ quali, come da tenuissimi semi, sono germogliate le loro grandezze, quindi è, che non sarà fuor del pregio dell’opera il rapportare, che anche nelle fascie risplendessero in lui quei lampi di divozione, dalla quale poi diede saggi così grandi nell’età più adulta. Conciosiacosache, benché nei primi anni della sua infanzia, quando la ragione sta come nascosta, e addormentata, e per l’opposto la porzione irragionevole, e sensuale dell’huomo in tutto comanda all’homo, nel nostro piccolo bambino fra le innocenze di quell’età sfavillavano qualche volta lampi d’intelligenza, e baleni di discorso, che dinotavano una non so qual grandezza di luce superiore, come se quell’anima impaziente fosse di veder la sua ragione rattenuta in ceppi, desiderandola in libertà per impiegarla tutta in servizio del suo supremo Fattore. D. Rosalia sua Madre, Dama egualmente pia; ed eccellente in quelle virtù, che a Madre di Famiglia propriamente convengono, giudicando conveniente, che Chi dà a’ Figli l’essere, habbia ancora il merito di haver loro dato il buon’essere, fu la prima maestra a D. Giuseppe di perfetta educazione: Onde essendo ella solita nelle Vigilie di Nostro Signore dar lauto pranzo ad alcune Povere, alle quali parimente ne’ Venerdì di Marzo, e nel Giovedì della Settimana Santa lavava, e rasciugava li piedi, come se l’uso della ragione havesse anticipato, per così dire, la tenerezza degli anni, il piccolo D. Giuseppe in braccio alla Nutrice, quasi animato dall’esempio della Madre, con impeti puerili, tanto si dimenava, e tanto si dibatteva, che al fin senza parole dava ad intendere, voler anch’esso, esser messo a parte del merito contratto dal suo sangue, e non mai si quietava, fin tanto che non gli si ajutava a sostenere nelle mani qualche piccolo Tondino, o qualche Pannicello, co’ quali si spingeva tutt’allegro verso i Poveri, o al servizio della mensa, o al pietoso uficio della lavanda de’ piedi: Cosa, che intenerì bene spesso la Madre, e gli Astanti, che fecero quindi argomento, quanto ben’egli succhiasse allora col latte la divozione. Ma ciò, che meglio applicar puossi a sortimento d’anima buona, che ad accorgimento di virtuosa educazione, si è, che il nostro D. Giuseppe ancor tenero di pochi mesi, ristretto nelle fascie, e consequentemente incapace anche de’ primi barlumi di quella cognizione, che comincia a far’esser l’huomo ver’huomo, tuttavia cosa operasse in quella immatura età, onde come da lontano dasse maturi segni di quella Verginal pudicizia, di cui poi in tutta la sua più adulta vita raccontaremo meraviglie non men sorprendenti, che rare. Depongono con fede Testimonj autentici, e presenti al fatto, che quando occorreva, che la Nutrice, o altra Donna baciasselo, non solo egli subito dava in dirottissimo pianto, e in sì strane guise cercava, come sputar dalla piccola bocca il bacio, ma appena liberate dalle fascie le mani, graffiavasi così spietatamente quella parte, ov’era stato impresso quell’innocente merco d’amore, che ne rimanevano rubiconde, e poco men che lacere le guancie, quasi lavar volesse col sangue quell’onta, che gli era stata fatta per giusto, e natural compiacimento, e non per sdegno. La madre del Santo, Rosalia Traina in una immagine dopo il suo avvio al conventoAnzi cresciuto in età, nella quale in bocca balbuziente né pur la parola è tutta, quando a lui alcuna Donna avvicinavasi per accarezzarlo, egli tutto, anche da lontano, raccapricciavasi e contorcendosi come a preveduto affronto, con alterata, e mal formata voce alzava al Cielo le strida, e diceva, Non bacio femmine, non bacio femmine. Indizio evidente di quell’Anima buona, che haveva nel suo nascere sortito dalla beneficenza del Cielo. Ma non così tosto liberossi da’ legami delle fascie, che si notarono in lui moti più straordinarj di pietà, e presto gli si riconobbe nel volto beltà, e modestia, nel tratto affabilità, e compostezza, e nel parlare più tosto inclinazione al silenzio, che moderazione nelle parole; onde prestamente tutti si avvidero, quanto inimico fosse de’ trastulli puerili, e quanto questi primi abbozzamenti d’eroiche virtù promettessero col crescer degli anni sorprendenti, e grandi li progressi, e presagissero future meraviglie della sua vita, quando si fosse Dio degnato condurla ad anni più maturi. Haveva egli capelli lunghi, e biondi, che a maraviglia si confacevano alla sua faccia vermiglia, e bianca: non volle mai, che altra Donna li pettinasse, fuor che la Madre, o la Nutrice, o la Sorella sua maggiore, e quasi disdegnasse l’avvicinamento spesso anche di esse, pregavale a legarglieli strettamente in treccia, acciocché quindi pronta, e nuova occasione non sorgesse di replicato accesso a quel pietoso, e dovuto uficio. Gli ornamenti puerili, de’ quali talora egli veniva abbellito da Chi cura haveva di vestirlo, erano a lui di sì grave molestia, che non, se non per espressa obbedienza de’ Genitori, comportava il portarli, e acciò che ne fusse palese il cordoglio, nell’uscir dalla Casa nascondevali, come vergognandosi fin d’allora di quelle innocenti vanità, che tanto santamente hebbe poi in horrore in ogni stato della sua Vita. Mostravasi vago di andar vestito di quel colore, che usano li Sacerdoti nelle loro quotidiane funzioni, e perché non glie n’era permessa l’osservanza, se non nelle sole calzette, ordinava all’Aja fin dalla sera, che quelle del tal colore gli preparasse, di cui erano adorni gli Altari, e li Sacerdoti nelle Chiese. Cosa invero miracolosa più tosto, che maravigliosa si era, che egli in sì tenera età dimostrasse inclinazione così ordinata, e intensa alli Riti Ecclesiastici, de’ quali naturalmente il di lui intendimento né pur era capace di distinguerne la diversità, e il misterio. Costumando il suo Maestro D. Felice Focolari, che fu poi Arciprete del Duomo di Palma, di portar la Corona Clericale in testa non tanto grande, quanto vien prescritta dalle sacre leggi, D. Giuseppe ne avvisò il Barbiere, acciò nel raderla, facessela più ampia: il che dando motivo a D. Felice di maravigliarsi, e di richiederlo di tal novità, rispondesse il Barbiere, Tal esser avvertimento di D. Giuseppe, che havevagli detto, Così prescrivere le Rubriche: onde con piacere il Maestro raccontò ad altri il successo, godendo del suo Scolare. Poco più oltre passava li tre anni di età, quando da Palma portatisi li Genitori a Palermo, di altro il piccolo Fanciullo non pregolli, che di fargli cuscire a misura della sua statura tutti gli habiti necessarij alla celebrazione della Messa, de’ quali compiaciuto, ogni giorno in hora determinata vestivasi, e convocate le Sorelle, e il Fratello, avanti di esse con gran divozione faceva il piccolo Sacerdote della Casa. E se dalla Casa convenivagli portarsi con la Madre a qualche Monasterio di Monache, egli nell’entrarvi, subito vestivasi di Cotta, e berretta, e luogo prendendo in disparte, invitava le Suore ad una ad una, come a confessarsi da lui, e quindi vestitosi de’ suoi piccoli paramenti Sacerdotali, con tanta attenzione, e osservanza di Ecclesiastiche cerimonie recitava le Orazioni solite a dirsi da’ veri Sacerdoti in quella sacrosanta funzione, che ne rimanevano per lo stupore estatiche le Madri, considerando che per render vero quell’atto, altro nel rappresentante non mancava, che l’Ordine sacro, e l’età. Il Monastero di PalmaCiò fatto non voleva più lungo tempo dimorare nel Monasterio, ma fuori uscivane, attendendo l’esito della Madre. Ma siccome una pianta benché gentile, e nata in regio Giardino tosto insalvatichisce, se non si coltiva, così confessar si deve, che, benché l’indole di questo santo figliuolo fosse derivata dall’ascendente d’illustri, e santi Genitori, e capace fosse ricevere ogni più bella impressione della grazia di Dio, tuttavia molto cooperasse l’industria d’ottima educazione o a farlo, o a mantenerlo tale, quale finora fu rappresentato, e descritto. Fra gli altri documenti, co’ quali il Duca allevava la sua famiglia piccola, uno si era, che appena li Figliuoli si ritrovavano atti ad articolar le prime parole, accostumava di fargli dire Muoja il peccato, e viva Dio, e mentre eglino proferivano Muoja il peccato, voleva, che con un piede percuotessero la Terra, per dinotar che lo calpestavano, e come gli schiacciavano la testa. Era spettacolo di ammirazione insieme, e di giusta laude al Cielo, il veder, come bene tal’insegnamento apprendesse il nostro D. Giuseppe, e con quanta assiduità, e zelo ne ripetesse quasi in ogni angolo della Casa la prattica. Correva spesso per le Anticammere, e per le Sale, e o Huomini, o Donne incontrasse, o gente cognita, o straniera, o serva, o congiunta, in appena vederle, correva loro avanti, e come se colà ebrio si portasse di amor divino, impetuosamente alzava, e sbatteva il piccolo piede, e tutto fuoco nel volto, Muoja, diceva, il peccato, e viva Dio, e in così dire rimaneva attonito di sguardo, e immobile di corpo come se molto più dir volesse, di quanto diceva; con meraviglia di quelli, che considerarono più preziose, e pregievoli le operazioni da Vecchio in un Fanciullo, che spregievoli non sono le operazioni di Fanciullo in un Vecchio. Perseverò egli nell’attitudine di questi moti, fin tanto che non tinse a lui le gote quella modesta verecondia, che raffrenar suole nell’estrinseco portamento anche gli atti virtuosi: Poiché allora avvantaggiatosi nei sette anni, avvantaggiossi in lui con più cautela l’inclinazione alla pietà, e con passo eguale egli camminò nell’età, e nella disciplina; E primieramente concepì tant’horrore alla bugia, che conforme agl’insegnamenti del suo divoto Padre era solito dire, Che i bugiardi erano figli del Diavolo, onde a lui fu applicata per virtù quella, che ne’ Putti dicesi semplicità, poiché dalla sua bocca non uscì mai parola senza il fondamento del vero: qual costume, come si dirrà, egli mantenne ancora in tutto il rimanente di sua Vita. Il Padre una volta sgridò D. Ferdinando, perché gli disse, Signor Padre, è qui un Cieco, che gli vuol parlare. Ammonendo il Duca l’incauto Figlio a non mai indicar le Persone da’ loro difetti. Convertì D. Giuseppe a suo vantaggio la fraterna ammonizione, e volendo dinotar qualcheduno, il cui nome a lui era ignoto, servivasi più tosto di contrasegno decoroso, e bello, che di distintivo odioso, o di difetto, riducendo ogni sua parola, e ogni suo detto alla norma del vero, commisurato col conveniente, e con l’honesto.
Quindi era, che riteneva composti tutti gli atti con tal freno di riverenza, e di rispetto verso tutti, che commettendo alcuna volta qualche piccolo mancamento, proprio dell’età fanciullesca così ammaestrato dal Duca suo Padre, se ne andava incontanente avanti qualche sacra Immagine, e quivi genuflesso si percuoteva il petto con la mano, ed essendo il mancamento di contesa, o di sdegno puerile verso il suo Fratello, o qualche sua Sorella, correva subito a domandargliene perdono, rivocando il mal fatto, o il mal detto con profonda humiliazione. Insegnamento da lui appreso ne’ divini libri di San Francesco di Sales, del cui dolcissimo spirito inaffiava il suo bell’animo con la lezione di essi, che furono i primi su’ quali egli imparò non meno il regolamento del leggere, che quello del vivere. Gran mercè del bel dono, ch’egli haveva ricevuto da Dio di tal tempra d’animo, che fin d’allora in lui si apprendeva ogni abito di pietà, onde leggendo que’ Libri infiammavasi di quegli affetti, che importava la qualità delle parole, havendo nella varietà di essi sempre uniforme la divozione. Onde maraviglia non è, che crescendo in età, crescesse in lui così abbondantemente la grazia dello Spirito Santo, che faceva rimaner confusi il Duca, e l’Ajo, allor quando egli tornando dalle Chiese motivava loro dubj tali sopra le Prediche da esso udite, che fin d’allora in quei dubj medesimi pareva più tosto maestro, che scolare. Donna Isabella (che così chiamavasi nel secolo Suor Maria Crocifissa Sorella di lui maggiore) preselo ad instruire, insegnandogli, come far si dovesse ogni sera l’esame della coscienza: e il Giovanetto D. Giuseppe si dimostrò cotanto innamorato di quel proficuo esercizio, che ne aspettava l’hora, come se andar dovesse ad un sontuoso Festino, e la Sorella, che in disparte insieme con lui era solita farlo, acciò che altri non si avvedesse della loro divozione con quel subitaneo ritiro, venutone il tempo, divisonne col Fratello un segno, da essi solamente inteso, ed era questa parola Naxima, che con lettere tramutate rende nella significazione Siciliana lo stesso, che Esame. Il padre, Giulio Tomasi, detto il Duca SantoLa medesima Sorella assicurata dal Padre della fabbrica a suo riguardo del nuovo Monasterio in Palma, impaziente della dimora, e preludendo con apparenti giuochi al serio fine da lei bramato, spesse volte si conduceva in rimota stanza, e quivi disponeva la Clausura, vestiva con apposti arazzi le mura, figurava le Grate, disegnava la Chiesa, e quant’altro bisognasse ad un ben regolato Monasterio: Faceva governare in grado di Maestra una sua Sorella, e essa, e le altre due constituivano la religiosa Famiglia: De’ due Fratelli, D. Giuseppe Maria era il Cappellano, e D. Ferdinando il Sacrestano. Con disposizione di quest’ordine ella vi si racchiudeva dentro, e facendosi merito del passatempo, pratticava con tutt’applicazione negli scherzi puerili il ritiro, il silenzio, e l’ubbidienza, mentre il nostro D. Giuseppe da finto Cappellano divenendo vero Predicatore, sermoneggiava alle sue piccole Monache in sì alto grado di sentimenti Religiosi, che, chi udivane da qualche nascosta parte il contenuto, non poteva non ringraziare il grand’Iddio, che rendendo eloquenti le lingue de’ Fanciulli, sì bello spettacolo rappresentasse in diversi prospetti a gli Angeli, e agli huomini, al Cielo insieme, e al Mondo.
Ma questi furono più tosto divertimenti, che esercizj spirituali, e se pure i divertimenti divampavano in atti sì riguardevoli di religiosità, che dirremo di quelle divozioni, in cui tutto D. Giuseppe si raccoglieva e con lo spirito in Dio, e con l’animo in se stesso? Giunto all’età, in cui fu capace secondo il costume della Chiesa del Santissimo Sacramento dell’Altare, non può ridirsi il sacro fuoco, di cui tutto avvampò quella prima volta, e sussequentemente le altre di otto in otto giorni, in cui sì grand’Hospite riceveva nell’Anima sua, e quanto dimostrasse nella composizione estrinseca del volto la ritiratezza, e distinzione di quel dì, nel qual’egli si communicava, non attendendo ad altri esercizj, che a visitar Chiese, o a servire Infermi sotto la direzione del divoto Duca suo Padre, che continuamente riceveva, e dava alla sua piccola Famiglia stimoli efficacissimi al ben’oprare. Alla riverenza verso il Figlio aggiungevasi quella verso la Madre, ed era in lui singolare l’ossequio alla Santissima Vergine, recitandone ogni sera col Duca suo Padre, e tutta la Corte, oltre ad altre Orazioni, il Rosario, del qual costume fu poi sempre tenacissimo fino alla morte: anzi accadendo, che ritorno facesse la Duchessa sua madre da Palermo a Palma, e divertendo per la strada del Mare il cammino, affin di visitare la miracolosa Immagine della Beatissima Vergine di Trapani, D. Giuseppe gradì di esserle presentato avanti in habito di piccolo Pellegrino, con mozzetta di cuojo su le spalle, e bordone in mano, mendicando il merito di longo, e stentato Pellegrinaggio da quella ossequiosa moda di vestimenti: E di questa sua rispettosa osservanza verso la gran Madre di Dio diede egli nuovi, e pubblici contrasegni, allor quando giunto a Palma, e per il gettito de’ fondamenti della Chiesa Maggiore ricavar dovendosene la terra, il nostro D. Giuseppe portonne con molto suo piacere su le spalle alcuni schifi ben pieni, in riverenza del Figlio, e della Madre, che venerar dovevansi in quel sacro Tempio, non senza edificazione, e lacrime degli astanti, che in quei materiali fondamenti considerarono, in quant’alto edificio di perfezione Evangelica crescer dovesse quel Fanciullo, che sì esemplarmente allora si adoperava nella struttura di quella Casa, e Chiesa dell’Altissimo.
Non furono però in lui uniche le riferite applicazioni alla cultura dello spirito, in modo tale che in quella tenera età non attendesse seriamente ancora al coltivamento della mente in quei studj, che sogliono esser di ornamento alla vera virtù. Poiché, benché ei fosse di dilicatissima complessione, e alla debolezza della complessione aggungesse un tenor di vita tutta austera, e ritirata, onde ne venisse spesse volte a risentir la natura con pericolosissime infermità, dalle quali Dio, che’l conservava a cose di tanta sua gloria, volle sempre preservarlo, nulladimeno dimostrossi sempre talmente fisso, e dedito agli esercizj letterarj, ordinariamente calunniati per micidiali de’ Virtuosi, che ben pareva, che il tempo mancasse a lui, e non egli al tempo. In pochi anni corse tutto lo scabroso laberinto della Grammatica, e quindi volò per gli ampj Campi della Rettorica con tanta felicità, che quando poi volle attendervi per professione, non tanto parve, che allora studiasse, quanto che se ne ricordasse; E perché il Duca suo Padre si lasciò intendere di voler mandarlo alla Corte di Spagna, egl’incontanente si diè all’apprendimento della lingua Spagnuola, che in pochi mesi nella sua bocca parve nativa. Ma di questi studj ne volle ancor Dio, benché secretamente, la sua parte, e qual ne fosse lo stimolo, e’l motivo, o non si sa, o sallo sol’egli, che già infusa gli haveva nell’animo una occulta inclinazione alla vita Ecclesiastica: poiché con stupore de’ Domestici si mostrò innamoratissimo, e vago di quel Canto Ecclesiastico, che dicesi Canto fermo, in cui fece maravigliosi progressi, con altrettanto avvertimento di Chi scorgeva applicato in somigliante esercizio un Giovanetto, Primogenito, Principe, e destinato ben presto dal Duca Padre per la Corte di Spagna. Tanto l’attitudine della natura, e molto più la infusione della grazia di Dio vince, e trionfa di tutti gl’impedimenti, e di tutti gl’allettamenti dell’età, della professione, e dello stato. E questi furono i fiori, che sì pomposamente germogliarono in Giuseppe Maria ancor fanciullo, quali sì degnamente fruttificarono poi in Giuseppe Maria già adulto.

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CAPITOLO II.

Vocazione di D. Giuseppe Maria allo stato Religioso.
Suo ingresso fra’ Chierici Regolari Teatini,
Professione, e suoi primi Studj
nella Religione.

a chi fanciullo menò vita sì divota, altre risoluzioni in Gioventù aspettar non si potevano, che da santo. Cominciò D. Giuseppe a manifestare al di fuori anche nell’età di dieci anni le scintille di quel fuoco, onde ardevagli il cuore, e come che quanto più uno si avvicina a Dio, tanto più Dio l’allontana dal Mondo, fu facile, come avvenne, che eziandio negli atti esterni cominciando a dimostrare avversione allo stato secolare, dasse manifestamente a divedere, quant’alta impressione di grazia gli havesse fin d’allora infusa nel cuore lo Spirito di Dio, che secretamente, ma sensibilmente, ad altra più nobil vita chiamavalo, che alla mondana. E perché in Casa del Padre quei, che contrahevano matrimonio, erano ordinariamente chiamati col nome di Gente del Mondo, egli, come prendendo a viltà l’inclinar l’animo a sì basso oggetto, seco stesso andava divisando il come sollevarsi dal Mondo, in maniera tale che se havesse potuto, né pur l’havesse dovuto toccare co’ piedi. Onde sovente e a sé, e ad altri andava ripetendo questo versetto, Mi noja la gioja, che il Mondo mi dà, e da’ suoi Musici di Casa richiedeva spesso il canto di alcuni Mottetti sopra le Vanità del Mondo, e particolarmente di un antichissimo, e consueto a cantarsi da’ Divoti di Palma, Oh ch’è vano, oh ch’è fallace questo Mondo, e questa età, al cui suono talmente godeva, e sentivasi così sensibilmente attrarre, che questo sopra ogni altro richiedendosi da lui a’ Cantori, il mottetto per antonomasia fu chiamato da’ suoi di Casa, Il Mottetto di D. Giuseppe. Di questa sua alienazione dal secolo davane così alla lontana cenni non occulti al Genitore, e a i Domestici, ma più d’appresso seco medesimo nauseato del Mondo, lagnavasi del Mondo, in cui dolentemente scorgevasi non tanto come Pellegrino, quanto come Prigioniere. A tal’effetto saliva spesse volte fra giorno in alto Gabinetto del suo Palazzo, onde alla scoperta, e senza velo ampiamente rimiravasi e Cielo, e Mare, e quindi spettatore di queste due grand’Opere di Dio, contemplava in esse hor l’onnipotenza del Fattore, hor la vaghezza della Fattura, e paragonando la viltà della Terra con la preziosità del Cielo, a cui faceva nobile specchio il Mare, liquefacevasi in dirottissimo pianto, e considerando, che per lui erano create sì belle cose, impaziente della dimora, a volo voleva entrarne in possesso, se glie ne fosse stato permesso il possesso, da Chi havevale destinate a gli huomini in guiderdone più tosto, che in dono. Animato da tal pensiero, e internamente risoluto al gran passo di abbandonare il Mondo, quanto più rintracciavane il modo, tanto più gli si affacciavano difficili a superarsi quegli incontri, che pur troppo prevedeva forti, e contrarij per la esecuzione dell’intento. Lo stato Religioso dimostravasi unico per il ritiro, che esso desiderava, per l’unione con Dio, alla quale anhelava, e per tutto ciò che ridur potevalo in questo Mondo fuori del Mondo. A queste considerazioni gagliardamente gli si opponeva un vivo ribrezzo della successione a lui commessa di Principato, e Progenie così antica, e nobile, la Primogenitura così copiosa, e pingue, e più di tutto la displicenza d’inopinato disgusto, ch’esso haverebbe recato al Duca suo Padre, che già destinato l’haveva, come si disse, alla Corte di Spagna, e in Lui fondava le giuste speranze di sollecita Prole. Ma Dio che per far molto, non haveva bisogno di molti, e che incessantemente gli batteva alla porta del cuore, e lo voleva tutto suo dentro un Chiostro di singolar perfezione, esso medesimo con uno de’ suoi più penetranti raggi talmente illuminogli li pensieri, che più non gli fu d’uopo a risolversi, che il volerlo, e talmente il volle, che parve prima divenuto Religioso, che fatto. Né andò lungi cercando a chi communicar dovesse questa sua nobile risoluzione. D. Isabella sua sorella haveva di fresco professata vita Religiosa col nome di Suor Maria Crocifissa nel noto Monasterio di Palma, e come ch’ella nell’abbandonamento del secolo più haveva parlato con i fatti, che con le parole, fu dal suo Fratello D. Giuseppe giudicata non solamente Consigliera divota, ma eziandio interessata in consigliare altrui ciò, che da Lei si era eseguito in se medesima; onde fu facile, come avvenne, che ne introducesse con la Sorella il discorso, le communicasse la determinazione, e la supplicasse parimente non men di consiglio, che di ajuto. Né caddero invano i suoi pensieri: conciosiacosache Suor Maria Crocifissa approvogliene, e lodogliene l’assunto, senza che altri per allora ne sapesse il contenuto.Lo zio, Carlo Tomasi, chierico regolare
Animato dunque D. Giuseppe da una tanta approvazione di una Sorella di così accreditata virtù, senza indugio alcuno, tutto si diè ad esaminare, e risolvere l’Instituto Religioso, ch’esso dovesse abbracciare, per dover ben tosto porne in esecuzione il pensiero. Inclinava il santo Giovanetto alla Vita Monastica, come quella, che più ritirata dal Mondo tiravalo a se, che voleva vivere, per così dire, fuori del Mondo. Si trovava allora in Palma il Ven. P. Bonaventura Murchio, che in tutte quelle parti fioriva in gran fama di santità, colà chiamato dal Duca per servizio della Chiesa, dell’Eremo del Monte Calvario poc’anzi fondato per la cultura de’ Popoli, che concorrevano a quel Santuario: e perciò ad instanza, e persuasione dell’istesso Duca con l’approvazione della Santa Sede instituì la Congregazione sotto il titolo de’ Chierici Minori del Santissimo Sacramento. Rivelò il suo pensiero D. Giuseppe a questo sì rinomato Servo di Dio, da cui prontamente ricevé in risposta la predizione, che fra un anno si sarebbe fatto, come seguì, Chierico Regolare. Iosepo Maria Thomasius, così scrisse di lui il P. Francesco Maria Maggio Teatino, Religioso di gran nome per Missioni Apostoliche intraprese, e degnamente condotte a fine in Oriente, e che hebbe in sorte di essere nel Noviziato Maestro del nostro D. Giuseppe, Primogenitus Ducis eximia Iuvenis indole, et acumine ingenii, ac probitate, ad sacrorum cultum, et studium mirum in modum natus, ineundi Religiosi Ordinis cupidine tenebatur. Sed eum Monachorum coenobis longe ab Urbibus semota, et a commercio hominum aliena vehementissime alliciebant. Quocirca Bonaventuram convenit: expandit illi animum suum, et aliquod sibi monitum, ac consilium poscit. Cui Vir futurum praedixit, ut post annum Clericorum Regularium Ordini nomen daret, quem illi unice, et eximie commendabat. Così egli, che nel medesimo luogo attesta, haverlo poi esso stesso accompagnato, e condotto da Palma a Palermo. Per lo che questa scelta di Religione, in cui esso dovesse entrare, parve per più capi prima conclusa, che pensata. Già per l’addietro in congiuntura di molti Religiosi, che concorrevano in Palma sì per ammirar la santità di quel nuovo Monasterio fondato dal Duca per le quattro sue Figlie, sì per ossequiare il Duca, che tutti accoglieva con hospitalità d’Apostolo, e molti invitava all’esercizio delle Missioni, si era il nostro D. Giuseppe molto ben’informato de’ loro Instituti, e Regole, e dalle Vite de’ loro Santi, che spesso leggeva, haveva appreso il costume del loro vivere, e la Religiosa osservanza delle loro Constituzioni, né alcuno ne rinveniva, che più sodisfacesse al suo genio, che quello de’ Chierici Regolari detti Teatini, fondato già dal miracoloso S. Gaetano Tiene, che con lume superiore di Dio volle visibilmente far conoscere al Mondo, che si può vivere nel Mondo fuori del Mondo. Povertà di habito, e civiltà di tratto, assiduità di Choro, e esercizio di opere pie, affabilità di costumi, e rigidezza di vita, privazione di rendite, e ricchezze in Dio di ogni bene, disinteresse di robba, e zelo di Anime, parvero a D. Giuseppe pregj superiori all’humano, onde hora Apostoli chiamavali, per cui rinuovata si vedeva la bella forma della Ecclesiastica Gerarchia, hor’Angeli dicevali, che dispreggiatori di ogni caduca, e passaggiera commodità, dal solo Dio aspettavano eziandio il necessario, e quotidiano sostentamento del loro vivere. A ciò si aggiungeva la gran fama dell’heroica condotta in S. Silvestro di Monte Cavallo in Roma del suo Venerabile Zio D. Carlo Tomasi, l’osservazione da esso fatta, mentre fanciullo fu in Palermo, de’ PP. Teatini nella Chiesa di S. Giuseppe, che nelle sacre funzioni sembravano più tosto spiriti Celesti, che huomini, la prattica tenuta in Palma con molti di essi, che portavano la santità nel sembiante, e accendevano li riguardanti a divozione, la stretta confidenza con D. Francesco Maria Maggio medesimamente Teatino, il quale, come dotato dal Signore di gran talento nell’intraprendere, e guidare opere, e anime al servizio di Dio era continuamente ricercato dal Duca D. Giulio, e dal P. D. Carlo suo fratello di consiglio, e direzione, per dar’esecuzione a’ loro disegni, perlocche più volte invitato da’ medesimi, gli convenne portarsi a Palma sì per il regolamento del nuovo Monasterio delle Monache, per le quali fece le Constituzioni secondo l’idea del P. D. Carlo, che ne introdusse la prattica, come per ristabilire il suddetto Eremitorio del Monte Calvario, per cui parimente compilato haveva le Constituzioni da osservarsi nel medesimo; Onde nel cuore di D. Giuseppe, che conversava con un huomo di tanto zelo, si era accesa la fiamma dello Spirito Santo, della quale ardeva quel divoto Religioso. Ma siccome fra le singolari prerogative, delle quali era mirabilmente adorno il detto P. Maggio, molto riluceva quella dell’erudizione della sacra Istoria, Riti, e Cerimonie, così da questa probabilmente fu maggiormente rapito l’animo di D. Giuseppe, che di quelle era vago, come già si disse, e studioso talmente, che non senza ammirazione l’istesso P. Maggio parlando dell’Opere singolari, e pregj del Duca, e del luogo di Palma l’attesta in altro luogo, dicendo, Inveni Oppidum etc. et te, tuoque praesertim filio D. Iosepho insigniter erudito, nutuque omnia moderante, Sacrorum Rituum observantia inter complura alia, adeo Palmam ferre, ut vix fidem darem, nisi meis ipse oculis intuitus fuissem. In somma, o si riguardi il tutto, o i membri di esso, quest’Instituto ferito gli haveva il genio, e il cuore, onde di esso si era invaghito in modo che prima a Suor Maria Crocifissa discuoprivane appieno la risoluzione di osservarne le Regole, e quindi poi a D. Carlo suo Zio ne scrisse, dal quale riportonne prudente approvazione, ogni qualunque volta la risoluzione fosse ben maturata dal Consiglio, e dalle Orazioni.
Immagine del Santo GiuseppeMa mentre cresceva la santa inquietudine al Giovinetto D. Giuseppe di uscir dal laberinto del Secolo, nacque, e s’ingrandì in un tratto una forte opposizione, che da lui non preveduta gli surse avanti tanto più formidabile, quanto meno aspettata. Il Duca suo Padre alieno dalle vanità del Mondo, e vago di prepararsi con maggior agio l’Eternità, nutriva appunto allora nell’animo il gran pensiero di rinunziare al suo Primogenito D. Giuseppe il Principato, e poi ancora tutto il rimanente Dominio della Casa, per ritirarsi anch’esso, come fatto haveva di suo consenso, e con licenza de’ suoi Superiori Ecclesiastici la Duchessa sua Consorte, in qualche recinto Religioso, e quindi come libero dagl’impacci terreni, prevenirsi in una certa maniera quaggiù la felicità eterna del Cielo. Seppe ciò D. Giuseppe, e giudicando importunissima la congiuntura di far palese al Padre la sua risoluzione di lasciare il Mondo, allorché il Padre voleva porlo al Mondo, ricorse con fervorosa fidanza al Padre de’ lumi, acciò illuminasse le tenebre non meno sue, che del suo Genitore, nelle quali l’uno, e l’altro erano innocentemente involti, egli per haver altrimente disposto del Figlio, e esso, che ritrovando altrimente disposto il Padre verso di se, erano ambedue in istato di opposizione più tosto, che di concordia. Ma i gran nodi non isciogliendosi, che con gran tagli, facilmente avvenne, che lo spirito di Dio spingesse D. Giuseppe ad un’ardita risoluzione, con cui gettandosi a’ piedi del Padre, palesogli il suo desiderio, confermandolo con l’esempio pur fresco di D. Carlo suo Zio, che già ventitré anni prima, havendo anch’egli rinunziato a lui la Primogenitura, voleva esso allora rendere hereditaria alla sua Casa la bella azione di dispreggiare più tosto, che di procacciarsi li Principati. Non vi volle meno, che la virtù del Duca D. Giulio a sostener la forza inaspettata di una tanta richiesta, e suppresso con violenza il risentimento della natura, che sfogò allora in qualche tacito sospiro, contentossi solamente di abbracciarlo, e dirgli, che a sì gran risoluzione richiedevasi grand’avvertimento, ed orazione. Non si perdé d’animo D. Giuseppe a tal risposta, ma tutto si diede a trovare li mezzi più efficaci per piegar l’animo del Padre, e che era ancora il più pronto, cioè di ricorrere alla Madre, la quale facilmente si poteva intenerire alle suppliche, e lacrime d’un figlio, e impiegar tutto il suo credito in un affare, in cui ella poc’anzi gli haveva dato l’esempio d’abbandonar il Mondo, e consacrarsi a Dio nel Monasterio, in cui già si era ritirata: Il secondo fu di accordar’il P. D. Carlo suo Zio, il quale, benché più lontano, era il più efficace, e infallibile, quando egli si fosse impegnato, mentre dalli di lui cenni dipendendo li suoi Genitori, si poteva dire l’arbitro de’ loro voleri. Scrisse per tanto al P. D. Carlo, il quale fece qualche resistenza per far’esperienza della virtù, e vocazione del Nipote: Così scrive il P. Maggio, il quale appunto pochi giorni dopo al vaticinio del sudetto P. Murchio ad istanza del Duca si era portato in Palma, dove fu testimonio di questi conflitti. Mirum! dice, paucis post diebus cum Palmam profectus essem, mutata juvenis sententia (di farsi Monaco) Theatini Ordinis habitum ardentioribus stimulis expetebat etc. et D. Carolus Patruus (cuius consilio, et nutu Duce omnia moderantur) ut ejus virtutem, et vocationem experiretur, facultatem minime impertiebat. Persistendo dunque D. Giuseppe sempre più fisso nella sua risoluzione, e di consenso del Ven. P. D. Carlo, si risolvé di dar l’ultimo assalto al Padre, quale di nuovo egli pregò a benedire i suoi passi verso il Cielo. Ma l’assalitore trovò l’assalito privo di difese, mercecche il Duca n’era stato spogliato da Dio, che solo godeva il possesso di quell’anima bella; onde non così tosto udì il suono delle nuove preghiere, che alzate le mani al Cielo, offerì in holocausto al divin Padre e sé, e il figlio, vittime ambedue di non preveduto Sacrificio. Non frapose D. Giuseppe né apparecchj, né convenienze, né tempo, e non si può dire, quanto gaudio gli ridondasse nel cuore, e quanto eziandio l’interno gaudio gli traboccasse in esterna esultazione per l’ottenuta licenza, mentre per conseguirla erasi tanto tempo consumato in lacrime, e sospiri. E qui verificossi il Vaticinio del P. Murchio, che dopo un anno sarebbe entrato nella Religione de’ Teatini. Il P. Maggio parimente dopo un anno ritornò in Palma, forse ad istanza del Duca per condurlo al Noviziato, come poi in effetto seguì. Sed ejus (cioè D. Giuseppe) preces, et lacrimae haud brevi temporis intervallo continuatae, sic omnia repagula pervicerunt, ut post annum Palmam reversus, eundem cum magna omnium comploratione susceperim, ac deducerem huc Panormum ubi in nostra Sancti Iosephi Domo Tyrocinium posuit. Così egli.
La casa natìa di S. Giuseppe come è oggiEra D. Giuseppe allora in quindici anni di età, ma di senno così provetto in prudenza, che ne dispose esso stesso l’esecuzione in modo, per così dire, più tosto miracoloso, che maraviglioso. Conciosiacosa che portossi incontanente al Monasterio, ove si era ritirata con le figliuole la Madre per prender da esse l’ultimo congedo, il che eseguì, con tale intrepidezza d’animo, come se andasse vittorioso al possesso, non all’abbandono del Principato: e benché il naturale affetto cavasse fuori dagli occhi delle Sorelle le lacrime, e dal cuore lo spirito della Madre, la quale svenne nell’abbracciarlo, e nel baciarlo in fronte, pur’egli in nulla smosso all’urto di sì grave assalto mostrò sì gran costanza, che parve in quell’atto più tosto disposto a torre gli altri d’affanno, che a riceverlo. Impallidissi solo alquanto nel volto, per dar qualche segno al di fuori, ch’esso era huomo, e non sasso. Nella seguente mattina, che cadde negli undici di Novembre dell’anno 1664 dedicato a S. Martino Vescovo di Tours, di cui essendone poi sempre divotissimo, ne riportò anche il Titolo nell’esaltazione al Cardinalato, licentiossi dal Duca suo Padre, e da D. Ferdinando suo minor Fratello, il quale per maggior dolore dell’afflitto Genitore, vedendo le tre Sorelle e la Madre in Monasterio, il Padre in procinto, e il Fratello in atto di ritirarsi dal Mondo, piangendo andava per ogni angolo della Casa esclamando, Anch’io voglio lasciare il Mondo, anch’io voglio farmi Religioso. Le Donne della Casa, i Famigli, e confusamente tutti li Vassalli di Palma accompagnavano con lacrime la generosa azione di D. Giuseppe, e tra i pianti di chi perdeva il Figlio, di chi il Fratello, e di chi il Principe, solo D. Giuseppe immobile di animo, e inflessibile di volto tutti consolando, ottenuta la Paterna benedizione, abbracciato il Fratello, e accomiatato da’ Vassalli, in compagnia del P. Maggio portossi subitamente a Girgenti per inchinarsi, come fece, al Vescovo, che non poté ottenere di tenerlo seco a pranzo quel giorno, essendo che proseguì incontanente il suo viaggio per la via di Trapani a Palermo, superiore sempre agli affetti, agl’inviti, e a quanto può insinuare la carne, a Chi ancor vive in questo misero Mondo vestito di Carne. Né il viaggio fu dissimile alla partenza: conciosiacosache, come se partitosi da Casa, non conoscesse più né Casa, né Parenti, né commodità, né Amici, non volle mai per la via ricevere alloggio da’ Congiunti, o da Conoscenti, ma sempre si ricoverò ne’ Conventi de’ Religiosi, a’ quali lasciava larga elemosina: anzi uscito da Palma in Lettica, giudicando troppo agio voler’in Lettica andare a trovare il suo Signore Crocifisso, fuori di Palma smontò da essa, nella quale fece entrare in suo luogo un Cameriere, ed esso servendosi del di lui Cavallo, esposto ad ogni inclemenza dell’aria in stagione, che si avanzava nell’Inverno, proseguì con tanta composizione di animo, e di volto il suo viaggio, che ben’il modo, e la divozione, con cui lo fece, diede a divedere alla servitù, che lo accompagnava, e alle Genti, per le cui Città passava, che era viaggio diretto alla santità verso il Cielo. Visitata la Madonna di Trapani, e giunto in Palermo, senza pur essere allettato da savia curiosità di dare un’occhiata a quella nobile Città, a dirittura si condusse alla Chiesa di S. Giuseppe dei Padri Teatini, dove poi nel fine di Novembre dell’anno 1664 vestì l’habito Religioso, e dove visse come Hospite, fin tanto, che alli 24 di Marzo seguente fu ammesso all’anno della Probazione, o sia Noviziato, secondo l’Ordinario costume de’ Regolari, sotto la direzione di D. Francesco Maria Maggio, soggetto di tanta letteratura, e bontà di vita, che giustamente meritar può la lode di haver partorito nell’educazione Religiosa alla sua Congregazione Teatina, e al Mondo tutto, tra gli altri grandi allievi, D. Giuseppe Maria, di cui parliamo. Al taglio de’ biondi capelli piansero i Domestici, che assisterono alla funzione, e in alleggerimento della loro afflizione richiesero quel prezioso avanzo di lui, che né pure in questo volle consolarli, ottenendo licenza da’ suoi Superiori, che fossero tosto arsi sul fuoco, acciò di se non rimanesse un sol capello nel Mondo. Li Vassalli nel dipartirsi di ritorno per Palma, volendo baciargli la mano, non furono degnati né pur della sua presenza, poiché chiuso nel sospirato Santuario non volle vedere, né esser veduto, che da Dio. Alla nuova di risoluzione sì heroica e gloriosa, non poté contenersi il Venerabile D. Carlo scrivere al Duca suo Fratello in questi termini Oh che consolazione dovete tenere, havendo dato il vostro primo Figlio a Dio! Mi ricordo, che dicevate volerlo mandare alla Corte del Re: Hor che ha da fare col farlo sposo di

Il certificato di battesimo del Santo, con testo a fronte

Christo, ed Herede del Cielo? Gran cose son queste, se le penetraste! E quanto più s’intendono, tanto più si ammirano: e me ne rallegro con V. S. Sig. Duchessa e buone Sorelle, e gli raccomando D. Ferdinando, l’altro Figlio rimasto unico al secolo, gli basterà l’esempio del Fratello, e Sorelle per farsi santo. Et in altra lettera siegue: Nel resto, se il Signore chiamasse anche D. Ferdinando, sarebbe la maggior gloria della Casa, con finire come finì quella del gran Bernardo. Vedete; mille anni rispetto all’eternità sono meno di un momento: la Terra rispetto al Cielo meno di un punto. Bisogna pensare a quel sempre, a quel tutto: il solo scriverlo mi rallegra il cuore. Così egli: E il Cardinale Sforza Pallavicino da Roma al medesimo Duca, Mi congratulo, dice, con V. E. che se le sia aggiunto un mezzo tanto efficace per la conquista del Cielo, qual è l’offerta del suo egregio Primogenito alla milizia del nostro Redentore. Questa è la prudente maniera di fondar le Case non solo in Cielo, ma eziandio in Terra, sacrificare il più caro, che noi habbiamo a Chi è unico Signore e del Cielo, e della Terra, il quale conceda a V. E. tutte le prosperità. Così egli.
Hor qui sì che senza velo di mondane apparenze aprendosi a D. Giuseppe tutto il vasto campo della perfezione Evangelica, non già cominciò, ma seguitò a correrlo con quella lena, di cui hebbe ripieni li spiriti, fin, per così dire, dalla culla, e dalle fascie; Onde fu divulgata fama presso tutta la Religione Teatina, che nel suo Noviziato nissun’hebb’egli superiore in virtù, e forse pochi eguali. Il Maggio suo Maestro, e direttore nelle spirito lo chiama animi dotibus ornatissimum: egregium juvenem; Tibi (cioè alla Madre di Dio, della quale egli parla in quel luogo) jam pridem flagrantissime debitum, ac pene ab Utero mancipatum. Et in fatti, di Mondo tanto allora D. Giuseppe ne volle, quanto sol ne richiedeva la necessità di dimorarvi; nel rimanente coll’anima tutto talmente si elevò in Dio, che alcuni de’ suoi Religiosi, e fortunati compagni nel Noviziato ne parlano con grand’espressione di termini, e singolarmente di una tal grazia di volto, per cui pareva, che rilucesse alcuna cosa dell’Anima sua piena di Dio, e tutta in lui rimessa; onde il solo vederlo era un compungersi, e il solo trattarlo un innamorarsi della virtù: tanto era il portamento divoto, le parole edificanti, e la modestia commendabile, e in una parola il suo sembiante, sembiante non falso de’ suoi costumi; Li suoi Connovizj, fra’ quali fu Bartolomeo Castelli, Vescovo della Città di Mazzara, tutti celebri, e rinomati in pregio di dottrina, e di laudati costumi, uniformemente ne’ Processi attestano la vita Angelica, con la quale questo beato Giovane condusse sempre in heroiche virtù anche quella tenera età, in cui ogni piccolo raggio di divozione può giustamente apparire un Sole di pietà; maturo nel portamento, ritirato nel tratto; tenace, e fisso nell’osservanza; inimico d’ogni, benché religioso, e lecito divertimento; inclinato, e pronto all’ubbidienza; dimenticato affatto di se, e della sua egregia Casa, di cui non faceva mai parola: unito sempre con Dio, humile con tutti, e in somma tale, quale dir si poteva un Religioso provetto, e non un Novizio, e perciò degnamente proposto agli altri per esemplare dal P. D. Francesco Maria Maggio loro Maestro. Nell’anno del suo Noviziato rarissime volte, e sol costretto da’ comandi de’ suoi Superiori, scrisse a’ Parenti, dalli quali visse cotanto distaccato, che a lui sembrava non haverli. La sua Zia, sorella della Duchessa sua Madre Monaca Professa nel Monasterio del Cancelliere di Palermo dell’Ordine di S. Benedetto non poté giammai ottener di parlargli; ma finalmente replicate, e rinforzate le istanze, il Superiore di lui reputando da una parte conveniente la richiesta di quella Religiosa Dama, scorgendo dall’altra costante, e divota la ripugnanza del buon Novizio, prese savio espediente di comandare a D. Giuseppe, che colà in quella Chiesa si portasse per servire una Messa, alla quale appostatamente intervenir dovesse la Zia. Ma l’amore al ritiro prevalse di gran lunga a quello del sangue. Conciosiacosache in quel sacrosanto esercizio della Messa con tanta modestia egli diportossi, che non solamente non mai rispose parola alcuna alla Zia, che da uana Grata vicina all’Altare più volte chiamollo, ma né pure degnolla di una sola occhiata, fissi imperturbabilmente gli occhi, e l’animo nel suo Dio, al cui gran sacrificio egli quivi assisteva. Anzi interrogato poscia, Perché havere usata cotanta scortesia? Francamente rispose, Io fui mandato alla Chiesa del Cancelliere da’ miei Superiori per servire la Messa, e non per parlare, e vedere mia Zia. Azione, che può non ammirarsi per grande, da Chi sol ne considera la superficie apparente, ma heroica, e massima appresso chi entrando più oltre, fa quindi giusta conseguenza, quanto in lui prevalesse alla natura la divozione, e lo spirito al sangue. Alla cultura dell’animo aggiunse poi un tal dispreggio del Corpo, che con ingegnosa, ma santa industria, raccoglieva spesso nella riva del Mare le minute breccie della Spiaggia, quali poi poneva, e spargeva fra le lenzuola del letto, per travagliar, eziandio dormendo, l’innocente quiete del notturno riposo. Negli esercizi corporali soliti farsi dalli Novizj, D. Giuseppe era volentierosissimo de’ più faticosi, e quando occorreva trasportar panni da una Camera all’altra, egli pregava il Fratello, che distribuivali alli Novizj, di riporgli o su le spalle, o in braccio li più grossolani, e allegro ne andava carico non men di peso, che di merito. Consta per fede autentica di D. Vincenzo Buetto Chierico Regolare sottoscritta da altri tre Sacerdoti della medesima Religione, fondata su l’asserzione di D. Vincenzo Quingles parimente Chierico Regolare, e Connovizio di D. Giuseppe, qualmente essendo state donate ad un Novizio alcune Confezioni da un suo Parente, e nell’hora della ricreazione facendone a tutti parte il Maestro de’ Novizj, appena ricevé la sua D. Giuseppe, che o sparigli incontanente dalle mani, o fecen’egli oblazione a Dio, conchiudendo la fede sopracennata con queste parole, Di ciò se ne avviddero tutti li suoi Compagni. Anche i suoi studj spirarono allora santità, e sodezza, poiché tralasciati quei, o che già haveva scorsi di Rettorica, e di belle lettere, o che scorrer poteva con indifferenza di laude, tutto si pose all’applicazione dell’Ecclesiastiche cerimonie, de’ sacri Riti, e delle Rubriche, non per pompa di eloquenza, ma per necessità, e prattica di sacra erudizione, e in tutti essi egli ne divenne maestro, come si dirà, con quell’avantaggio di gloria non meno a se medesimo, che alla Corte di Roma, alla sua Religione, e alla Chiesa di Dio. Ma avvicinandosi il tempo della Professione, egli volle prepararsi con un atto che a nostro parere o è unico, o almeno rarissimo: e questi si è, che rinunziando colle solite formole giudiciarie la Primogenitura, e’l Principato, non volle riservare per se né pure un soldo di annuo livello, che per altro permesso viene anche a Chi professa nelle più esemplari Religioni. Cosa che dinota uno staccamento, anzi un dispregio così grande del Mondo, e un abbandonamento così sincero in Dio, che in quest’azione parve, ch’egli maggiormente temesse di non dar tutto a Dio, che godesse di haver lasciato tanto per Dio. Onde maraviglia non è, se poi Iddio, incapace di farsi vincere in cortesia dagli Huomini, rifondesse in lui tanti tesori di grazie spirituali, e tanto cumulo di grandezze temporali anche in questa Vita, che non mai nel suo pingue Principato havrebbe potuto sperare quella fama, e gloria, di cui va hora adorno il suo nome e per la venerazione della Persona, e per la eminenza della Dignità. Così tutto sciolto da ogni laccio, si lanciò nelle braccia del suo Giesù, e nel giorno della Santissima Annunziata dell’anno 1666 professò nell’Insigne Basilica di S. Giuseppe in Palermo li tre Voti di Povertà, di Castità, e di Ubbidienza nella Congregazione de’ Chierici Regolari di S. Gaetano, con tenerezza del Duca suo Padre, che con numeroso Popolo, e Nobiltà di Parentado vi assisté presente, lasciando in dubbio a i Spettatori, se maggiore fusse l’Oblazione, che fece a Dio di sé il Figliuolo, o quella, che nel Figliuolo fece a Dio di se medesimo il Padre.

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CAPITOLO III.

Viaggi, e Studj maggiori di D. Giuseppe: Suo ritorno
a Palma, e prodigiosi avvenimenti nel viaggio,
e nella sua dimora in Palma.

rofessato dunque l’Instituto, ch’egli tanto haveva desiderato di abbracciare, non è credibile come ne abbracciasse ancora le osservanze, e con quanta attenzione applicasse alla prattica degli Studj, e delle Virtù, che sono le due pietre fondamentali, sopra cui s’innalza la bella struttura di quella insigne Religione. E come che l’Ubbidienza è una delle più richieste parti dalli Professori di essa, il nostro D. Giuseppe talmente se ne rese segnalato, che non altrimente che di un corpo morto, lasciò di sé sua cura, a Chi 'l movesse. E parve, che Dio ne permettesse ancora con ispecial providenza la disposizione, poiché o fosse debolezza di complessione, a cui non si confacesse ogni clima, o caso, che così portasse, fu egli in un certo modo, come fatto girar per l’Italia con moto quasi continuo di tre anni, più in trionfo di ubbidienza, che in necessità di comando. Delle quali cose ragion vuole, che con maggior distinzione ne ordiniamo in questo Capitolo il racconto.
Fu egli dunque doppo l’accennata Professione, per ripatriare alquanto, dal suo Superiore mandato in compagnia del P. D. Tommaso Ribera dell’istessa Religione da Palermo a Palma, ov’egli entrò, come n’era uscito, con l’equipaggio di sì gran divozione, e humiltà, che l’ingresso fu più ammirato, che applaudito, sì dal Duca suo Padre, come dalla Gente sua Vassalla, che tutti per allegrezza, come uscendo fuori di se, uscivano all’incontro di lui, ordinati in schiera, e festosi in habito, avidi non men di rivederlo, che di ossequiarlo, e di baciargli quella mano, che haveva con tanta superiorità dispreggiato il comando di quel Principato. Ma dalla modestia del Giovanetto fu delusa ogni arte di quell’affezzionato Popolo: conciosiacosa che prevedendo egli questi dovuti applausi, come nascondendosi anche se stesso, poco lungi dall’incontro, smontato di Lettica, per incognita strada entrò a piedi, e solo nella Terra, e quindi per vie secrete portatosi al Palazzo, disdegnonne entrarvi per la Porta maggiore, ove attendevanlo i Domestici, e a guisa di fuggitivo più tosto, che di antico Padrone, e nuovo grand’Hospite, per ascosa, e secreta Porta passò all’appartamento del Duca suo Padre, che d’intorno girava, per rinvenire anche nella propria Casa il Figliuolo. Inginocchioglisi avanti, e ossequiollo, ricevuto, e abbracciato con ammirazione eziandio superiore all’affetto. Come all’entrar del Sole nell’Orizonte vedesi illuminato il Mondo, così all’entrar di D. Giuseppe in Palma, e nella Paterna habitazione viddesi più che mai Santa quella Terra, e quel Palazzo. Non mai egli permesse di esser servito da Donne, né pur dalla propria Nutrice, che sol furtivamente, e in assenza di lui poterono entrar nella sua Camera a prestargli il servizio necessario al suo alloggio. In visita della Madre, e delle Sorelle del Monasterio di Palma, di altro non parlava, che di cose sante, e altro non spirava dalla faccia, che santità, e modestia. Ritirato nella sua Cella, ben mostrava di haver mutato luogo, e non Animo, tutto intento a’ suoi soliti Ufficj di divozione, e pietà, e tutto attento a conversar con Sacerdoti di quella Chiesa Matrice, discorrendo con essi di Cerimonie Ecclesiastiche, e degli Ecclesiastici Riti, come se quivi fosse giunto per affari di Chiese, e non di Casa. Cadde opportunamente in quei giorni la Commemorazione di non so qual Santo, e D. Giuseppe richiesene la solennità al Padre, da celebrarsi con pompa nella Chiesa del Monasterio, ove ritrovavasi la Madre, e Sorelle: e non poté egli incontrar funzione di più genio, nella funzione sopraintendente di più habilità e divozione. Egli parò e addobbò gli Altari di sua mano: ordinò, e assisté agli Ufficj, sollecito non men dell’ordine, che del decoro della Festa, che terminata, voll’egli maggiormente nobilitare con un’azione degna di rimarco. Haveva il Duca Padre nel piano, e piazza del Monasterio fatto innalzare un Castello di fuoco artificiale, per accenderlo, come seguì, la sera doppo i sacri Vesperi di quel Santo. Fu allo spettacolo replicatamente invitato D. Giuseppe, ma ardendo egli di maggior fuoco nel cuore, non volle mai dipartirsi dalla Chiesa, fin che ripulita, e riordinata non la vedesse, premendogli maggiormente il decoro della Casa di Dio, che il compiacimento, benché lecito, di quell’artificio, il cui fumo offerì generosamente, e volentieri al grande Iddio.
Palermo - Chiesa di S. Giuseppe dei PP.Teatini dove fece il noviziatoMa appena partissi da Palma di ritorno per i suoi studj a Palermo, che gravemente infermatosi, fu da’ Medici tramandato a prender l’aria della Torretta, Terra non guari distante da Palermo, e di Dominio del Duca suo Padre, che rinvenuta poco confacevole alla sua salute, fu incontanente quindi rimosso, e di nuovo tramandato a Palma, dove egli non solamente non permesse di anticipare l’avviso del suo arrivo, per non dar tempo alla fama di preparar’incontri, e applausi, ma col solo D. Giuseppe Cassano Governatore allora della Torretta, e con soli due Huomini di servizio postosi in Lettica, fece tacito, e solingo il suo ingresso alle tre hore della notte, cotanto incognito, guardingo, che parea più tosto, che viaggiasse per nascondersi, che per sollievo di salute. Richiesto dall’Arciprete della Terra, che a quell’hora tarda mosso dalla curiosità, dimandò per la finestra, Che Gente fosse quella, che quindi passava? Fece da un suo Famiglio rispondere, Forestieri, Forestieri. Ma alla Porta del Palazzo ben riconosciuto da un Famiglio di Casa, questi velocemente fenne avvisato il Duca, che non dando fede al servo, ma ben giudicando qualch’altro Religioso, Conducetelo, rispose, alla Foresteria, destinata dal divoto Padreone all’Hospitalità de’ Viandanti. Ma persistendo il Servo, quegli essere il P. D. Giuseppe Maria suo Figlio, e non sapendo il Duca tal cosa immaginarsi, sopravvenne inaspettatamente il P. D. Giuseppe, che con la presenza non men decise la causa, di quel, che attonito riamaner facesse il Padre del suo improviso arrivo. Egli modesto gittoglisi ginocchione d’avanti, ed esposta la cagione del suo ritorno, il consiglio de’ Medici, e l’ubbidienza de’ Superiori, fu tanto più teneramente abbracciato dal Duca, quanto più subentrò in lui ad ingagliardire il paterno affetto il nuovo motivo della compassione. Ma il suo spasso colà fu più esercizio di virtù, che di divertimento. Benché cagionevole, emaciato, e debole, o solo in Cella trattenevasi in divote lezzioni, o pur quando da essa usciva, alle Chiese divertiva il suo cammino, quelle distintamente visitava, e tutta la sua più intera applicazione riponeva, o nel risarcimento degli habiti Sacerdotali, o nella pulizia degli Altari, o nell’inculcamento a i Sacerdoti de’ sacri Riti, o nell’insinuazione alla Madre, ed alle Sorelle di divoti insegnamenti, come se visitatore fosse quivi sopravenuto della Ecclesiastica Economia, e non Ristauratore delle sue debolissime forze. Ma per beneficenza del Cielo ristabilitosi alquanto in esse, fé sua partenza di nuovo per Palermo, d’onde i Superiori lo destinarono per principiare i suoi studi di Filosofia a Messina sotto il Magisterio del P. D. Placido Scoppa, che fu poi Arcivescovo di Ragusi ne’ cui Atti, e Conclusioni private, e publiche, attesta Bartolomeo Castelli Vescovo di Mazzara, conservava sempre la modestia anche nell’argomentare, et una volta assistendo ad una publica Conclusione et argomentando un Padre Carmelitano Scalzo, che incalzava l’argomento in forma, ma senza gridi, o scompositura, se ne compiacque molto, e disse, che così argomentar doveva ogni Religioso. Quindi partissi, e ricevuta nuova Ubbidienza per Ferrara, avanti l’imbarco s’inginocchiò sul lido del Mare, e doppo breve Orazione rialzatosi, addusse l’esempio di S. Paolo, di cui leggesi, che in simigliante Caso dicesse, Positis genibus oravimus in Littore. Della dimora del P. D. Giuseppe in Sicilia fino alla sua comparsa in Roma, e della di lui costante divota maniera di vivere, così attesta in Processo l’altre volte nominato Bartolomeo Castelli Vescovo di Mazzara, dicendo, Per quel tempo, che io conobbi, e trattai il Servo di Dio, e dimorai con esso lui tanto nel tempo del Noviziato, quanto doppo la Professione sì in Palermo, come in Messina, Io osservai in esso Servo di Dio una virtù soda. Era fin da quel tempo molto applicato alla vita solitaria, del che credo che buona parte del tempo l’applicasse in Orazione, e specialmente vi osservai una grandissima humiltà, divozione, modestia, esatta ubbidienza, e puntuale osservanza delle Regole della Religione. Era molto serio, anche nell’età giovanile, et in fatti a me molte volte mi corresse di qualche leggierezza puerile, e di qualche eccesso d’ardore nell’argomentare, quando eravamo studenti di Filosofia. Così egli.
Immagine di Licata, paese natale del Santo, come si presentava nel '600Ma a cagion di qualche sua indisposizione costretto il P. D. Giuseppe dal comando de’ suoi Superiori a portarsi a Modena, quivi terminò lo studio della Filosofia, con tanta vivacità di spirito, congiunta con tanta modestia e humiltà, che un suo Constudente attesta di lui ne’ processi, In quanto al tempo, che fussimo insieme in studio in Modena, osservai che il tenore della di lui Vita, e lo riconobbi per un Religioso di esemplarità, perfezione, ed osservanza, con distinzione poi di una ritiratezza singolare, talmente che non fu veduto mai perdersi in discorso, né anche di pura ricreazione permessa dalla Religione: E perché noi altri suoi compagni di studio gli dicevamo, che si faceva l’osservanza, anche prendendosi un poco di ricreazione, rispondeva, che quella ricreazione era per missione della Religione, e non comando: per questo si prendeva la libertà di ritirarsi in Camera, dove fin d’allora si applicava allo studio specialmente della lingua Greca, e quando andavamo fuori della Città a qualche luogo di ricreazione permesso dalla Religione a’ Studenti portava seco sempre libri da studiare, né mai l’ho veduto giuocare, e spassarsi con gl’altri a giuochi leciti permessi dalla Religione, ma o si ritirava in qualche luogo a legger qualche libro, o pure si metteva a passeggiare, ma sempre con qualche libro in mano: Né lo viddi mai perdere un momento di tempo. Nel tempo poi de’ studj scolastici, sempre puntuale in tutto, tanto nelle sue repetizioni, e nel difendere le Conclusioni, in argomentare, come si fa in Scola, e con tutta modestia, né mai si poteva concepire di lui, che havesse qualche estimazione di se stesso, né compiacenza vana degl’argomenti, che faceva, o altro simile: né mai si notò, che si trattenesse con altri Studenti, o prima, o doppo della Scola, e delle Conclusioni et altre simili contingenze, e discorsi oziosi, e terminata la Scola, e detto l’Agimus tibi gratias, come si suole, esso in silenzio con il capo chino faceva riverenza al Lettore, e respettivamente a noi altri suoi Compagni, e poi subito si ritirava nella sua stanza, o a studiare, o ad orare. L’istessa modestia, humiltà, e divozione pratticava in Choro, in Refettorio, e in tutte le osservanze della Religione, alle quali esso era puntuale. Noi non lo vedevamo, se non in tempo di dette osservanze: fuori di queste non compariva mai, osservando una grandissima ritiratezza. La di lui presenza con l’accennata composizione, e modestia, recava a noi altri Studenti, e particolarmente a me una gran divozione, e suggezzione di modo tale, che occorrendomi parlar seco per cose necessarie, esso con pochissime parole precise terminava il discorso. È solito nella nostra Religione, che i Studenti infra l’anno facciano qualche Predica in Refettorio in tempi specialmente, che sogliono li Superiori far la Visita: Il Servo di Dio, in una Predica, che fece in quelle occasioni in Refettorio, hebbe un grand’applauso da tutti i Religiosi, e io con gli altri Compagni, oltre a gli altri Padri, essendoci congratulati seco di ciò, esso con tutta humiltà si dichiarava di non haver fatto cosa, che meritasse lode, e si diceva, che era ignorante, e da niente, e con capo chino se ne partì, fuggendo dalle commendazioni, e lodi, che gli si davano, e da quell’atto mi si accrebbe il concetto grande della profonda di lui humiltà, che io havevo cominciato a formarne fin da principio, che io lo viddi e trattai. Così ne’ Processi: non senza ammirazione di chi considera in età ancor fresca di poc’oltre a quattro lustri, una inalterabilità di Vita così esemplare, e santa, che molto di lungo supera l’espressione medesima, di chi si accinge a descriverla. Coherentemente alla deposizione accennata si è quella di Pietro Cavalcante Teatino Vescovo di Pozzuolo, che nella Lettera postulatoria della di lui Beatificazione al Pontefice Clemente XI dice In Modana Io la prima volta lo conobbi, dove proseguì egli il corso de’ suoi studj in compagnia di molti altri Condiscepoli, quali unitamente protestavano di notare in lui non solo un vero esemplare di Claustrale perfetto, ma di Anacoreta solitario. E similmente li Padri più provetti ammiravano in un Giovane, di pochi anni Religioso, un gran fervore di spirito nelle poche parole, che proferiva, una composizione attrattiva nel portamento, una frequenza indefessa nell’orare, e sopratutto un’humiltà profonda, che l’induceva a riputarsi fra tutti il più abietto, e il più vile. Indi partendo io per Milano hebbi la fortuna di ricevere alcune sue lettere con l’occasione che due suoi Nipoti, uno de’ quali fu poi Duca di Palma, viaggiavano per l’Italia, e in quella mi premeva fortemente, che io assistessi a quei Giovanetti, ma sopratutto nell’infervorarsi nel santo timor di Dio. Così il Vescovo di Pozzuolo.
Palma - Palazzo dove crebbe il Santo, come è oggiDa Modena a Roma il Servo di Dio con nuova Ubbidienza si condusse, nella qual Città dentro la Casa di S. Andrea della Valle, non tanto intraprese, quanto proseguì la carriera de’ suoi lodevolissimi costumi. Humile co’ Compagni: abbietto in sé: affabile, ma circospetto con tutti, e con un tal misto di soavità, e di rigidezza, che rimaner in dubbio potea, qual Virtù in lui maggiormente risplendesse, o se la Religione verso Dio, o la ritiratezza del tratto, o il trattamento vile della sua Persona, o la Carità co’ Domestici, o l’austerità della Vita in ogni sua operazione. Accadde appunto allora, che fatta fosse la solenne funzione della Canonizzazione di S. Gaetano. Nella Processione da S. Pietro a S. Andrea della Valle con lo Stendardo del nuovo Santo, portò egli quasi sempre la Croce, al cui grave peso volentieri si sottopose il dilicato Servo di Dio ad istanza de’ Compagni, che per isfuggirne l’incommodo, dissero a lui, esser meglio, ch’egli la portasse, come giudicato più robusto degli altri in complessione, e in forze, e vi è, a Chi soggiunse, Ch’esso si accomodò al genio de’ Compagni portandola più del dovere, non senza grave sua fatica, e pena, sentendosi svenire sotto il peso, del che non mai mostrò dispiacimento, ma gusto. In questa Casa dunque cominciò egli a scorrere l’ampio mare della Sacra Theologia, che gli servì non tanto per istudio, quanto per divoto preparamento agli Ordini sacri del Suddiaconato, e Diaconato, il primo da lui preso in S. Gio. Laterano nel dì 20 di Decembre 1670, il secondo nel medesimo mese dell’anno seguente. Essendo cosa che egli fin d’allora ripose tutta la sua applicazione nello studio de’ SS. Padri, nella Lezione dell’Ecclesiastica Liturgia, nell’annotazione de’ Sacri Riti, e nelle perfezione della lingua Greca, i cui principj egli haveva appresi in Messina. Cose tutte, non tanto di ornamento, quanto di necessità, in chi ha l’idea di vero Ecclesiastico, a cui molto più giova sapere il vero, che il verisimile, ed esser fondato sul sodo delle Scritture divine, che sul vago di Questioni ingegnose sì, ma di poco utile per se, e di minor profitto per gli altri.
Alle speculazioni della Theologia aggiuns’egli con attenzione così intensa l’esercizio delle Virtù, che i suoi Compagni, de’ quali molti, e celebri in Dignità, e Dottrina presentemente vivono, e un di essi si è Francesco Pignattelli Cardinale di S. Chiesa, e Arcivescovo di Napoli, rimanevano sorpresi dall’egregie doti, e dalla profonda humiltà di D. Giuseppe, nella cui faccia leggevano quegli aurei insegnamenti, ch’egli sempre haveva fra le mani nella lezione de’ sacri Libri. Conciosiacosache il suo divertimento dallo studio della Theologia era un altro studio tanto più difficile del primo, quanto più difficile cosa si è il ridurre in prattica, che il conoscere le cose di Dio. Leggeva spessissimo li Santi Padri, e notavane diligentemente le sentenze in separati Libretti, i quali poi rileggeva in istruzzione del suo animo, che egli haveva destinato a formarlo secondo la norma di quel gran Libro, intitolato Il Combattimento spirituale composto dal Venerabile D. Lorenzo Scupoli Religioso della sua medesima Congregazione, dal quale S. Francesco di Sales riconobbe il principio, e il progresso della sua ammirabile perfezione.
Onde maraviglia non è ch’ei crescesse di giorno in giorno a sì alto grado di Santità interna, che Pietro Cavalcante Vescovo di Pozzuolo depone di lui nella Lettera Postulatoria al Pontefice Clemente XI. Io in Roma hebbi la sorte di osservare più a lungo l’esattezza sua nell’osservanza delle nostre Regole, la parsimonia del Cibo, le mortificazioni asprissime, la sofferenza imperturbabile d’alcuni mali, che pativa, il disprezzo di se medesimo, per cui più volte lo viddi esercitare ministerj vilissimi, et abbenche a tutto studio procurasse di occultar queste sante operazioni alla vista di tutti, io però, che habitavo propinquo alla sua stanza con non minore attenzione studiavo d’esserne spettatore. Così egli.
Ma quindi ancora, cioè da Roma inopinato comando di Ubbidienza lo tolse, e qual’altro Habacuc trasportollo, come per i Capelli, in Sicilia, senza sapersi allora da esso, che andava, perché o fosse mandato, o andasse, se non che un’alta, e secreta providenza colà portollo in refrigerio, di chi doveva quanto prima lottar con la morte, in attestato della gran cura che tiene Dio della generazione de’ Giusti, in rappresentazione di miracolosi spettacoli, come chiaro si dimostrerà ne’ racconti, che sieguono. Ritrovavasi D. Giuseppe inoltrato già nello studio della Theologia, quando di repente il Venerabile Padre D. Carlo suo Zio presentogli l’ordine de’ Superiori affinché incontanente egli per la Sicilia si partisse, ad oggetto di alcuni affari, che in Palma richiedevano la di lui presenza. Qual ne fosse in D. Carlo il motivo, comprovollo l’effetto, che ne seguì di non mai antiveduti accidenti, rivelati a lui da lume superiore all’humano, che lo mosse a fare instanza appresso al Generale dell’Ordine per la licenza, e a comandare al Nipote, che subito si disponesse alla partenza. Ma poco vi volle a fare accingere alla partenza D. Giuseppe, che di nulla haveva di bisogno in questo Mondo, e meno vi volle a Dio a farlo giungere a Palma a forza di maraviglioso avvenimento. Poiché fatto havendo suo viaggio per terra fin’a Napoli, con intenzione di procacciarsi quivi l’imbarco per Sicilia, trovò in Napoli una Galera, che parve, che per partirsi altro non aspettasse, che lui. Ritrovavasi questa ancorata nel Porto da molti giorni, ritenuta dal tempo avverso, che correva, e consequentemente ferma in ancora su’l dispiacere della tardanza, e su l’impossibilità della partenza; quando alla comparsa in Napoli di D. Giuseppe, come se comparso fosse, Chi potesse comandare a i venti, e al Mare, quelli si raffilarono, e questo si abbonacciò, in modo tale ch’egli imbarcatosi, approdò con incredibile prosperità di navigazione in poco più di un giorno a Palermo. Qual felice successo il nostro D. Giuseppe applicava alle Orazioni del Venerabile suo Zio D. Carlo, Lo zio Carlo Tomasi, C.R.ch’egli rendeva autore di questa maraviglia, quando esso medesimo poteva forse chiamarsene il maraviglioso. Gionto in Palermo, passò quindi a Palma per affari, ch’esso non sapeva, non havendo altro negozio, che il merito dell’Ubbidienza, la quale in tutto questo viaggio fu l’unico suo disegno, e scopo del viaggiare. Ma trovò colà quella tela d’affari, che Dio da gran tempo ordiva per sollievo de’ Congiunti, e per ammaestramento di lui: Poiché appena pose piede in quel Paterno Ducato, che infermossi D. Ferdinando suo Fratello, e l’infermità fu tale, che lo condusse in pochi giorni alla morte. Scuoprissi allora a D. Giuseppe l’alto secreto del Cielo rivelato a D. Carlo suo Zio solamente, che con tanta sollecitudine havevalo spedito a Palma, acciocche in Palma assistesse alla morte del Fratello, e doppo la morte del Fratello, al consiglio, e sostenimento della Casa, che restò vacillante sotto un Herede in Culla, senz’assistenza o di Sorelle o di Madre, che tutte, come di disse, dalle tempeste del Mondo si erano ritirate nel sicuro porto del loro Monasterio. D. Giuseppe dunque con animo tanto alieno da ogni afflizzione di dolore assistette al passaggio del pio Fratello, che nel giorno seguente esso medesimo supplì alla funzione dell’esequie in Ufficio di Diacono constante e di volto, e di occhi alla vista presente di così lacrimevole, e improvisa rappresentanza; anzi sempre fermo di mente, terminate le esequie abbracciò teneramente il Cadavero del Fratello, baciollo in faccia, sopra la quale con le sue proprie mani allocò un fazzoletto, e quindi rivoltosi tutto a’ Vivi, col suo consiglio dispose, che la Duchessa Madre uscisse dal Monasterio, per prender cura di D. Giulio Maria, che così chiamavasi il Pargoletto, che lasciò in fascie morendo D. Ferdinando.
Dalle lacrime de’ Domestici, e de’ Vassalli, passiamo hora a i sudori di Sangue della Sorella, spettacoli tutti dolorosi, ma pii, per cui havevalo il Cielo colà condotto. Suor Maria Crocifissa rapita in estasi nel giorno della Santissima Trinità vidde un Sacerdote (non però in quella Chiesa presente) in atto di dir Messa col peccato mortale nell’Anima, e tal dolore ne prese, che le scoppiò dalle vene il sangue, che scaturille in forma di lacrime dagli occhi, con rimanerne tinte le guancie, e un panno di lino, che fu rinvenuto indi a quarant’anni presso al Fratello Cardinale, quando egli morì, rinchiuso dentro una scattola con scritta autentica indicante il successo dell’avvenimento, e l’eccesso della Visione. Il Ratto avvenne nella Sacrestia delle Monache, nella quale vi era la porticella, per cui si sporge alle Religiose la Sacra Communione. Ordinò il Confessore, che quella si aprisse, acciò alcune persone riguardevoli, congiunte di sangue con Suor Maria Crocifissa, che quivi a caso in Chiesa si ritrovavano, fossero partecipi di sì maravigliosa comparsa. Tra gli Astanti, e forse quegli, che in occulto haveva colà condotto Dio con non preveduto disegno, uno ne fu il nostro D. Giuseppe, che da vicino ammirò così prodigioso sudore, e udì le terribili parole, che in quella estasi proferì la gran Serva di Dio, Misero Sacrificio! Profanato Altare! Sacra Bevanda in pestifero letamajo buttata! La Dignità Sacerdotale chi la tiene la tema, e chi la procura, vi pensi. Oh chi potesse mostrarlo, a chi tal’Ufficio tiene! Tema, poiché è più da temersi. Così malamente si tratta Dio Padre nel Primogenito Figlio! Così ella, la quale oltre a ciò che disse in detta Estasi, soleva dire: La Dignità Sacerdotale porta seco un formidabile peso, onde chi la procura, ci pensi, e chi la tiene la tema. Fu questa una lezione al P. D. Giuseppe di sì alta maestria, in tempo particolarmente, in cui esso era prossimo ad ordinarsi Sacerdote, che ben servigli e di santo spavento, e di acutissimo sprone a rendersi ben disposto a sì sublime Dignità.
Qual frutto di divoti sentimenti ricavasse egli da questi occorsi avvenimenti, cioè dalla morte del Fratello, e dallo spettacolo della Visione, o non si sa, o il saperlo può recar gran soggetto di ammirazione in riferirlo: Essendo che tutto in se raccolto partitosi da Palma, e trasportatosi a Palermo al proseguimento dello studio della Theologia, quivi tutto si diè all’Orazione non meno, che allo studio sopradetto, come se per la morte del Fratello D. Ferdinando poc’anzi accaduta, né più Casa havesse, né Parenti, e memore della Estasi stupenda osservata nella Sorella, non più in questo Mondo egli dimorasse. Pregato da un suo Confidente a scrivere alla Duchessa Madre, che riguardasse con distinzione di cura il Nepotino, unico rampollo allora della sua Casa, francamente rispose, Che nulla importava, se anche questo moriva, poiché, essendo mancate nel Mondo tante Famiglie di Monarchi, non sarebbe cosa nuova, che mancasse la sua povera, e di nissuna conseguenza. Con tal rassegnazione a Dio, humiltà in se, e disprezzo del Mondo, continuò a vivere a se stesso con distaccamento da ogni humano pensiero, e con profonda abbiezione in ogni suo portamento, sol’intento all’anima, e allo studio della Theologia, nel cui esame fu approvato dal P. Generale, e Consultori in Roma per esserne Maestro, e Lettore con applauso confacevole al suo ingegno.

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CAPITOLO IV.

Ritorno a Roma del Padre D. Giuseppe Maria:
Suo Sacerdozio, e fervore di spirito,
e suoi impieghi nella Religione.

a Roma rivolle il suo P. Tomasi, riservato dal Cielo a gran disegni in quella Città. Richiamato dunque da’ Superiori, vi giunse, e non così tosto vi giunse, che non ancor Sacerdote, ma in ordine di Diacono fu constituito Compagno del Maestro de’ Novizj: e perché D. Gio: Battista Rivani Maestro di essi era anche Superiore della Casa di S. Silvestro in Roma, e conseguentemente distratto da molte necessarie occupazioni, il Tomasi sostenne tutta la direzione del Noviziato, cioè tutto il peso di quella importante Carica, che tutta si appoggia alla savia, e santa educazione della Gioventù Religiosa. Ma sorpreso dalla Visione accennata di Suor Maria Crocifissa sua Sorella, non solamente non volle dare orecchia a chi offerigli la licenza del suo Generale, e il Pontificio Indulto sopra l’età per ordinarsi Sacerdote, ma cadendone il compimento de’ previsti ventiquattr’anni nel giorno dodici di Settembre dell’anno 1683 non acconsentì giammai d’esser promosso a sì alta Dignità nelle quattro Tempora, che sempre cadono in quel mese, anzi prolongando la divozione del preparamento, era anche risoluto di non voler’altrimente ricevere il Sacerdozio nel prossimo Decembre, se la Venerabile sua Sorella, a cui era ben nota la profonda humiltà del Fratello, non l’havesse animato, e per così dire, precettato a sì gran passo con una lunga, e ammirabile Lettera, in cui gli dice Fratello mio, siete già nella vicinanza di ricevere nell’anima vostra l’indelebile Carattere dell’ultimo Ordine sacro. Io mi figuro il vostro cuore in una grandissima apprensione di voler fare gran cose in preparazione di sì degno Sacrificio, con che istupidite il vostro spirito pur troppo timoroso. No, no, che tali apprensioni sogliono soprabondare da timore, e non da affetto. Io per me vi direi, che preparaste l’Anima vostra, come molle cera per ricevere quella sacra Impronta, e non fareste altro; e siegue con notarlo registrato nel Libro della Vita, allor quando nel fine della lettera insinuandogli il bel libro dell’Humanità di Giesù Christo, Voi, gli replica, passatela nella lezione di questo libro, dove io vi trovo registrato. Così ella. Altrettanto dunque humile, che ubbidiente ricevé il Tomasi l’Ordine Sacerdotale, e nel Natale di Nostro Signore Giesù Christo, secondo il costume della sua Congregazione cantò le tre Messe in S. Silvestro di Monte Cavallo di Roma, ove egli fu allocato per accrescere venerazione a quella Casa, che può meglio dirsi Seminario di Huomini venerabili in santità, e famosi in dottrina, che semplice habitazione di Religiosi.
Quanto augumento, e forza di fervore ricevesse il nostro novello Sacerdote dall’essere elevato all’Altare di Dio, non con più espressive parole può significarsi, che con quelle di Suor Maria Crocifissa, che gli rispose, allor quando egli domandolle, se un giorno esso sarebbe santo? Ricevo, ella scrissegli, la vostra lettera, mio carissimo Fratello, e in essa osservo li vostri strani desiderj, essendo tutti acciecazione di fervore. Conciosiacosache talmente egli si diè a Dio, e talmente Dio communicossi a lui in ispirito, e verità che pareva astratto dalle faccende communi, non per inhabilità, ma per alta non curanza, in modo tale che nulla pareva che havesse più di huomo, che la sembianza. Nel rimanente o in Choro recitava, assiduo di giorno, e di notte, le consuete preci, o in Cella, e tal’hor anche in Chiesa genuflesso in remota parte univasi con Dio, e quando pur convenivagli prender giusto sollievo o in amichevoli discorsi con i Compagni, o in divertimento d’aria fuori della Casa, i Compagni attestano, che non mai dalla sua bocca si udì parola o leggiermente offensiva del prossimo, o indirettamente indicativa di mormorazione, o equivocamente significativa d’altrui difetti, e tutti a piena bocca lo chiamavano Huomo Religioso perfetto, secondo l’oracolo di S. Giacomo Si quis in Verbo non offendit, hic perfectus est vir. Non voleva mai sentir discorrere in pregiudizio del prossimo, anche in cose notorie, e vere; e in segno di ciò nelle occasioni di doverne udir parlare, con suo dispiacimento, non potendo impedirlo, moveva le mani, li piedi, e le labbra, come se dicesse Orazioni, ed astretto a rispondere, in vece della malizia, ne incolpava la ignoranza. Nel rimanente scorgevasi in lui una mirabile eguaglianza, e concerto di passioni, una purità immaculata, un’innocenza di costumi unitamente gravi, e amabili, ond’era, che la sua sola presenza, pareva, che non tanto prescrivesse, quanto infondesse la modestia, un non degnar le cose del Mondo, né sapersi dilettare in altro, che in quelle dell’Anima, e di Dio, e ciò che recava a tutti maggiore stupore, una da lui inseparabile schiettezza, che gli teneva il cuore in bocca, e per così dire, svelato nella fronte, in modo tale che nulla affettando la singolarità, fu sempre ammirato per singolare, e insieme amato per conversevole, con quel misto di rara piacevolezza, che compongono unite insieme l’eccellenza, e l’avvenenza. Se poi giammai per merito di Ubbidienza si portava o alla visita di qualche Chiesa, o in luogo ameno, e ritirato a divertirsi co’l moto, egli andava, come un altro S. Francesco d’Assisi, a predicare con la sua modestia, e parendo più tosto uscito di sé, che di Casa, tutto era fisso in profonda contemplazione, sicché nulla attento a chi incontrava, sempre era avvertito, e scosso dal suo Compagno, acciò complisse all’obbligo di riverenza verso qualche Personaggio, o a quello della convenienza verso qualche suo Conoscente, e spesso si divertiva a venerar la Chiesa di S. Martino de’ Monti, del qual Santo fu sempre divotissimo, e spesso scendeva con particolar compiacenza di spirito nelle sacre Grotte di quel Tempio, quasi presago fosse e del suo Titolo, e della sua sepoltura. E chi scrive queste cose, viddelo, e ammirollo per le strade di Roma, e non conoscendo allora chi quegli fosse, fermatosi con divozione a rimirarlo, dedusse gran santità da quel volto, e gran compunzione da quel portamento. E meraviglia non è, che Giusto e Santo lo dicesse, Chi non conoscevalo né pur di faccia, quando la sua medesima Venerabile Sorella Suor Maria Crocifissa, ben’informata di quei doni, che Dio haveva infusi nella bell’Anima di lui, non poté contenersi in una sua lettera di chiamarlo più volte Giusto, in altra, Il primo seduto a mensa per ricevere cibi dilettissimi di tutta perfezione, e parlando nella medesima lettera di lui, a lui ripete, Se a Santa Monica fu detto, che non perirà un figliuolo di tante lacrime, così io dico, che piace, e piacerà eternamente a Dio un Fratello di tante Orazioni. Così ella di lui nelle sue Lettere, ma molto più del medesimo nelle sue Estasi. Conciosiacosache astratta in ratto nella sera precedente alla Festa di S. Scholastica, quale durò tutta la notte fino alla mattina seguente, accorsero le Monache a quella stupenda visione, e tutte udirono gran cose, e queste: Così, così, Fratello mio caro, tutto ti trovo in Dio: ivi ti parlo, ivi ti conosco, ivi ti vedo: ivi ti amo: ivi ti abbraccio: ivi ti rispondo: dì pur sicuro: opera fedelmente, Fratello; assai ti amo. E poco doppo, Io son sicura, che questo haverò: Le promesse di Dio fallir non ponno, e se tempo passa, venir deve. Oh caro Fratello, assai t’amo: benché di nascosto, tu lo saprai: ed ivi dove ti conosco, ivi ti godo: Tu sei Figlio di Dio, io pur’ancora, se tu operi di fuora, io pur nell’interno: Caro Fratello addio: Della fortezza di Dio io assai mi vanto. Così la Venerabile Sorella del Venerabile Fratello, de’ quali con ragione può rivocarsi in dubbio, se in santità o l’una fosse la Copia, o l’altro l’Originale. Ma proseguiamo il corso intrapreso della Historia, e di grado in grado vediamo a qual sublime perfezione ascendesse il Tomasi in ogni stato, e tempo di sua Vita.
Dal Sacerdozio passò egli all’Ufficio di Direttore Spirituale de’ Laici, sermoneggiando loro ogni Domenica, secondo il costume delle Constituzioni, e quindi al Posto di Sotto – Prefetto de’ Studj nella medesima Casa di S. Silvestro in Roma,

Roma, Basilica dei SS. Silvestro e Martino ai Monti

nel quale impiego egli sostenne tutto il peso di quel faticoso Ministerio: essendo che il Prefetto de’ Studenti riponendo, come depositata in lui tutta la sua autorità, in nulla ingerivasi, lasciando libero il governo de’ Studenti a Chi così bene era considerato maestro di costumi, e di scienze. Zelante senza rigidezza, piacevole senza colpa, con un misto tale di affabilità, e di osservanza, che i difetti de’ Giovani potevano prima dirsi emendati, che commessi. Nella correzzione di essi solita farsi ogni Domenica, in così soavi sentimenti inculcava l’osservanza Regolare, che innamorava al ben fare, e con la sola, e potente forza dell’amore animava ciascuno agli esercizj di pietà: solito dire, Che il Christiano, e particolarmente il Religioso, che conosceva Dio, e pur non l’amava, e ardentemente non lo serviva, doveva esser tramandato nelle Carceri de’ Pazzarelli, o non conoscendolo (il che persuader non si poteva) in quelle della Inquisizione. D. Carlo Pignattelli, uno allora de’ suoi Studenti, e poscia Vescovo di Potenza, depone, che udendo egli un giorno non so quale strepito di parole accese in disputa di materie Scholastiche, aprisse la porta della sua Cammera, e con la maestà, e riverenza di un sol cenno della mano, talmente atterrisse quei fervorosi Disputanti, che quindi incontanente cheti, e muti si partissero in rispetto, e venerazione di un tant’Huomo. Quando poi conducevali a divertimento, egli godeva del loro spasso, ma con l’esempio del suo divoto portamento eccitavali alla contemplazione de’ misterj, che si veneravano in quelle Basiliche, ver’ dove li conduceva, e talora ancora raccontavagli il martirio, e le pene degl’illustri Campioni, che in quelle Catacombe erano sepolti, infiammando gli spiriti non meno alla divozione, che informandoli nella erudizione delle Sacre Historie. Se giammai tal’uno, com’è solito fra molti di vario spirito, e genio, o con passo non composto a religiosità, o con voce dissonante, e non confacevole alla modestia Regolare, giva più tosto frettoloso, e fastoso, che raccolto, ammonivalo prima con carità, e poi ripigliavalo con zelo, minacciando per difetto di uno di ricondurre tutti a Casa, come prontamente avvenne, allor quando vidde tal’uno, che per evitare il fango della strada, in forma poco decente alzava alquanto la Sottana, ch’egli voleva onninamente non sol talare nel nome, ma molto più nell’uso del portamento. E questo suo zelo, che tutto era indirizzato all’educazione de’ Giovani, diè opportuna occasione a lui qualche volta di esercizio di Virtù. Un altro ancora suo Studente attesta, che un di essi con leggerezza giovanile motteggiasse il Tomasi in sua presenza, e con risa de’ Compagni: nulla sturbossi il Servo di Dio, e né operò, né disse cosa alcuna in mortificazione di lui, ma sol confuselo con una santa sofferenza, rimproverandogli col fatto e il suo errore, e’l come doversi diportare il Religioso in simil caso.
Dalla Sotto – Prefettura de’ Studenti ascese più oltre ad altri gradi nella sua Religione. È costumanza fra i Religiosi Teatini dodici anni doppo la Professione ammettere i loro Professi nella voce attiva, e passiva, esaminandone i meriti prima con le solite visite, poi con un diligentissimo squittino, e finalmente con uno scrutinio verbale in pieno consesso del Capitolo Generale. Dunque doppo il Sacerdozio, quando in esso fu proposto il nostro P. D. Giuseppe Maria Tomasi, tutti di commun consenso ne applaudirono la pietà, la dottrina, e li di lui Angelici costumi, e postergate le consuete cerimonie, fu subito ammesso alla ballottazione, che riuscì favorevole a pieni voti di tutti li Vocali. Ma quest’honore fu compensato da lui con altrettanta humiltà: conciosiacosache per il Vocalato ottenuto, essendo egli capace di ogni qualunque Carica, o Governo, tanto egli seppe suppore e rappresentare della sua inhabilità a’ Superiori Generali, che lo volevano collocare in qualche riguardevole grado nella Religione, che l’humilissimo Servo di Dio non solamente li seppe distogliere dal prefisso pensiero, ma supplicò con premura, e talvolta ottenne, che il suo Generale gli spedisse Patente di assegnazione a qualche lontanissima Casa, acciò in quella celebre di S. Silvestro di Roma, come Forestiere, potesse esimersi da ogni Superiorità, stimando lo stato Religioso, come la Scala di Giacob, per cui tanto era l’ascendere, quanto il discendere. Ma la virtù non può giammai nascondersi, quando ella s’innalza in stato heroico, e singolare. Conosciuto tale il Tomasi, fu subitamente riconosciuto dalla sua Religione, e promosso, se non quanto si voleva, quanto almen si permetteva dalla forte opposizione della sua profonda humiltà.

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CAPITOLO V.

Morte di D. Carlo suo Zio, e Tentazioni,
e scrupoli del Tomasi.

ccadde intanto la morte del P. D. Carlo de’ Tomasi suo Zio, che accrebbe a lui nuova occasione di merito per l’acquisto della sofferenza: poiché nel vederne co’ proprj occhi il passaggio, non mai proruppe in atto alcuno di humana fiacchezza, e sol con le mani alzate al Cielo seguì l’anima di lui in Paradiso, con fervorosa inchiesta di lasciarlo herede di quella Virtù, della quale haveva egli date così distinte attestazioni in terra. E ne fu bene esaudito qual’altro Eliseo, e nel doppio spirito, e nella felice morte, che ambedue fecero nel medesimo giorno, l’uno nella mattina del primo di Gennaro 1675 l’altro nella mattina del primo di Gennaro 1713.
Ma il doppio spirito non fu disgiunto da quella inseparabile compagnia d’interne afflizzioni, per cui s’intima ad ogni Servo di Dio a prepararsi alle tentazioni, ogni qualunque volta egli si avvicina al possedimento di esso. Questa sua ritiratezza, e santa humiltà fu forse causa, ed effetto di una pesantissima Croce, sotto cui Dio lo volle, o per maggiormente purgar l’oro dello spirito, o per maggiormente raffinarne il valore: E questa fu un’agitazione di scrupoli così continua, e intensa, che con tutto che egli fosse huomo raro in bontà di vita, e in pregio di scienza, e dotato da Dio, come si dirrà, del dono del Consiglio a beneficio del Prossimo, nulladimeno per questo capo ritrovossi in sé così fuori di sé, che niuna pena fu a lui più dolorosa di questa. Che cosa mai mi fate sentire, carissimo Fratello, così consolandolo scrissegli una volta la Venerabile Sorella, Voi dunque in tante angustie? E da dove a voi piove quest’assedio di dolore? e dandogli in rimedio la spessa invocazione del Nome di Giesù, l’animava a soffrir la Croce per Dio.
Ma il nemico infernale, il quale può ben esser vinto, ma non esser’ucciso, tornava di nuovo con importune tentazioni, onde di nuovo cresceva la pena interna dal nostro D. Giuseppe, al quale allora più si rinvigorirono gli scrupoli, quando da’ suoi Superiori fu deputato a udire le Confessioni Sacramentali degli huomini, e a predicare al popolo la parola di Dio nell’esercizio de’ Pulpiti. Oh qui sì che rappresentossi di nuovo il degno spettacolo della gran lotta di Giacob con Dio, mentre viddesi il suo Servo combattere costante, hor contro la sua divozione, hor contro le nemiche suggestioni, hor contro le sue medesime opere ben fatte, e male apprese, in un continuo cimento di finte perdite, ma vere vittorie, che lo rendevano, come Giacob, indebolito nel corpo, e vacillante ne’ piedi della sua dilicata complessione. Suor Maria Crocifissa, Suor Maria Crocifissa, la sorella del Santo, Isabella Tomasia cui egli con fraterna schiettezza, e santa humiltà confidato haveva queste sue interne angustie, molto affaticossi e con documenti, e con orazioni per porger sollievo all’angustiato Fratello, e molte lettere nel suo Epistolario si leggono in questo soggetto per ambedue dolorosissimo, e ch’era di egual pena alla Consolatrice insieme, e all’afflitto. E benché la discretezza de’ Superiori lo dispensasse dagli esercizj della Confessione, e delle Prediche, e lo lasciasse libero a quegli de’ Studj, nulladimeno tal pugna di scrupoli, e d’interne afflizzioni durò in lui, finché egli durò in vita, onde avvenne che Niccolò Tersaghi, Soggetto altrettanto pio, che dotto, e che fu poi innalzato dal Pontefice Clemente XI al Posto di Suffraganeo della Chiesa di Velletri, sotto nome di altra Persona deponesse di sé, e di lui, Una Persona, la quale con esso haveva qualche intrinsichezza per essere da molti anni, che lo conosceva, prese a narrargli le sue angustie interne, per le quali il Signore da qualche tempo lo conduceva, e ancora le continue infermità, che nel corpo l’affliggeva per haver qualche conforto dalle sue parole: esso gli rispose, che tutto ciò era un buon segno, e che tutti li maggiori Servi Dio li haveva continuamente afflitti, e travagliati, e io so, disse, di una Persona, che sono già quarant’anni, che ha patito continue indisposizioni nel corpo, e continue angustie nell’anima. E questo a chi fu detto, lo prese indubitatamente, che fosse l’istesso allora il P. Tomasi, il quale altre volte in terza persona parlava di se stesso, essendo humilissimo in supremo grado. Onde il Tersaghi partissi egualmente consolato nelle sue afflizzioni, che ammirato della di lui Virtù; e nell’allegata sua deposizione soggiunge, Io infallibilmente sì allora, e sempre ho creduto, che il P. Tomasi dicesse queste parole di sé stesso, atteso che circa li mali del Corpo, alcuna volta meco ne parlò, e circa i mali dello spirito l’argomentai dal vederlo alcune volte fermarsi nel camminare e far gesti con la Testa, come di resistere a gravi tentazioni, o alzar la faccia al Cielo, come di domandare ajuto al Signore. E che quarant’anni, cioè sì lungo corso di tempo, lo tenesse Dio sotto il torchio di queste interne tribolazioni, e com’egli sempre con invincibile costanza ne sopportasse il peso, e conformato in Dio ne benedicesse le disposizioni, ne habbiamo pronta testimonianza in una sua lettera scritta a Suor Maria Crocifissa sotto li 22 Luglio 1697, in cui egli consolando lei in somigliante materia, dipinge al vivo se stesso, Soggetti ambedue lacrimevoli, e non so se Copie, o Originali di pesantissima Croce. Con la vostra lettera de’ 15 Giugno, così scrisse il Tomasi alla Venerabile, e angustiata Sorella, veggo un vostro respiro in mezzo una gran tempesta, che v’ha lasciato prender fiato per qualche piccolo spazio di tempo, ne sia lodato il Signore; a cui similmente porgo le laudi dovute alla Maestà sua in ogni tempo, tutto che non ogni qualità di tempo ci aggrada, o possa da noi esser ben compresa. Bisogna sottomettersi a’ Divini giudizj, ed adorarli con silenzio dicendo sempre Justus es Domine, et rectum judicium tuum. Passò il tempo de’ Martiri di spirito, e di corpo tormentati, e tentati dagli huomini: hora siamo nel tempo de’ Martiri occulti, ma ben veduti da Dio, che sono tormentati, e tentati nello spirito, ed alle volte anche nel corpo, o dalle nostre passioni, e malattie, o dalle suggestioni, ed operazioni di Satana. Per multas tribulationes oportet intrare in regnum Caelorum. Nel tempo di persecuzione vi vuol fede, e pazienza, perché qui si vede, e mette in prova la fede, e pazienza de’ Santi, come si dice nell’Apocalissi Haec est fides, et patientia Sanctorum. Hora a questa pazienza bisogna, che con l’ajuto di Dio ci disponghiamo, abbandonandoci ad ogni Divina disposizione. S. Gio: Crisostomo racconta un memorabile caso avvenuto nel tempo delle persecuzioni della Chiesa. Furono presi due Christiani, l’uno era tutto abbandonato al divin volere per patir poco, o assai, o morire, secondo che Dio disponeva: l’altro era pronto, e desideroso, con l’ajuto divino, di soffrire la morte, tutta in un colpo, con una decollazione, ma tremava a’ tormenti, ed alle pene, che soprastavano. Hora il Giudice, quando l’hebbe davanti a se, fece in un subito mozzar la testa al primo rassegnato a tutto, al secondo poi, che desiderava quella morte, non gli la diede, ma lo fece sollevare in patibolo per esser tormentato, e questo non una volta, ma più volte, e non in una sola Città, ma in varj luoghi, tormentandolo per lungo tempo con un lungo, e penosissimo martirio. Hora S. Gio. Crisostomo ammira in questo caso la Divina providenza, abbreviando le pene, a chi era disposto ad ogni patire, e prolungando la morte a chi la cercava in un istante senza patire, purificando in questa guisa la disordinatezza dell’animo di questo secondo, e insegnandoli a sottomettersi a Dio per ogni evento, ed aspettar da lui il coraggio, e la forza per esser paziente in ogni sorte di supplicio, ed il Santo soggiunse, che da questo si dee imparare, come noi dobbiamo sempre rimetterci ad ogni Divina disposizione. Lessi con sodisfazione questo fatto, perché mi parve, che io havevo bisogno di tal’ammaestramento per le mie male inclinazioni. Serva ancora a voi ne’ vostri martirj, accioche vi gettiate nelle mani del Signore, a cui spero, che direte nel fine almeno di vostra vita: Domine, servasti bonum vinum usque adhuc, come fu detto nelle nozze di Cana della Galilea, e quanto più sarà lunga la dilazione, tanto più soave sarà quella felice bevanda: confidate in Dio. Così egli. Né maraviglia sia, che così parlasse della sua Croce quello, che così altamente haveva fisso nel cuore il Chiodo, e nella mente la Massima, che entrar non si poteva in Cielo, se non per la porta angusta del patimento. Incontratosi un giorno di ritorno a casa con un Sacerdote suo confidente, Cantore della Cappella Pontificia, che con lui a lungo si dolse di un fierissimo dolor di calcoli, da cui ritrovavasi acerbissimamente tormentato, egli pazientemente uditolo, proruppe poi con impeto di spirito, che fé rimanere attonito (sono precise parole, che si depongono in questa relazione) il Sacerdote unitamente, e un altro Prete suo Cugino, quivi presente, in questa esclamazione: Chi pretende andare in Paradiso senza la Croce, la sgarra: e udendo indi a non molto tempo la morte seguita del sudetto Cantore, il quale per lo spazio di venticinque anni era stato sempre bersagliato da altri diversi mali, E’ morto, disse, il buon Sacerdote, e perché è passato per la via stretta della Croce, haverà gran gloria in Paradiso. Così egli; Maestro in quella scuola, in cui sì bene esso stesso esercitavasi in quei documenti, che ad altri insegnava.
Fu egli intanto graduato dal Pontefice Innocenzo XI all’honore di Consultore dell’Indice, nella qual Congregazione riferì con laude il Voto sopra il contenuto di alcuni Libri. Il che se bene fu a lui di fatica, tuttavia tal fatica recò sollievo alle oppressioni interne del suo animo non men distratto, che applicato ad altro impiego.

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